Carissimo professore, sono proprio desolato di questa lunghissima interruzione nella nostra corrispondenza, particolarmente dopo averle fatto pervenire da Milano verso la fine di dicembre un letterone di quasi 40 pag. col quale le chiedevo consiglio su parecchie questioni per me vitali, ad es. intorno alla opportunità o meno di dimettermi dall’insegnamento genovese per dedicarmi se non esclusivamente per lo meno principalmente ad un lavoro di carattere politico culturale, convinto come sono, al pari di lei, che occorre oggi soprattutto dare delle idee alla gente e addivenire ad una profonda revisione dei principi del movimento socialista democratico […]. In tutti i paesi, in momenti egualmente tragici, vi fu un gruppo di uomini che tutto sacrificarono per il trionfo delle loro idee, rinunciando ai facili onori e ai successi del mondo ufficiale. Io credo che una delle grandi inferiorità delle opposizioni in Italia, forse la causa principale della crisi in cui versano, sta in questo tentativo che tutti noi facciamo di conciliare il nostro personale interesse, anche inteso in senso non volgare, coll’interesse della causa che richiederebbe una completa dedizione […]. Forse noi primi che tutto abbandoneremo per una lotta difficilissima soprattutto perché il da fare è poco e bisogna crearselo vincendo l’apatia generale, finiremo per disperderci e per restare travolti. Ma questa è purtroppo la tragedia della mia generazione di giovani. Di fronte al progressivo consolidamento del fascismo la nostra sistematica opposizione corrisponde ad un relegamento fuori dalla storia; forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia; ma io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi e sulla quale e per la quale noi dobbiamo lavorare.
Da una lettera di Carlo Rosselli a Gaetano Salvemini, scritta da Roma il 12 gennaio 1925, nove giorni dopo che Mussolini alla Camera si era assunto «la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto», facendo riferimento agli anni del suo governo e, in particolare, alla seconda metà del 1924, quando Giacomo Matteotti era stato rapito e ucciso dalla Ceka che rispondeva proprio ai suoi ordini. L’Aventino, che era stato animato innanzitutto da Giovanni Amendola e Filippo Turati, era stato definito da Mussolini un «risveglio sovversivo». Il 5 gennaio il suo discorso era stato interpretato sul quindicinale Rinascita liberale (nato su iniziativa di Luigi Albertini, diretto da Adolfo Tino e Armando Zanetti) la «Caporetto del vecchio liberalismo parlamentare».

