Sin dall’ottobre 1942, trasferito al Credito Italiano, Direzione Centrale, Milano, ripresi a frequentare ambienti e antichi amici antifascisti. Ero persuaso che la guerra si avviava velocemente verso la catastrofe, almeno per quanto riguardava l’Italia, e la sopravvenuta sconfitta a El Alamein ne fu presto un sicuro presagio. Mi guidò ancora il mio antico disegno, quello per il quale ritenevo necessario che, nel giorno della caduta del regime fascista, le redini del potere dovessero essere in mano a uomini sicuri, energici, abituati al comando, animati da puro amor di patria, non adulterato da passione di partito […]. In quel periodo prese sempre più sviluppo la stampa e la distribuzione di giornali antifascisti, e tutti ci prodigammo a diffondere, con grande pericolo, questo materiale, che servì molto a preparare l’ambiente e gli animi per gli avvenimenti che seguirono. Si era sempre alla ricerca di un capo, che a Roma avrebbe dovuto preparare la rivolta contro il regime e presiedere il primo ministero antifascista. Il nome che più si faceva era quello del maresciallo Badoglio, che io tenacemente avversavo, persuaso com’ero, e gli avvenimenti mi hanno dato ragione, che non avesse le qualità necessarie per così difficile e terribile bisogna, intendo dire coraggio, quel coraggio che fa affrontare serenamente ogni più grave pericolo, fermezza di carattere, effettive qualità di organizzatore, decisione, sprezzo della propria vita. Continuavo a insistere perché la scelta cadesse sul maresciallo Caviglia, che sapevo deciso, e la cui età mi dava garanzia di assoluta dedizione alla causa, che poteva voler dire necessità di andare incontro alla morte […]. La mattina del 26 luglio [1943], lunedì, prima delle sei ero già in strada. Assistei allora a uno spettacolo meraviglioso, indimenticabile, a una prova di alta civiltà, quale solo un popolo come il nostro può dare. Torme di operai, di donne, di gente umile, affluivano da ogni parte verso il centro. Tutti lieti, tutti sorridenti, tutti solo pervasi dalla gioia della Liberazione dal servaggio, tutti pervasi dalla speranza, dalla certezza di una prossima fine della guerra. Un profondo senso di fraternità quale mai prima e mai più ho avvertito, era in ognuno: ci si sentiva uguali e fratelli nell’ora felice, così come qualche settimana dopo io mi sentii fratello di quanti soffrivano sotto gli inutili bombardamenti alleati, e mi vidi quasi solo, cosiddetto borghese abbiente [sic] in mezzo agli umili, ché i ricchi allora tutti scomparvero. Nella gioia dell’ora nessuno pensava alle prove terribili che sicuramente ci attendevano e ricordo che mi soffermai a lungo a notare questo particolare, anche tipico di una certa leggerezza dell’indole italiana, che vive il momento, non vuole riflettere, non prevede. Certo è che la folla era allegra: assistei alla demolizione di negozi fascisti, di chioschi di giornali, di emblemi del partito, ma tutto era fatto col sorriso sulle labbra, senza astio. Le prime organizzate dimostrazioni che affluivano a piazza del Duomo erano ordinate: tutti ridevano, tutti cantavano.   

Da Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli, introduzione di Renzo De Felice, il Mulino, Bologna 1996

 

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