Cento anni fa moriva Piero Gobetti, giovane intellettuale torinese, editore, riferimento per più di una generazione di antifascisti. Nella sua breve esistenza, parafrasando il titolo del carteggio con l’amata Ada, pensò e scrisse molto, concentrando in pochissimi anni la sua frenetica attività e le sue riflessioni, ma lasciando un segno indelebile nella cultura e nella politica italiana. Subì un violento pestaggio dagli squadristi fascisti nel settembre 1924 e, a soli tredici giorni dal suo arrivo a Parigi, l’inizio di un esilio che considerava ormai l’unica possibile prosecuzione delle battaglie politico-culturali condotte in patria, fu stroncato da una bronchite che si aggiunse a problemi cardiaci, aggravati dall’azione criminale fascista. Non aveva ancora compiuto 25 anni, da meno di due mesi era divenuto padre di Paolo.

Ci si può chiedere, senza far uso di retorica celebrativa (che Gobetti mal sopportava), cosa rimane di spendibile oggi delle sue idee e delle sue lotte. Gli storici continuano a scavare utilmente nel passato, lo faranno anche dopo questo centenario. Ma, oltre alla loro cerchia ristretta, quanti conoscono il fondatore de La Rivoluzione Liberale e i molti intellettuali e politici che dialogarono con lui e che furono tra i più importanti del Novecento italiano?

La politica attuale, in sostanza, non ne tiene conto perché, si dice, il mondo è cambiato, il passato non interessa quasi nessuno, per avere il consenso si deve guardare al presente e al futuro prossimo, alle “cose concrete”. Tuttavia, senza considerarne le radici, è assai difficile cogliere le varie sfaccettature del presente e pensare al futuro con un’effettiva coscienza della complessità dei problemi, col rischio che antichi incubi tornino ad essere realtà.

Questa “perdita di senso”, lo si percepisce ogni giorno dal trionfo degli slogan urlati e dalla sostanziale impossibilità di approfondire qualsiasi argomento per “mancanza di tempo”, è un chiaro segnale di alienazione delle persone da loro stesse, un’alienazione che si traduce in una pericolosa assuefazione all’indifferenza e all’evidente restrizione degli spazi di libertà e di partecipazione nella società. Una tendenza alimentata nelle democrazie liberali occidentali dall’estrema destra, discendente (talvolta inconsapevole ma non per questo accettabile) di chi sposò i deliri di onnipotenza del nazifascismo, razzista e guerrafondaio.

E allora, a ben vedere, a cento anni dalla scomparsa anche Gobetti può essere spendibile. Contro chi e contro cosa lottava? Innanzitutto contro il conformismo e l’arroganza del potere, il trasformismo e l’utilitarismo, per la libertà e l’ampliamento dei diritti in un’Italia stretta fra reazione, conservatorismo e illusioni palingenetiche. Con Gobetti, un secolo fa, moriva non un vecchio saggio che aveva previsto tutto, non un pensatore che aveva messo a punto un organico sistema politico, ma un intellettuale che stava crescendo attraverso il confronto (anche duro) con esponenti di varie generazioni, che erano più o meno distanti dal suo sentire. Gobetti non si rassegnava a un presente sempre più cupo, era intransigente con gli avversari e con se stesso, determinato a impegnarsi fino in fondo per capire e per investire comunque sul futuro, per quanto incerto e inquietante fosse. Una battaglia di minoranza ma, nonostante questo, o forse proprio per questo, ancor più degna di rispetto e di considerazione, ieri come oggi.

Di fronte al centenario della sua scomparsa, studiosi e giornalisti lo hanno ricordato [1] (e le iniziative continueranno nei prossimi mesi) tornando sui tratti principali del suo pensiero che, in questa sede, di certo non è possibile riassumere. Si può però ricordare che, oltre al settimanale La Rivoluzione Liberale (1922-25), Gobetti (ancora diciassettenne e studente di liceo) diede vita al quindicinale Energie Nove (1918-1920) e fondò successivamente un’altra rivista (quindicinale), Il Baretti, che, nata nel dicembre del 1924 e caratterizzata da un taglio letterario, gli sopravvisse fino al 1928. Furono importanti anche l’omonima casa editrice che, pur tra numerosi problemi economico-organizzativi, in tre anni pubblicò opere di altri antifascisti come Giovanni Amendola, Luigi Salvatorelli, Luigi Sturzo, Guido Dorso, e i proficui scambi con Gaetano Salvemini (uno dei suoi maestri, che lo coinvolse nei gruppi nati intorno alla rivista L’Unità, pubblicata tra il 1911 e il 1920) e con Antonio Gramsci, che lo portò a collaborare con il quotidiano comunista L’Unità in veste di critico letterario.

Non si può dimenticare la forte influenza che Gobetti ebbe sull’antifascismo che resistette, in Italia e all’estero, dopo l’affermazione del fascismo totalitario. Prima su Giustizia e Libertà, il movimento della rivoluzione democratica fondato da Carlo Rosselli nel 1929 a Parigi, poi sul Partito d’Azione, protagonista nei venti mesi della Resistenza, nel quale GL confluì nel 1943. L’eredità di Gobetti si riverberò anche sul dibattito politico-culturale del secondo dopoguerra, in vari ambiti che vanno dal liberalismo al comunismo, passando per il socialismo nelle sue varie declinazioni. Il suo antifascismo diede una spinta decisiva a coloro che non vollero arrendersi e che, nata la Repubblica democratica dopo la vittoria sul nazifascismo, perseguirono l’attuazione della Costituzione avendo presente che la libertà mai si può dare per scontata.

Anche oggi l’approccio alla politica di Gobetti, radicale ma non dogmatico, serve ai giovani e ai meno giovani per capire che, in una società dove non si rispettano gli altri e la dignità è regolarmente calpestata, l’arbitrio diventa giustizia e la democrazia cessa di esistere.

di Andrea Ricciardi   


[1] Cfr. innanzitutto Ersilia Alessandrone Perona (la studiosa più importante di Gobetti, che ha curato in modo impeccabile i suoi carteggi fino al 1924), Piero Gobetti, il “resistente numero uno”, in Patria indipendente, pubblicato il 14 febbraio 2026, consultabile in rete al link https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/piero-gobetti-il-resistente-numero-uno/ e Id., Le lettere che ci manda Gobetti, in Il Sole 24 ore Domenica, 15 febbraio 2026, p. VII, in cui la storica presenta due volumi curati, rispettivamente, da David Bidussa (Pensare futuro, Feltrinelli) e Pietro Polito (La democrazia da fare, Einaudi). Senza alcuna pretesa di esaustività, cfr. anche Eliana Di Caro, Una voce che oggi risuona con la stessa forza, una recensione del libro di Paolo Di Paolo (Un mondo nuovo tutti i giorni, Solferino), ibidem; Alessandro Santagata, A lezione di passione libertaria, in il Manifesto, 15 febbraio 2026, p. 10; Marco Revelli, Gobetti. Prodigioso antifascista, in Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2026, p. 19; Pier Luigi Vercesi, L’ultima nevicata di Gobetti, in Corriere della Sera, 28 gennaio 2026, p. 38 e Piero Gobetti. Il liberalismo della rivoluzione, un confronto a tre voci sul suo pensiero tra Ersilia Alessandrone Perona, Giuseppe Bedeschi e Paolo Soddu, a cura di Antonio Carioti e pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 29 gennaio 2026, pp. 42-43.    

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