Un giorno del novembre del ’44 a Milano, mi trovavo nell’ufficio segreto di Parri. Eravamo allora sistemati in un locale vicino a corso Monforte (dovevamo cambiare spesso i nostri rifugi). Era un pomeriggio nebbioso e piovoso. Ferruccio era uscito in bicicletta per un incontro del Comando Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.), ed io attendevo da un po’ il suo ritorno. Era ormai buio ed ero preoccupato per il suo ritardo. Finalmente lo vidi rientrare: si tolse il cappello, ma aveva il soprabito tutto sporco, bagnato e inzaccherato; lui era tutto sorridente, allegro e soddisfatto. «Ma Ferruccio, che cosa ti è successo?»; e continuava a ridere: «Mi ha urtato una macchina, sono caduto in una pozzanghera con la biciletta, ma mi hanno tirato su subito; erano tedeschi delle SS, molto gentili; hanno insistito per portarmi all’ospedale, ma ho potuto dimostrare che non ce n’era bisogno, che non mi ero fatto male; li ho ringraziati e se ne sono andati. Eccomi qua». Tolto il soprabito, si mise a rivedere le sue carte, ancora divertito. Ma di lì a poco mi accorsi che quel sorriso veniva meno e si tramutava in lacrime: stava leggendo un comunicato, appena pervenuto, che annunciava la fucilazione di due giovani partigiani catturati in Valdossola. Rimase un po’ in silenzio, quasi piangente, quasi si sentisse responsabile; poi si riprese dicendo: «Eppure dobbiamo continuare».
Alberto Cosattini (1916-2010), antifascista azionista, durante la Resistenza, in qualità di suo segretario personale fu molto vicino a Ferruccio Parri, che raggiunse a Milano nel 1944 su sollecitazione di Fermo Solari (nome di battaglia Somma). Nel 2008 Cosattini pubblicò con l’editore Zanichelli di Bologna un piccolo libro di ricordi intitolato Fatalità e coscienza e i miei giorni con Ferruccio Parri. Il brano trascritto sotto (intitolato Parri «soccorso» dalle SS, pp. 57-58) restituisce appieno l’atmosfera di una fase altamente drammatica e caotica della lotta contro il nazifascismo.

