Negli ultimi mesi della Resistenza, il partito d’azione si era impegnato a fondo nella formulazione chiara dei programmi immediati da realizzare fin dal momento dello «scasso» (come si usava dire tra noi), cioè dell’insurrezione. C’era indubbiamente, in tutto ciò, qualche eccessiva e troppo ingenua speranza; ma ci si rendeva conto, fin dalla febbrile vigilia, degli ardui problemi che si sarebbero dovuti affrontare all’indomani della liberazione […]. Per quel che riguarda il problema dell’epurazione – che sentivamo non potesse non essere seria, inesorabile, onesta –, la circostanza che più ci colpì fu che nell’Italia non occupata dai tedeschi, fin dall’8 settembre 1943 rimasta sotto la monarchia e i governi prima di Badoglio e poi di Bonomi, si era fatto ben poco, e che tutto aveva l’aria di continuare come prima. Ci trovammo di fronte a un’impiastricciatura di facciata, a un coacervo di norme epurative piuttosto confuse e contraddittorie, e soprattutto a una loro applicazione fiacca e iniqua, che aveva lasciato praticamente intatte le strutture della pubblica amministrazione, e degli altri apparati dello Stato, come le forze armate, la magistratura, la scuola, e, nel settore economico-finanziario, delle grandi imprese e delle banche: tutto ciò, insomma, che dagli uomini singoli alle istituzioni, aveva più contato sotto il regime fascista, e presumibilmente avrebbe contato anche in seguito […]. Questo atteggiamento di sistematica rinuncia a epurare coincise, d’altronde, col rapido declino dei CLN, rispetto ai quali si rivelò piuttosto tiepida la maggioranza dei partiti che li componevano. Fedele alla preminenza della politica dei CLN su quella dei singoli partiti era rimasto il solo Pd’A, quasi per intero, oltre ad alcune frange degli altri due partiti di sinistra. Assai significativo, nel mettere a nudo tale decadenza del CLN, come centro propulsore di una politica nuova, e coraggiosamente riformatrice, fu il grande convegno dei CLN a Milano, nella prima estate del 1945. Quel congresso fu, allora, come la pietra tombale dei CLN e – diciamolo pure, anche anticipando la conclusione – il primo, inconfutabile segno del fallimento dell’epurazione, dopo la caduta del fascismo […]. Ferruccio Parri fu, al governo, il primo e l’ultimo fautore di una seria epurazione. Da quel grande comandante partigiano che era, uomo libero e intrepido, assetato di onestà, e angosciato dal pensiero dei giovani che aveva condotto a morire, sentiva l’urgente dovere di far prima di tutto pulizia (nel senso di rimuoverli dalle loro cariche) nei confronti di chi, in alto, era incorso nelle maggiori responsabilità. Quando egli salì al potere, i procedimenti si erano ormai impantanati, in poco meno di due anni, in una miriade di casi meschini e futili, che risparmiava i personaggi più eminenti […]. Come disse allora Calamandrei, al periodo della Resistenza era subentrato quello della «desistenza» […]. Era cominciata la stagione della benigna amnistia Togliatti, spinta a limiti vergognosi e incredibili dalla interpretazione che ne fornì allora una certa e per lo più alta magistratura, a proposito della locuzione su le «sevizie particolarmente efferate»; e anche dalla liquidazione di tutti i prefetti, sindaci, questori «politici», come Bonomi aveva presagito e auspicato fin dal 24 aprile 1945. L’epurazione – e, come si è visto, lo dicemmo subito – fu una burletta. Si sarebbe dovuto procedere dall’alto. Invece ci si accanì conto gli applicati d’ordine e gli uscieri, o magari il capofabbricato che aveva indossato la divisa per vanità. Non si vollero o non si poterono colpire gli uomini veramente colpevoli e le vecchie strutture dello Stato e della società. E anche oggi ne stiamo pagando il fio.  

Da Alessandro Galante Garrone, saggio introduttivo a Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti. 1943-1948: storia di un’epurazione che non c’è stata, Rizzoli, Milano 1996 (prima edizione 1991)

Loading...