2 luglio 1953 muore Dante Livio Bianco

Figlio di un sarto emigrato in Francia, Dante Livio Bianco nasce il 19 maggio 1909 a Cannes (Francia). Torna in Italia e studia al liceo di Cuneo e poi all’Università a Torino, dove consegue la laurea in legge. Nel periodo studentesco frequenta Piero Gobetti.

Nel 1928, durante un’aggressione fascista, difende il prof. Francesco Ruffini e finisce malmenato lui stesso. In difesa del prof. Ruffini interviene anche un altro studente, Alessandro Galante Garrone, che poi diventa suo amico.

Vince un concorso in magistratura ma preferisce la professione di avvocato.

Nel 1942, in piena clandestinità, aderisce al Partito d’Azione. Con Duccio Galimberti costituisce e organizza la formazione partigiana Giustizia e Libertà. Con una norma severissima i due amici impongono la fucilazione a coloro che fra i partigiani di G.L., si macchiano di delitti o di soprusi verso la popolazione o il nemico

Alla morte di Duccio Galimberti subentra nel comando regionale piemontese di G.L. Per le sue imprese eroiche durante la Resistenza ottiene due medaglie d’argento al valor militare.

Dopo la Liberazione fa parte con Piero Calamandrei della Consulta.

Nel 1953, in seguito allo scioglimento del partito d’Azione, appoggia Ferruccio Parri nel movimento di Unità Popolare, per bocciare la cosiddetta legge truffa che prevede un premio di maggioranza al partito vincente, cioè alla Democrazia Cristiana. Il movimento ottiene un misero risultato elettorale, tuttavia sufficiente per bloccare la legge.

Rifugge da incarichi politici e di partito e torna alla sua professione di avvocato civilista.

Scrive le sue memorie in due libri: Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese e Guerre partigiane –Diario e scritti. Appassionato alpinista perde la vita il 2 luglio 1953 in una escursione in Val di Gesso. La città di Torino intitola una piazza a suo nome.

Dante Livio Bianco ha un carattere sobrio e semplice che rifugge da ogni protagonismo.

Piero Calamandrei scrive di lui(*): Ma la generazione di Livio, cresciuta e maturata sotto il fascismo, dové ricominciare tutto da sé: ognuno si trovò solo a scegliere, a tu per tu colla sua stessa coscienza. Dové trovare da sé, dentro di sé, la forza morale per disobbedire: strapparsi di dosso colle sue stesse mani, prima le catene dell’oppressione politica, le illusioni corruttrici con cui un regime ammantato di falso egoismo aveva cercato di attirare i giovani e di spengere in essi il senso della libertà e della responsabilità civile. Cosi avvenne per Livio, come per i migliori della sua generazione: l’argomento più valido per disprezzare il fascismo gli venne dalla sua stessa adolescenza, passata attraverso la dura esperienza personale del costume fascista. Dalla sofferta esperienza di quel costume, Livio trasse il suo odio contro le declamazioni e contro le infatuazioni, il suo disgusto verso il dilettantismo, per ogni conformismo, per ogni compromissione; e si rafforzarono per contrapposto le virtù più profonde del suo carattere piemontese. […]

Da questa scuola di ricostruzione della coscienza che fu offerta ai giovani migliori dall’esperienza dell’avvilimento fascista, da questa penosa riconquista del senso di responsabilità individuale in un mondo che si sfasciava, si formò in Livio quella capacità militare, di cui egli, per eccellenza antimilitarista e “borghese” (cioè uomo civile), dette prova mirabile come capo partigiano.

Vittorio Cimiotta

(*) Scritti e discorsi di Piero Calamandrei – Linea d’ombra Edizioni – 1994 – pag.133

Per approfondire:

Dante Livio Bianco “Guerra partigiana” con Premessa di Norberto Bobbio e Introduzione di Nuto Revelli, Einaudi, Torino, 2020; Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco “Un’amicizia partigiana”, Claudiana, Torino, 2000; Dante Livio Bianco “La guerra partigiana in Piemonte”, La Nuova Italia, Firenze, 1949

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