Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Roma 1944

È in assoluto la prima memoria scritta della Shoah italiana, messa nero su bianco, di getto, a pochi mesi di distanza dall’atroce retata nazista nel Ghetto di Roma (al comando c’è il disgustoso comandante Herbert Kappler), un continuo intrecciarsi di racconto e cronaca che rifugge ogni compiacimento letterario ma senza disdegnare l’eleganza della prosa. Una narrazione fitta fitta di quella nottata interminabile, ricostruita attraverso le testimonianze vive, attraverso le parole raccolte dalla bocca di chi, in quelle ore drammatiche, riuscì a salvarsi. A cadenzare le ore, i minuti, gli attimi di quello che è considerato uno degli episodi più crudi dell’occupazione nazista nella capitale (basta leggere il volume di Marcello Pezzetti, 16 ottobre 1943: la razzia del 2016) c’è un intellettuale ebreo, lo scrittore, saggista, critico letterario Giacomo De Benedetti (1901-1967), tra i maggiori interpreti della critica letteraria in Italia del XX secolo.

L’opuscoletto (sono solo una cinquantina di pagine) viene pubblicato per la prima volta nel dicembre 1944 sulla rivista romana Mercurio (diretta da Alba De Céspedes), testo poi uscito l’anno successivo su Libera stampa di Lugano e nelle edizioni O.E.T. di Roma. Due anni più tardi, Jean Paul Sartre ne promuove la traduzione francese per Temps modernes. Nel 1959 viene riproposto da Il Saggiatore, la casa editrice di cui Giacomino (come veniva chiamato dalla moglie Renata Orengo) è co-fondatore insieme ad Alberto Mondadori e in cui inventa e dirige la collana di narrativa “Biblioteca delle Silerchie”, come la piantina che dovrebbe mettere in fuga malanni e malefizi. Nel 2021 La Nave di Teseo ha riproposto il testo con le introduzioni scritte negli anni da Natalia Ginzburg, Guido Piovene e Alberto Moravia, che lo considerava una “cronaca al tempo stesso commossa ed esatta”.

Durante i mesi delle retate, che si susseguono in tutta Italia, De Benedetti non è a Roma, è riuscito a sfollare nella cittadina di Cortona (ai cui abitanti sarà sempre grato) insieme ad altri due scrittori: Silvia Forti Lombroso, ma soprattutto Luciano Morpurgo (famoso fotografo), uno dei primissimi a mischiare storia e autobiografia (nel volume Caccia all’uomo. Vita sofferenze e beffe. Pagine di diario 1938-1944, Roma 1946), riproducendo la relazione del Presidente della Comunità Israelitica di Roma, Ugo Foà, circa le misure razziali adottate in Roma dopo l’8 settembre 1943 dalle autorità tedesche di occupazione.

Ad una prima analisi, le pagine iniziali del racconto di De Benedetti ricordano quelle de La notte di Elie Wiesel (anche se il romanzo del premio Nobel per la pace nel 1986 uscì molto dopo, nel 1958), perché entrambi gli scrittori si soffermano su una considerazione che appare a dir poco singolare: come è stato possibile che sia la comunità del ghetto di Roma, sia quella del ghetto di Varsavia alle prime avvisaglie di quello che sta per accadere ostentino, anzi oppongano un religioso silenzio, una pacata attesa, fiduciosi che «i tedeschi saranno dei rascianìm (“cattivi”, n.d.r.), ma sono gente d’onore»? Possibile che a sminuire la veridicità delle voci che cominciano a circolare sia un gretto pregiudizio, un atteggiamento altezzoso, perché a denunciare le azioni dei nazisti sono una semplice borgatara (la Celeste) e l’umile tuttofare della sinagoga (Moshè)?

Giungeva nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia… non può esprimersi, l’agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca… poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano un lista di 200 capifamiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie […]. Ma nessuno volle crederci, tutti ne risero. Tutti sanno che la Celeste è una chiacchierona, un’esaltata, una fanatica: basta vedere come gesticola quando parla, con quegli occhi spiritati sotto quei capelli di crine vegetale. Come si fa a dare ascolto alla Celeste? […]. Quella sera risalirono alle loro case, si rimisero a sedere intorno alla tavola, a cenare, commentando quella storia senza sugo.

