Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze 1980

Come altri sopravvissuti alla Shoah (ebrei, ma anche detenuti politici) Elie Wiesel aveva tentato di rimuovere quei mesi angoscianti, di cancellare l’inferno di Auschwitz. Per questo ci mise dieci anni a mettere nero su bianco quello che il sistema concentrazionario nazista si era inventato per portare a termine la “soluzione finale” per uomini, donne e bambini come lui. Poi, un giorno, qualcuno gli fece capire che doveva trovare la forza di ricordare e lanciare al mondo un messaggio, squarciando il velo di silenzio che era calato all’indomani della liberazione dei prigionieri sopravvissuti ai  lager nazisti.

Scrissi febbrilmente, senza respiro, senza rileggere. Scrissi per testimoniare, per fermare i morti dal morire, per giustificare la mia sopravvivenza… La mia promessa di silenzio sarebbe stata presto rispettata: l’anno successivo avrebbe segnato il decimo anniversario dalla mia liberazione…

Alla fine di questo suo “viaggio interiore”, Elie Wiesel aveva un manoscritto di 862 pagine che chiamò Un di Velt Hot Geshvign/E il mondo rimase in silenzio. La prima edizione, ridotta però a 178 pagine, uscì a Parigi nel 1958, quando Jerôme Linden di Les Editions de Minuit accettò di pubblicare una traduzione intitolata La Nuit, con una prefazione di François Mauriac, due anni dopo seguì l’edizione inglese.

Ci vollero altri ventidue anni (1980) per vedere la prima edizione italiana del testo (nella traduzione di Daniel Vogelmann, editore dell’opera). Un volumetto agile, introdotto dalla singolare, e intensa, prefazione di Mauriac, dove però il famoso scrittore francese (Premio Nobel per la letteratura nel 1952) inspiegabilmente non entra nei dettagli di un incontro che fu decisivo per entrambi. Fu proprio quel fortuito incontro tra un giovane giornalista, Wiesel, e un attempato intellettuale, Mauriac, a dare il via a quel «potente messaggio di pace, di espiazione e di dignità umana all’umanità intera» che spinse il Comitato Norvegese dei Premi Nobel ad assegnare a Wiesel il Premio Nobel per la Pace nel 1986.

Ma tutto partì allora, da quel fortuito incontro, quando Mauriac si trovò a «evocare dei ricordi del tempo dell’occupazione nazista» soffermandosi sull’immagine di «quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione. Quanto volte ho pensato a quei bambini!». E, di rimando, il suo giovane interlocutore (che si riconosce in una delle foto-simbolo della liberazione del lager di Buchenwald, seminascosto tra i tanti Muselman, i prigionieri scheletrici in una delle decine di baracche del campo), aggiunse: «io sono uno di loro». Mauriac si trovò spiazzato.

Cosa potevo rispondere al mio interlocutore? A quel bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto? In quello sguardo da Lazzaro resuscitato e tuttavia sempre prigioniero delle oscure rive dove vagò, incespicando su dei cadaveri disonorati […] Dio è morto, si è dileguato per sempre nel fumo dell’olocausto umano pretesa dalla Razza, la più ingorda di tutti gli idoli.

Formato tascabile, nove capitoli, La notte ti avvolge e ti trascina subito nell’oscurità, nel buio assoluto dell’orrore, quando la sensazione che la vita non sarà più come prima – per tutta la comunità di Sighet, la cittadina della Transilvania dove nacque Wiesel – ha il sopravvento. All’inizio serpeggia una blanda inquietudine («Hitler non potrà farci del male, anche se volesse… Annientare tutto un popolo? E in che modo?»). Nulla cambia quando le strade di Sighet si riempiono di «elmetti d’acciaio e il loro emblema: un teschio» e ogni membro della comunità deve portare la stella gialla («Ebbene? Non se ne muore…»). Ma in una manciata di ore la situazione precipita e la paura diventa tangibile, quando comincia a circolare una sola parola: deportazione. I volti amici si trasformano in visi ostili, in sguardi carichi di odio («erano i nostri primi oppressori, il primo volto dell’inferno e della morte»).

«Tutti gli ebrei fuori! Fate alla svelta!» I gendarmi ungheresi colpivano con il calcio dei fucili e con i manganelli chiunque capitasse, senza ragione, a destra e a sinistra, vecchi e donne, bambini e infermi. […] I gendarmi facevano l’appello una volta, due volte, venti volte. Negli occhi di ognuno, una sofferenza, piena di lacrime. Lentamente, pesantemente, la processione avanzava. […] Mi sembrava di vedere una pagina strappata da qualche libro di racconti, da qualche romanzo storico sulla cattività babilonese o sull’Inquisizione spagnola.

Poi per Wiesel e famiglia, insieme a tutta la comunità ebraica di Sighet, ha inizio il viaggio, ignari di tutto, senza una destinazione certa, stipati in carri bestiame, dove è impossibile sdraiarsi, c’è poca aria, l’acqua scarseggia velocemente e i servizi igienici sono una chimera. Alla frontiera cecoslovacca c’è il passaggio di consegna di tutti i prigionieri alle autorità tedesche, che subito fanno capire che il clima è decisamente cambiato.

«Siete 80 in un carro – aggiunse l’ufficiale tedesco – Se qualcuno manca sarete tutti fucilati, come cani». Le porte vennero richiuse. Eravamo in trappola, fino al collo. Il mondo era un carro ermeticamente chiuso.

