Victoria de Grazia, Storia delle donne nel regime fascista, Marsilio Editori, Venezia 2023 (prima edizione 1993)

Uscito in Italia per la prima volta nel 1993 (How Fascism ruled women. Italy 1922-1945, University of California Press, 1992), il volume di Victoria De Grazia ritorna, ampliato e rivisto, come un tassello fondamentale sia della storia delle donne sia del regime fascista. L’idea del libro, germogliata negli anni Ottanta, nasce dalle sollecitazioni del movimento femminista che fanno emergere il bisogno di un nuovo approccio rispetto alla storia del regime, individuando nella «condizione delle donne sotto il fascismo un punto di svolta nella lunga e contraddittoria marcia percorsa dalle donne nel XX secolo verso l’emancipazione e l’uguaglianza di fronte alla legge» (p. 13). L’obiettivo della ricerca è dunque di «fornire una sintesi e un’interpretazione» del periodo fascista secondo prospettive nuove: da un lato, i modi in cui la dittatura è stata vissuta dalle donne; dall’altro, «l’impatto reale delle politiche fasciste nella definizione dei rapporti di genere; infine un confronto con le altre nazioni rispetto a come il fascismo ha gestito l’ingresso delle donne nella società di massa». Quest’ultimo è un punto particolarmente ricco di contraddizioni, perché se il processo di modernizzazione è irreversibile e in parte sfruttato dal regime stesso, è al contempo incontrollabile e ricco di possibili spazi di autonomia e di libertà (pp. 20-21).

L’edizione del 2023 ha visto la luce in un contesto culturale totalmente diverso da quello d’inizio anni Novanta. Oggi si assiste all’ascesa mondiale delle destre estreme, le quali di nuovo si pongono come obiettivo il controllo del corpo delle donne, attaccando diritti che si pensavano consolidati. Anche la storiografia si è arricchita di nuovi contenuti e l’autrice, oltre ad aggiornare il testo e la bibliografia di rifermento, amplia la ricerca con due capitoli sull’esperienza coloniale italiana. Il ruolo delle donne nelle colonie dimostra come il fascismo persegua il controllo sociale attraverso quello dei corpi delle donne bianche e indigene, dei ruoli di genere, della sessualità, della supremazia razziale. Ma dimostra anche come spesso sia un controllo impossibile da esercitare coerentemente, almeno per alcune fasce della popolazione: la «società di frontiera offriva alle donne bianche maggiori libertà che nella metropoli, ma al contempo, le imprigionava nei concetti imperiali di prestigio razziale e status sociale» (p. 17). Di nuovo, si delinea la contraddizione che segna la vicenda delle donne durante il fascismo. Da un lato il regime «impose una visione del loro ruolo quali mezzi di riproduzione biologica della nazione appoggiandosi all’autorità della famiglia e della Chiesa». Obbligando le donne ai ruoli tradizionali di madre e casalinga assunti come biologicamente determinati, il fascismo sottolinea la propria vocazione retriva proprio mentre «il mondo sfida questa concezione delle donne grossolanamente reazionaria». D’altro canto, per convincere le donne di questa loro funzione, è necessario «mobilitarle nella sfera pubblica rischiando però di rafforzare la loro richiesta di una maggiore partecipazione culturale, sociale, economica, politica» (pp. 15-19). Lungo questa antinomia si snoda il rapporto tra donne e fascismo, ed è proprio il nuovo sguardo femminile e femminista sulla storia che sollecita «a trattare le donne italiane non in quanto semplici vittime della dittatura e del patriarcato, ma come attori e soggetti storici la cui esperienza del dominio fascista è stata variegata» (pp. 20-21).

