Mirella Armiero, Un pensiero ribelle. Maria Bakunin, la Signora di Napoli, Solferino, Milano, 2025
Il bel volumetto di Mirella Armiero ha il merito di riportare l’attenzione del pubblico dei “non addetti ai lavori” sulla vita di Maria Bakunin: una delle prime donne scienziate italiane, il cui ruolo nella vita culturale del nostro paese è purtroppo finito nel dimenticatoio. Di lei si ricorda essenzialmente il cognome, figlia e custode della memoria del leader dell’anarchismo Michail, in realtà Marussia è stata capace di grandissima modernità in un’epoca in cui le strade per le donne erano davvero impervie. Inoltre, ripercorrere la sua vita permette di allargare lo sguardo su un’intera epoca e, soprattutto, su un’intera città: la Napoli della Belle Epoque, grande capitale europea almeno sino al 1915, come ricorda lo storico Francesco Barbagallo.
Maria è la terzogenita di Michail Bakunin e Antonia Kwiatkowska, nasce nel 1873 in Siberia, dove il padre è stato deportato. Le peregrinazioni e gli spostamenti dettati dalla militanza anarchica portano la famiglia a soggiornare in Italia, paese che Bakunin ama e conosce bene: il processo risorgimentale, i rapporti con Mazzini e Garibaldi, la questione contadina sono al centro della sua riflessione, mentre la sua presenza influenza notevolmente le nascenti organizzazioni di classe che, solo dopo gli anni Ottanta del XIX secolo, si orienteranno in modo più marcatamente socialista abbandonando l’anarchia. A Napoli, in particolare, Bakunin intesse fitte relazioni, come racconta Errico Malatesta, tanto da diventare una sorta di mito, il suo ricordo si riverbererà anche sui figli e su Marussia, in particolare.
In realtà, Carlo, Sofia e Maria portano il cognome di Bakunin che li riconosce come propri a tutti gli effetti, anche e soprattutto affettivi, ma sono figli della relazione che, a partire dagli anni Sessanta, epoca del soggiorno italiano della coppia, Antonia intreccia con Carlo Gambuzzi, avvocato napoletano e fraterno amico di Bakunin. Dopo la sua morte a Berna nel 1876, la famiglia si stabilisce definitivamente a Napoli, dove Antonia e Carlo si sposano. E a Napoli nasce l’ultima figlia della coppia, Tatiana, molto amata da Maria. La vicenda, nota e raccontata da Bakunin in alcune lettere ad un caro amico, non è cosa di cui Maria ami parlare: anzi, farà di tutto per difendere «strenuamente la memoria dell’anarchico, lo ha considerato il suo vero padre, ne ha custodito con cura le carte e non ha voluto perdere la sua eredità culturale e morale». Pur non vivendo la militanza politica, la libertà come bene inalienabile di ogni essere umano e l’ideale di “felicità universale” sono per lei cardini ineludibili su cui fondare l’esistenza. Non solo, Maria non ha mai avuto alcuna intenzione di cambiare cognome nemmeno quando “Bakunin” non è scomodo da portare, come quando l’OVRA apre su di lei un fascicolo, sorvegliandola per il suo antifascismo e la sua storia familiare (pp. 37-38).
Divenute giovani donne, le due sorelle Bakunin possono contare su un contesto famigliare benestante, ricco di stimoli e che non pone ostacoli alla loro istruzione. Inoltre Napoli offre un ambiente cosmopolita e progressista: se Sofia sarà la seconda donna a laurearsi alla Facoltà di Medicina dell’Università Federico II, Maria a sua volta è, nel 1895, la prima donna laureata in chimica in Italia. L’interesse per la scienza si appaga anche attraverso la relazione con il chimico Agostino Oglialoro Todaro, scienziato di fama che Maria sposa subito dopo la laurea, nonostante vi siano tra loro 26 anni di differenza. È una giovane donna molto determinata, preparata e pragmatica: «durante tutta la sua vita dimostrerà di sapere decisamente quello che vuole, spingendosi costantemente in avanti». Non sogni, ma obiettivi concreti. Se il marito la aiuterà assumendo su di sé gli impegni organizzativi, è altrettanto vero che la spingerà sempre a puntare in alto. Sono tempi in cui è ancora necessario che ci sia un uomo ad aprire la strada, ma Maria Bakunin «chiarisce presto che sa e vuole fare da sola» (p. 21). Mentre la sorella Sofia abbandona la pratica medica dopo aver sposato Giuseppe Caccioppoli, Maria seguirà sino alla fine la sua strada di scienziata. Spesso verrà definita una donna dura, arcigna, dal carattere impossibile: ma gli allievi conquistati dal suo amore per la scienza, l’influenza da lei esercitata nelle istituzioni accademiche e culturali napoletane, il rispetto che le portano le personalità migliori della cultura italiana le fanno guadagnare il titolo di “Signora di Napoli”.
