Il 31 marzo 2026 la FIAP ha organizzato a Milano un convegno in cui sono state discusse le principali novità storiografiche inerenti all’azionismo, visto in modo particolare in base al suo rapporto con la lotta di liberazione [1]. Uno dei volumi più ricchi e interessanti, curato da Lorenzo Coscarella (autore del saggio più lungo, Il Partito d’azione a Cosenza e nella sua provincia, con un’utile appendice di documenti, pp. 85-102) e Paolo Palma (che ha scritto l’introduzione, Il Partito d’azione e le sue contraddizioni, pp. 15-21) [2], ha consentito non solo di approfondire la prima assise del partito, privo però dei rappresentanti che stavano conducendo la lotta partigiana nel nord del Paese (i delegati erano in tutto un centinaio e provenivano dall’Italia centro-meridionale [3]), ma anche di riflettere sulla più ampia storia dell’azionismo con attenzione ad aspetti della sua eredità (per esempio nella CGIL, di cui ha scritto Mattia Gambilonghi) e ai percorsi individuali di alcuni suoi prestigiosi esponenti che animarono quel congresso, le cui istanze politico-culturali non possono di certo essere confinate nei giorni d’inizio agosto (4-7) del 1944 in cui esso fu celebrato. Si ricordano Guido Dorso (a Cosenza autore della fondamentale Relazione sulla questione meridionale, approvata all’unanimità con un ordine del giorno presentato da Tommaso Fiore, Manlio Rossi Doria, Oronzo Reale e altri), Michele Cifarelli, Nino Woditzka, Antonio Armino (nel novembre 1943 tra i fondatori della Cgl napoletana che teorizzò una diversa impostazione della lotta rispetto alla CGIL nata nel giugno 1944 con il Patto di Roma), Rosina Burich (compagna di vita e di lotta di Woditzka) e Silvio Trentin, di cui hanno scritto Santi Fedele, Giancarlo Tartaglia, Fulvio Mazza, Pino Ippolito Armino, Katia Massara e Luciano Canfora che, intervenuto durante il convegno dopo Giovanni De Luna (nel libro Azionismo e storia d’Italia sui motivi della permanenza fino agli anni Novanta del Pd’A nel dibattito pubblico, pp. 23-27), ha messo in relazione Trentin con Concetto Marchesi (Dialogo a sinistra, pp. 29-36). A questi contributi va aggiunto lo scritto riferito alla mostra “La stampa d’epoca e il Congresso di Cosenza dell’agosto 1944” (pp. 211-245), curata da Pino Ippolito Armino e comprendente interessanti articoli tratti dal settimanale L’Azione, diretto da Pasquale Schiano.

Vale la pena di ribadire che il Partito d’Azione fu l’unico partito nuovo che nacque durante la guerra; che divenne un protagonista assoluto della Resistenza (i partigiani delle Brigate GL per effettivi furono secondi solo ai comunisti inquadrati nelle Brigate Garibaldi); che intese ricollegarsi criticamente alla lotta dei socialisti e dei democratici sconfitti negli anni Venti dal fascismo, divenuto nel 1925-1926 regime totalitario; che, oltre a fornire grandi sollecitazioni culturali e a dar vita ad accesissimi (ma fertili) dibattiti sugli assetti politico-istituzionali e socio-economici da costruire nell’Italia post fascista (democratica ma con elementi di socialismo secondo vari dirigenti), incontrò notevoli difficoltà nell’organizzare una piattaforma programmatica organica e nel rapportarsi adeguatamente a un preciso blocco sociale. Elementi, questi ultimi, che lo condussero alla sconfitta dopo la caduta del Governo Parri alla fine del novembre 1945, a cui seguirono la traumatica scissione del gruppo di La Malfa e Parri nel febbraio del 1946 (alla fine del I Congresso nazionale) e il risultato disastroso nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, che anticipò di qualche mese la rottura dell’unità socialista (gennaio 1947) con la scissione di Palazzo Barberini (che divise Saragat da Nenni) e il complesso dibattito interno al Pd’A sulla sua sorte in vista dello scioglimento, inevitabile, avvenuto ufficialmente nell’ottobre 1947.

Tornando al libro, si può concludere che esso aiuta molto ad inquadrare meglio una parte rilevante dell’azionismo meridionale, troppo spesso considerato laterale e poco influente ma, in realtà, impegnato in elaborazioni direttamente connesse con questioni “nazionali” che si riverberarono sul resto della storia del Pd’A, fino alla sua conclusione due mesi prima della fine dell’attività dell’Assemblea Costituente. Basti pensare, soltanto per fare due esempi, alle pesanti conseguenze della svolta di Salerno patrocinata da Togliatti (e osteggiata anche dai socialisti) nell’aprile del 1944, che costituì un primo grande problema per il Pd’A nelle sue diverse articolazioni e causò una diminuzione del suo peso politico nel quadro di governo romano, e alla sopracitata questione sindacale che fu una delle cause dell’indebolimento del partito rispetto a PCI, PSIUP e DC, come sottolineato a più riprese da De Luna fin dagli anni Ottanta.

di Andrea Ricciardi   


[1] Durante il convegno, organizzato presso il Circolo De Amicis e intitolato Il contributo politico-culturale e militare dell’azionismo alla lotta di liberazione attraverso la storiografia più recente, sono stati discussi vari volumi che hanno riguardato in particolare la fase della Resistenza, con alcune digressioni su temi e figure che l’hanno temporalmente oltrepassata. Per esempio la storia della famiglia Ceva (Bianca, Adele, Umberto ed Elena), il secondo volume degli scritti di Ragghianti, la biografia di Salvemini che non militò nel Pd’A, ma che fu un maestro per molti dirigenti del partito con il quale ebbe un rapporto molto controverso.

[2] Il Partito d’Azione nell’Italia liberata. Dal Congresso di Cosenza allo scioglimento (1944-1947), a cura di L. Coscarella e P. Palma, prefazione di V. Cappelli, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2025. Il volume è stato originato da un convegno dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC), organizzato il 14 novembre 2024 presso l’Università della Calabria.

[3] Mancavano anche i delegati di alcune zone dell’Italia liberata: Abruzzo, Marche, Lazio (con l’eccezione di Roma) e Toscana, il Molise fu rappresentato da un delegato campano.

Loading...