Per quanto la narrazione della deportazione e del sistema concentrazionario nazista sia ormai nota (per le molteplici testimonianze in documenti, libri e film), si rimane colpiti da quanto racconta Wiesel, che arriva a Buchenwald non ancora maggiorenne e, come centinaia di migliaia di persone in quel campo, vede cambiare vertiginosamente la sua esistenza e quella della sua famiglia (suo padre Shlomo, sua madre Sarah e le sorelle Hilda, Beatrice e Tzipora) deportata assieme a 15.000 ebrei di Sighet e a 18.000 dei villaggi vicini. Quello che è differente rispetto ad altre testimonianze è la tempistica, perché i passaggi cruciali si svolgono di notte. È di notte che il protagonista, il giovane Eliezer (alter-ego di Wiesel), si reca in Sinagoga a piangere per la distruzione del Tempio (premonizione, forse, dell’ombra che sta per calare sugli ebrei di tutta l’Europa). È di notte che arriva la terribile notizia della deportazione ed è di notte che durante il viaggio una deportata ha tremende allucinazioni, «come se un’anima maledetta fosse entrata in lei e parlasse dal fondo del suo essere».

Ma la notte in cui il convoglio di Eliezer e la sua famiglia si ferma nel campo di Auschwitz-Birkenau è sicuramente quella notte, quella che dà il titolo ad una delle testimonianze più toccanti sulla Shoah, quella in cui l’Autore descrive il suo arrivo ad uno dei lager più tristemente noti al mondo, scoprendo presto che la madre e la sorella Tzipora, di soli 7 anni, sono state immediatamente mandate nelle camere a gas.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha trasformato la mia vita in una lunga notte, sette volte maledetta e sette volte sigillata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in ghirlande di fumo sotto un muto cielo blu. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumavano la mia fede per sempre. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l’eternità, del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima. Non dimenticherò mai queste cose, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Da questo momento la narrazione è una lenta, inesauribile, discesa nell’abominio, nel profondo di un orrore senza fine, puntellato da brutali kapò, da forni crematori, dalla mancanza di cibo, dai pestaggi gratuiti, dalle «fiamme e un odore abominevole che aleggiava nell’aria», in quel mondo fuori dal mondo la cui unica via d’uscita – nei diabolici piani del Fürher – sembra essere solo il camino. Ad Auschwitz, come in ogni altro lager, non esiste la compassione, non ci sono mezze misure, non c’è la benché minima traccia di carità.

Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo.

Il giovane Weisel non riesce ad abbandonare la sua vita precedente, a cui cerca di tenersi ancorato per disperazione («Sto divenendo un altro uomo: lo studente del Talmud, il ragazzo che ero, si erano consumati nelle fiamme. Restava soltanto una sembianza. Una fiamma nera si era introdotta nella mia anima e l’aveva divorata»). Ma la realtà lo investe con l’irruenza di un violento uragano, con le parole impietose di uno dei tanti detenuti che passivamente hanno accettato la loro nuova vita al servizio delle SS (quelle che hanno «il delitto scritto sulla fronte e nelle pupille»), entrati ormai a pieno regime nel sistema di violenza e morte:

Vedete laggiù Il camino? Lo vedete? Le fiamme le vedete? E laggiù che andrete. È laggiù la vostra tomba. Figli di cani, non capite dunque nulla? Vi bruceranno.

Poi la disinfezione forzata e ritrovarsi a correre nudi, scarpe e cintura in mano, nel freddo gelido delle 5 di mattina. I giorni passano lenti per Weisel e suo padre (le sorelle Hilda e Beatrice erano state separate dal resto della famiglia), tra il lavoro massacrante alla cava, le adunate la mattina presto, il cibo scarso («qui si digiuna tutto l’anno»), quel numero inciso sul braccio («io diventai A-7713»), le continue selezioni tra abili e non abili (a guidarle il famigerato dottor Mengele) e una tenue, flebile speranza: «l’inferno non dura in eterno…»

Un giorno la centrale di Buna saltò. Tre forche vennero drizzate sul piazzale dell’appello. Tre condannati incatenati e tra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi. «Dov’è il buon Dio? Dov’è?» domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del capo le tre seggiole vennero tolte. Più di una mezz’ora il bambino restò a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardalo bene in faccia. «Dov’è dunque Dio?». E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: «Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…».

Nelle pagine di Wiesel non ci sono riferimenti temporali. A un certo punto (presumibilmente nel dicembre del 1944) le SS decidono l’evacuazione del campo: migliaia di ombre spezzate dal vento si mettono in cammino verso Buchenwald («settanta chilometri in una notte»), tra loro ci sono anche Wiesel e suo padre, che alla fine della nota marcia della morte è irriconoscibile, invecchiato di colpo: «mi ricorderò sempre quel sorriso, da che mondo veniva?». Poi, nonostante gli sforzi di Wiesel di accudirlo a tutti i costi («Piccolo, non dimenticare che sei in un campo di concentramento: qui ognuno deve lottare per se stesso e non pensare agli altri, neanche al proprio padre»), la salute del padre peggiora in maniera drastica fino a spegnersi nella notte del 28 gennaio 1945.

Mi svegliai il 29 gennaio. Al posto di mio padre giaceva un altro malato. Dovevano averlo preso prima dell’alba per portarlo al crematorio. Non ci furono preghiere sulla sua tomba, nessuna candela accesa in sua memoria. La sua ultima parola era stato il mio nome e io non avevo risposto.

Poche settimane dopo il Movimento di resistenza dentro Buchenwald prendeva le armi e in poche ore conquistava la direzione del campo, in attesa che la VI Divisione della Corazzata statunitense occupasse il campo. Tre giorni dopo la liberazione del campo, Wiesel, stremato, si ammala e viene trasferito all’ospedale, e qui si commiata dal lettore con una testimonianza che difficilmente potrà essere dimenticata:

Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più.

di Claudio A. Colombo

Alcuni prigionieri nel campo di concentramento di Buchenwald il 15 aprile 1945. Elie Wiesel è il settimo da sinistra nella seconda fila


 

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