Quello che forse possiamo considerare il primo instant-book della storia moderna, è diviso in due parti: la narrazione degli antefatti e la narrazione (ritmata, in un crescendo di aggressioni e violenze) della retata che dà il titolo al libretto. Gli antefatti sono quelli che risalgono al 26 settembre 1943, quando le famiglie del ghetto avevano risposto alla minaccia avanzata dal comandante Kappler di deportare 200 ostaggi se la comunità non avesse pagato una taglia di 50 chili d’oro («la questura italiana subito informata non rispose – scrive l’autore – il silenzio, per una crudele allusione, era più che mai d’oro»). Ovviamente, di questo “riscatto” non viene rilasciata alcuna ricevuta.

Si pensò che i tedeschi non volessero lasciare documenti del sopruso. Ma i tedeschi hanno lasciato e lasciano ben altri documenti: nelle fosse, nei carnai, nelle opere fatte saltare con le mine, nei saccheggi; a ogni loro passo ne hanno lasciati e ne lasciano, e tali che rimangono incisi, e per decenni rimarranno, sulla crosta dell’Europa […]. Più verosimilmente la spiegazione del rifiuto va cercata nella coscienza dei criminali, in cui c’è sempre il senso di una fatalità del castigo.

Ma gli antefatti sono anche quelli del 9 ottobre, quando c’erano stati alcuni immotivati arresti, che però non sembravano aver destata alcuna preoccupazione perché i nazisti «con la loro forza così schiacciante, con la loro autorità così assoluta avrebbero potuto fare assai di peggio…». E poi ci sono i fatti dell’11 ottobre, con l’arrivo nei locali della comunità di un ufficiale tedesco, pronto a fare razzia di libri, codici, manoscritti e pergamene custoditi nella Biblioteca. «No, non c’erano speciali motivi di diffidare, di prendere le cose al tragico», dice Debenedetti, per poi aggiungere: «chi sa se saranno gli stessi carrozzoni a cui toccherà, tra breve, di portare in Germania altro, e ben altrimenti vivo, carico».

Per il momento la tranquilla quotidianità del ghetto, ancora immune dal destino degli ebrei, un destino che si ripete da secoli con esili, fughe, schiavitù e deportazioni, è salva, è una conquista che non vale la pena di mettere in discussione solo perché cominciano a circolare certe voci, insomma per un nonnulla. Ne delinea una spiegazione calzante il critico Gianluca Cinelli (della Goethe-Universität Frankfurt):

La verità è difficile da scorgere, le passioni che la offuscano sono ugualmente potenti ma opposte a quelle che si agitano in Storia della colonna infame: lì la paura del contagio fa vedere unzioni venefiche ovunque e diventa furore, che reclama un colpevole per placarsi; qui la paura di una storia che si ripete da secoli produce la speranza disperata degli ebrei che si rifiutano di credere a questa Cassandra popolaresca.

E così si arriva alla fatidica notte, quella tra il 15 e 16 ottobre, dove la strategia della tensione è quasi palpabile, perché nulla è lasciato al caso. I tedeschi si muovono «con una sorta di rigore professionale, di coscienza del mestiere, piuttosto che stimolati da un preciso accanimento», quasi che ciò fosse (ed effettivamente era) la loro prassi, semplice routine. La stessa routine che il regime di Hitler stava praticando nei campi di concentramento, dove la vita dei deportati non ha regole, in completa balìa di SS e Kapò. A Roma la normale routine si manifesta con una sottile regia, cupamente manifesta e razionale, messa in piedi con una teatralità, una solennità «nibelungica e terrificante», giustificata dal fatto che non esiste una ragione oggettiva per compiere quello che stanno per fare:

Loro soli sapevano la ragione di quell’inferno. E forse la vera ragione era proprio che non ce ne fosse nessuna: l’inferno gratuito, perché riuscisse più misterioso, e perciò più intimidatorio.

