Conobbi Lussu poco dopo la morte di Carlo Rosselli, nell’estate del 1937, non appena egli arrivò a Parigi. Avevo già letto con entusiasmo la sua “marcia su Roma e dintorni” e la sua “Teoria dell’Insurrezione”. Per la prima volta avevo potuto conoscere in questo modo il bilancio passivo dell’“Aventino” e della vecchia opposizione di tipo prefascista e avevo visto lumeggiare un’azione pratica da svolgere in Italia per abbattere il fascismo e tendere alla creazione di una società democratica. Il suo tono sarcastico e il suo senso dell’umorismo mi avevano fatto intravedere un fascismo che non era più semplicemente un fenomeno tetro e minaccioso, ma piuttosto una sciocchezza collettiva resa possibile dall’incapacità delle classi dirigenti prefasciste […]. Fin dal primo contatto si scatenava verso di lui una corrente di immediata simpatia. Egli non era né un politico astratto, né un demagogo, ma un uomo sinceramente amante della libertà, capace di infondere questo senso di libertà in tutti quelli che lo ascoltavano. Bastava vederlo una volta per aver subito voglia di collaborare alla sua opera.

Da Paolo Vittorelli, Emilio Lussu (1945), introduzione e cura di Paolo Bagnoli, Biblion, Milano 2025, p. 57.


Carissimo Carlo, ieri mattina, a Washington, sono andato da Tarchiani per domandargli se sapeva nulla dei sottosegretari [del I Governo De Gasperi]. Il ministero degli esteri è straordinario! Non sente nemmeno il bisogno di comunicare agli ambasciatori i nomi dei membri del governo. Un articolo del New York Times di ieri diceva che tutti i sottosegretari, ad eccezione di tre, sono rimasti in carica. Immagino quindi che tu sia ancora alle belle arti. E lo spero perché nessuno meglio di te può ricoprire il posto del sottosegretariato. Sono anche contento che il P.d’A. partecipi al governo e non sia caduto per la seconda volta nell’errore di fare questioni personali, e di fare “l’offeso”. Di questo ho parlato a lungo con Leo [Valiani] che era qui, e che sosteneva un’opinione totalmente contraria alla mia. Purtroppo è vero quello che lui dice, che cioè il partito ha avuto nella ripartizione dei portafogli, la fetta più piccola. D’altra parte, a mio modo di vedere, questa è l’ora di governare e quindi bisogna accontentarsi.

Lettera di Bruno Zevi a Carlo Ludovico Ragghianti del 16 dicembre 1945, dopo la caduta del Governo Parri e la formazione del I Governo De Gasperi, un esecutivo di coalizione che il Pd’A scelse di sostenere dopo un dibattito interno non privo di asprezze.
In Carlo Ludovico Ragghianti – Bruno Zevi, Carteggio, a cura di Lorenzo Mingardi, Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte, Lucca 2025, p. 50

 

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