Maria attraversa la vita partecipando integralmente a quella temperie che proprio a Napoli vede l’unione tra saperi tecnico/scientifici e umanistici, garantendo un humus culturale da cui uscirà una fetta rilevante dell’intellighenzia italiana. È sono proprio il rapporto inscindibile tra i saperi e la necessità di unire sempre la teoria alla pratica a guidarla. Nel lungo giro che compie in Europa su incarico del ministro Nitti, si reca a visitare le più importanti scuole tecniche di Belgio e Svizzera, è abbagliata dagli istituti dove la chimica è studiata con metodi innovativi, le scuole sono ampie, luminose, i laboratori dotati di tutti gli strumenti all’avanguardia per poter formare un personale altamente specializzato. Quanto sarebbero determinanti scuole simili anche in Italia, soprattutto nel Sud negli anni in cui «prova a cambiare strada e intraprendere la via dello sviluppo inseguendo il Nord Italia e il resto d’Europa»! È una strada che Maria sente come giusta, necessaria, da percorrere con entusiasmo: nella relazione presentata a Nitti non lesina l’indignazione per l’indifferenza nei confronti dell’istruzione, e sottolinea a gran voce come la scuola necessiti di finanziamenti pubblici e privati. Richiamando le classi imprenditoriali al loro dovere, auspica «che investano nella formazione soprattutto quelle classi dirigenti che poi sfruttano i lavoratori, dato che non è giusto che la classe di cittadini che più profitterà della Scuola professionale non vi contribuisca per la massima parte» (p. 88-89).
A modernizzare, Maria prova anche occupandosi delle miniere di ittiolo nel Matese, a Giffoni Valle Piana, di cui diventerà direttore tecnico Francesco Giordani. Allievo di Maria e poi suo compagno di vita, è un uomo dalla lunga e importante carriera manageriale e con il quale la scienziata compirà in seguito lunghi e importanti viaggi all’estero. Numerosi anche i viaggi che Maria compie da sola, per esempio andando spesso in Polonia dalla sorella Tatiana che lì si è stabilita, e della quale resta per un po’ senza notizie allo scoppio della guerra. Altrettanto forte è il legame con Sofia e con il figlio Renato, l’amatissimo nipote fieramente antifascista, che Maria tenterà di difendere dalle grinfie del regime: quel Renato Caccioppoli matematico napoletano, protagonista del film di Mario Martone in cui compare, in una breve scena, anche Maria. Il nucleo della sua vita è, comunque, l’attività nell’ambito delle istituzioni accademiche: l’Università Federico II innanzi tutto, ma anche l’Accademia Pontaniana, di cui è socia dal 1905 e di cui diventa presidente dopo la Seconda guerra mondiale, su precisa indicazione di Benedetto Croce. È in questi luoghi, dunque, che si svolge la vita di Maria, in quella via Mezzocannone che ancora oggi brulica di giovani e di vita universitaria. Luoghi che la Signora di Napoli cerca di difendere e preservare dalla furia nazista nel settembre del 1943: ma nonostante provi a frapporsi tra la biblioteca e le truppe tedesche, non riesce a salvare dall’incendio appiccato dai nazisti il proprio appartamento né la biblioteca universitaria. Sul finire di quel tragico settembre 1943, la città ferita e il popolo allo stremo insorgono e in quattro eroiche giornate Napoli caccia i nazisti, prima città in Europa a liberarsi da sola sconfiggendo l’esercito tedesco.
Nel dopoguerra la vita di Maria riprende a scorrere sui binari della scienza, dell’insegnamento, della cultura. All’incarico di Presidente dell’Accademia, continua ad affiancare l’insegnamento. Sebbene abbia superato i 70 anni, ottiene dal rettore Adolfo Omodeo una proroga dell’incarico universitario, «in considerazione della sua energia, della sua integrità morale e anche dei danni subiti» (p. 144). Altrettanta energia mette nella ricostruzione della biblioteca, una priorità assoluta per Maria, biblioteca che nell’incendio nazista ha perso gran parte del patrimonio librario. Energica, impegnata e indaffarata sino alla fine, poiché per Maria «perfino vivere era un dovere da non trascurare» (p. 159). La Signora di Napoli muore il 17 aprile 1960. A visitarla nella camera della casa di via Mezzocannone, dove alle sue spalle c’è un grande ritratto di Michail Bakunin, decine di autorità, allievi, colleghi. La scomparsa di Maria Bakunin sembra segnare il passaggio da un’epoca all’altra, un’epoca nuova di grandissimo progresso che non avrebbe visto la luce senza il coraggio e la passione della Signora di Napoli, scienziata quando per le donne sembrava impossibile esserlo.
di Paola Signorino