Da questo momento, da quando – a notte fonda – iniziano spari, urla e schiamazzi, Debenedetti sembra ritrarsi dalla narrazione, quasi a scomparire, per dare voce a «una collettività popolare, un coro sgomento e terribile, su cui si staccano le voci dei protagonisti di un attimo, per sempre perdute, nel tragico destino comune», si legge nella breve Nota al lettore. Dopo le prime avvisaglie, dove sembra di stare in mezzo a una battaglia, con gli spari che s’intensificano, si stringono, si sovrappongono, poi si fermano, per ricominciare in un continuo stop and go, snervante e intimidatorio, la comunità del ghetto è disarmata.

Nelle case sono tutti in piedi. I vicini si riuniscono per farsi coraggio, e viceversa non riescono che a farsi paura a vicenda. I bambini strillano […]. Tra poco tutto finisce vedrai… Ma non finisce affatto. Quelli pare che si allontanino e poi rieccoli, e intanto la sparatoria non è mai cessata. Facessero qualche cosa, sfondassero una porta, una saracinesca, una bottega, almeno si capirebbe il perché. Ma no, sparano, urlano, nient’altro. È come il mal di denti, che non si sa quanto può durare, quanto può peggiorare. Questo non capire è il peggiore degli incubi.

Poi, dopo ore di angoscia, verso le quattro del mattino la sparatoria finisce, ognuno torna nel proprio letto, convinto («a ripensarci») che non fosse capitato niente. Ancora una volta la ricerca di una placida tranquillità quotidiana ottenebra la mente, allontana i pericoli, nega l’evidenza. Fino a quando un’altra voce di donna, quella di Letizia l’Occhialona, smuove le coscienze. Non c’è più modo di acquetare «gli uragani, le tempeste, le grandinate, che distruggono le viti e gli ulivi, portano la carestia e forse la morte» lanciando dalla finestra, come dice una credenza, un boccone di azzima. Non c’è più tempo, non c’è via di scampo.

Pare che il primo allarme l’abbia dato una ragazza di nome Letizia. Verso le 5, costei fu udita gridare: «Oh Dio, I mamonni!». «Mamonni» in gergo giudìo-romanesco, gli sbirri, le guardie, la forza pubblica. Erano infatti i tedeschi, che col loro passo pesante e cadenzato […] cominciavano a bloccare strade e case del Ghetto. Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza.

Lo stile di Debenedetti è efficacissimo nel fondere in unica composizione cronaca, storia e verosimile, insistendo sempre, però, che quello che pare un perfetto intreccio romanzesco fu vita reale, un dramma agghiacciante, un crimine perpetrato verso centinaia di innocenti. Oltre mille le persone di cui non si seppe più nulla, «ma certamente la cifra è inferiore al vero». Uomini, donne, vecchi e bambini strappati alle loro case da milizie tedesche, favorite dai soliti, immancabili e sfrontati, tirapiedi fascisti.

Prendono tutti, ma proprio tutti, peggio di quanto si possa immaginare. [Anche] il paralitico con la sua sedia venne scaraventato sul camion come un mobile fuori uso di un furgone da trasloco. Nella via passano in fila indiana un po’ sconnessa le famiglie rastrellate: una SS in testa e una in coda sorvegliano i piccoli manipoli li tengono incolonnati e li spingono avanti coi calci dei mitragliatori quantunque nessuno opponga altra resistenza che il pianto, i gemiti, le richieste di pietà […]. I tedeschi urlavano senza motivo probabilmente solo per tenere desto il terrore e vivo il senso della loro autorità.

Dopo due giorni ammassati nel Collegio Militare in attesa della deportazione, impediti anche di raggiungere le latrine, che indica «il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza più rispetto di se stessi». Una sorta di anticipazione di quello che li aspetta una volta finiti nell’universo concentrazionario nazista. Tutti gli ebrei vengono stipati in un treno piombato, «da cui uscivano voci di purgatorio».

È davvero toccante e difficile da dimenticare una delle ultime immagini di Debenedetti:

Di là dalla grata di uno dei carri, a una giovane parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro.

Ecco, 16 ottobre 1943 è invece un urlo assordante, un richiamo forte a ricordare fin nei minimi particolari quella giornata vergognosa (un’ulteriore e atroce prova di forza dopo le leggi razziali) e dare voce a tutte quelle vittime innocenti, morte ammazzate per le percosse, per i supplizi, per la brutalità, per la fame, per solo per la colpa di essere nate.

di Claudio A. Colombo

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