Il 2 giugno 1946, per la prima volta nella storia a livello nazionale dopo le consultazioni amministrative di marzo-aprile, tutte le donne e gli uomini maggiorenni (che cioè avevano compiuto 21 anni) furono chiamati a votare. Il suffragio era diventato realmente universale e si recò alle urne l’89,08% degli aventi diritto (oltre 28 milioni), circa 25 milioni di persone. Questo dato testimoniò appieno la diffusa volontà di partecipazione in una società lacerata, provata dalla guerra e dal regime totalitario e razzista di Mussolini, alleato di Hitler fino alla Liberazione e solo dal 25 luglio 1943 abbandonato da Vittorio Emanuele III, fin lì suo complice nelle nefandezze perpetrate ai danni degli antifascisti, degli etiopi, dei repubblicani spagnoli e degli ebrei dopo l’avvio, nel gennaio 1942 con la conferenza di Wansee, della “soluzione finale” (la Shoah), a cui la RSI (da cui discese l’MSI nel dicembre 1946 e poi FDI) collaborò. La Repubblica, pur sconfitta nei territori che avevano fatto parte del Regno del Sud (fu clamoroso il risultato di Napoli, dove prese appena il 21%), vinse con poco più di due milioni di voti di vantaggio (12.718.641, il 54,27% contro 10.718.502, il 45,73%). Non proprio una manciata di consensi, come sancì ufficialmente la Corte di Cassazione il 18 giugno 1946 dopo l’esame dei ricorsi presentati dai monarchici. Da allora, nonostante il solenne pronunciamento basato sulle verifiche effettuate, hanno continuato a circolare grottesche voci di brogli e fantomatici complotti, una tendenza (quella di eludere la storia per accampare inesistenti diritti) che non è tramontata. L’Italia, il 23 aprile 1946, era stata divisa in 32 collegi elettorali, che avrebbero dovuto portare all’elezione di 573 deputati. In realtà gli eletti furono 556, tra cui 21 donne, poiché non vi furono le elezioni nell’area di Bolzano e nel collegio Trieste e Venezia Giulia – Zara, ancora sottoposte alla giurisdizione del governo militare alleato. Le “madri costituenti” erano così suddivise: nove della DC, nove del PCI, due del PSIUP e una dell’Uomo Qualunque (UQ). Di queste, cinque (Maria Federici, Angela Gotelli, Teresa Noce, Nilde Iotti e Angela Merlin) fecero parte della Commissione dei 75 (istituita il 15 luglio 1946, divisa in tre sottocommissioni e presieduta da Meuccio Ruini, terminò i suoi lavori il 1° febbraio 1947), chiamata materialmente a redigere la Costituzione figlia, ovviamente, di un ampio dibattito che coinvolse più voci. L’Assemblea Costituente iniziò i suoi lavori il 25 giugno 1946, il 28 elesse Enrico De Nicola Capo provvisorio dello Stato e fu presieduta prima da Giuseppe Saragat e, dopo le sue dimissioni in conseguenza della scissione di Palazzo Barberini in cui i socialdemocratici si staccarono dal PSIUP (che divenne nuovamente PSI), dal comunista Umberto Terracini, concludendo i suoi lavori alla fine del 1947. La Costituzione (la discussione generale sul progetto iniziò il 4 marzo 1947) fu approvata in un clima di grande concordia a larghissima maggioranza (vi furono ben 453 sì e 62 no) il 22 dicembre e promulgata il 27 dicembre (gazzetta ufficiale n. 298), entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Com’è stato sottolineato in sede autobiografica a più riprese dagli stessi protagonisti (tra cui Vittorio Foa), l’assemblea portò a termine un lavoro straordinario in una stagione politica complessa, considerato che durante la sua attività si ruppe l’unità antifascista che era stata rappresentata dal CLN e scoppiò la Guerra fredda, cosa che determinò l’uscita di PCI e PSI dal governo presieduto da Alcide De Gasperi e acuì notevolmente le tensioni tra le sinistre operaie (guidate da Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, quest’ultimo già membro della Commissione dei 75 come Piero Calamandrei, Lelio Basso, Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Mortati, Concetto Marchesi, Lussu, Zuccarini, Bozzi) e gli altri partiti antifascisti che animavano il composito quadro politico. La Costituzione repubblicana, con buona pace di chi nega persino l’evidenza, è antifascista perché fu scritta proprio dai rappresentanti dei partiti che lottarono contro il regime fascista fin dalla sua genesi affrontando il carcere, il confino, l’esilio e animando la Resistenza armata. Senza gli anglo-americani l’Italia si sarebbe liberata con difficoltà dal nazifascismo, cosa che vale per la Francia e per tutti i paesi occupati dal III Reich e dai suoi sodali, senza dimenticare il ruolo dell’URSS nel conflitto. Ma fu solo l’azione dei partigiani a garantire al paese il recupero della dignità declinando in modo nuovo l’identità nazionale e il concetto di patria, parola regolarmente usata dagli antifascisti e ben presente anche nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza, in maggioranza giovanissimi. La Repubblica e la Costituzione, che si configurò come un grande progetto e che ancora oggi non è del tutto attuata, rimangono il faro del nostro vivere civile. L’Assemblea Costituente che approvò la carta rappresentò una novità storica dirompente, come lo fu la nascita della Repubblica democratica. La monarchia sabauda, nonostante la (tardiva) svolta dell’estate del 1943, era troppo compromessa con Mussolini e il fascismo. Pur godendo di un buon sostegno in ampie aree del paese, quella forma istituzionale non soltanto aveva sposato il totalitarismo mussoliniano ma, di fronte alla genesi e all’ascesa violenta del fascismo, si era mostrata incapace di difendere le istituzioni dell’Italia liberale e le (deboli) garanzie dello Statuto Albertino, concesso nel 1848. Quell’Italia liberale che, come affermò alla Consulta nazionale il 26 settembre 1945 il primo presidente del Consiglio dopo la Liberazione, l’azionista Ferruccio Parri, attirandosi le critiche di Benedetto Croce (che prima di essere centrale per l’antifascismo aveva votato la fiducia a Mussolini dopo il delitto Matteotti), non si poteva considerare una democrazia.
di Andrea Ricciardi

