Un partito nuovo
Il Pd’A è un partito nuovo: non solo per il nome, ma soprattutto, perché i suoi iniziatori ritengono che le vecchie formazioni politiche italiane, siano di destra che di sinistra, qualunque siano state le varie benemerenze passate, hanno esaurito la loro funzione e sono per conseguenza inadeguate per le loro ideologie, per i sistemi organizzativi, per i metodi di lotta e i ceti sociali cui sono tradizionalmente legate ad assumersi i compiti di una rivoluzione costruttiva e rinnovatrice dalla quale ultima dipende strettamente la possibilità stessa di esistenza di un’Italia libera, progressiva, prospera e ordinata. Le vecchie formazioni politiche subirono durante il conflitto trascorso una serie di memorabili sconfitte, la cui analisi ci persuade essere esse incapaci di affrontare i nuovi compiti con diverse prospettive; questa critica investe tutta la classe politica, della quale i partiti sono le espressioni, e ci avverte dell’urgenza del suo rinnovamento radicale, rinnovamento solo possibile mercè l’immissione risoluta nella vita politica, amministrativa, economica, culturale, di nuove forze provenienti dai ceti popolari che fin oggi ne sono stati esclusi di fatto […]. Il Pd’A vuol essere l’organo di avanguardia di questa nuova classe politica. Esso vuole innovare in profondità la vita sociale e politica italiana riformandone la struttura e incidendo spietatamente negli istituti decrepiti, parassitari o corrotti e conservando e potenziando i principi tuttora vivi, sani e progressivi. Questo compito formidabile non può essere assolto se non si addiverrà a poche, grandi formazioni con programmi chiaramente differenziati, tali da non offrire terreno propizio al trasformismo, e sui quali il popolo italiano possa utilmente e onestamente orientarsi: solo così i partiti saranno fattori di progresso e non strumenti di interessi faziosi. Creando il Pd’A nel quale sono confluiti i movimenti di rinnovamento più caratterizzati del ventennio fascista, da Giustizia e Libertà agli elementi più consapevoli del Partito Repubblicano, da Rivoluzione Liberale di Gobetti al movimento di Giovanni Amendola, si è voluto contribuire a quest’opera di fondamentale chiarificazione dotando il paese del terzo partito che, conscio di quanto di legittimo c’è nelle posizioni liberali-conservatrici e in quelle social-comunistiche, intende superarne il particolarismo e la grettezza classiste e proporre al Paese un vasto programma rinnovatore che assicuri la giustizia senza scapito della libertà. Se si vuole perciò si chiami pure il nostro un partito medio: ma non nel senso che esso si ponga stolidamente nel cosiddetto giusto mezzo cercando una opportunistica posizione di equilibrio, bensì nel preciso senso di partito mediatore fra le forze vive e vitali della nostra tradizione nazionale e la nuova società più giusta, più libera e più umana.

 Da Riccardo Lombardi, Il Partito d’Azione: cos’è e cosa vuole, dicembre 1943, pubblicato per la prima volta clandestinamente dall’Ufficio stampa del Partito d’Azione dell’Emilia-Romagna.

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