Il fascismo è anche un processo di nazionalizzazione che per gli uomini inizia già tra il XIX e il primo decennio del XX secolo, pur con forti limiti e contraddizioni, attraverso la scuola, l’esercito, la concessione del suffragio (quasi sempre parziale), mentre a partire dalla Grande guerra interessa anche le donne. Se nelle liberal-democrazie questo percorso ha caratteristiche di apertura e modernizzazione, nei regimi illiberali avviene in termini autoritari e reazionari grazie a un sistema «repressivo e pervasivo, in cui ogni aspetto della vita delle donne fu commisurato agli interessi dello Stato e della dittatura, dalla definizione della cittadinanza femminile, al governo della sessualità, alla determinazione dei livelli salariali e delle forme di partecipazione alla vita sociale» (p. 35). Su queste premesse, De Grazia indaga i modi e i temi che definiscono il rapporto tra fascismo e mondo femminile, accompagnando i dati e le fonti con una capacità di scrittura in grado di reggere la grande complessità delle tematiche descritte. Dunque la maternità; il rapporto tra la famiglia e lo Stato erogatore di servizi di difficile accessibilità, che obbliga le donne al ruolo di intermediarie tra bisogni e burocrazia; il mondo del lavoro da cui sono sostanzialmente escluse, con un evidente peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari e una sempre più accentuata differenza di classe. Ancora, lo spazio pubblico, fondamentale per la costruzione della retorica del regime, dove però si manifestano le maggiori contraddizioni rispetto alla modernità grazie anche alle suggestioni che arrivano dall’estero; l’organizzazione di massa delle donne, attuata attraverso le nuove istituzioni fasciste (l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, le organizzazioni giovanili, ecc.), a loro volta fondamentali per la costruzione del consenso e dove la presenza femminile è sollecitata; il rapporto con il cattolicesimo, da un lato in concorrenza con le organismi del regime, dall’altro garante del supporto ideologico necessario a frenare gli impulsi di modernizzazione incontrollabili; il già citato mondo coloniale. Infine, dopo i lunghi anni di dittatura, la nuova consapevolezza maturata nell’antifascismo e nella Resistenza.

Attraverso questa lunga e appassionata analisi, si coglie in tutta la sua profondità «il conflitto tra ansia di modernità e desiderio di restaurazione dell’autorità tradizionale che attraversa l’intera storia del regime» (p. 26), il cui esito è contraddittorio e non del tutto misurabile. Le donne non sono soggetti omogenei e passivi, sviluppano una diversità di atteggiamenti individuali e collettivi con una proliferazione di identità alternative, ed è interessante indagare come si muovono dentro i limiti costrittivi della società totalitaria. Del resto, il consenso delle donne non è misurabile –  le carte di polizia riportano solo gli umori maschili – ma è sicuramente valido il riferimento di De Grazia alla categoria gramsciana di “coscienza contraddittoria”, che mostra come siano complessi i sistemi di credenze e sia difficile determinare come i gruppi subalterni facciano i conti con l’ordine dominante (p. 45).

È, naturalmente, un libro che indaga anche “il problema dell’uomo” sotto il fascismo, quella “mascolinità egemonica” «malsana, che fu via via sempre più venefica mentre la classe dirigente della prima ora invecchiava, esacerbava il suo razzismo e maturava una coscienza sempre più acuta del fatto che di fronte alla guerra totale, dipendeva del tutto dalle donne, quali risorse economiche, politiche ma anche emotive» (pp. 16-17). Una mascolinità tossica, si direbbe oggi, che si staglia in tutta la sua violenza sia nei momenti di ascesa della potenza del regime, nelle colonie, nei confronti delle donne razzializzate e schiavizzate; sia nei momenti di caduta nell’abisso, in cui la violenza cieca prende il sopravvento, nei giorni di Salò e della dissoluzione del regime. Come sottolinea De Grazia, «l’Uomo Nuovo fascista, in definitiva, era un uomo velleitario, dal momento che il regime si definì in termini di genere – più aggressivo, più giovane, più virile dei maschi delle vecchie e impotenti democrazie liberali – ma non riuscì mai a scacciare il dubbio di non essere all’altezza dei suoi proclami» (p. 17).

Il lascito del fascismo nella società italiana, e in particolare nelle questioni di genere, nel rapporto tra le donne e lo Stato, nella relazione delle donne con il potere, ha permeato per molto tempo la vita della Repubblica e forse non si è ancora del tutto consumato. Nonostante alcuni aspetti di modernizzazione, il regime è stato nei fatti una cappa di piombo che ha impedito per lunghissimo tempo non solo l’applicazione dei diritti fondamentali di uguaglianza, ma anche un cammino spedito verso un cambio profondo della mentalità diffusa che ha riguardato anche la mancata ridefinizione del mondo maschile. Un’eredità pesantissima, dunque, in grado di cancellare persino la memoria del femminismo storico almeno sino agli anni Settanta, quando «le nuove italiane iniziarono a riscoprire l’eredità del femminismo di inizio secolo: solo allora, forse, ebbe termine il lungo viaggio delle donne attraverso il fascismo» (p. 50). Di fronte a un presente di nuovo preoccupante, De Grazia ci invita a considerare questa ricerca come un work in progress che sia, soprattutto, «un’ispirazione a colpire al cuore il sistema patriarcale fascista – e che questo diventi un impegno collettivo e appassionante» (p. 18). Un invito da raccogliere senza esitazioni

di Paola Signorino

Loading...