Eugenio Colorni scrisse l’introduzione al Manifesto di Ventotene, pubblicato nel gennaio 1944 con altri due documenti scritti da Altiero Spinelli, autore con Ernesto Rossi nel 1941 dello stesso manifesto durante il confino. Il volume che comprendeva gli scritti, curato da Colorni, fu intitolato Problemi della federazione europea. Si presentano, qui, alcuni stralci dello scritto di Colorni collocati nella sua parte iniziale.

I presenti scritti sono stati concepiti e redatti nell’isola di Ventotene, negli anni 1941 e 1942. In quell’ambiente d’eccezione, fra le maglie di una rigida disciplina, attraverso una informazione che con mille accorgimenti si cercava di rendere il più possibile completa, nella tristezza dell’inerzia forzata e nell’ansia della prossima liberazione, andava maturando in alcune menti un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta […]. Preparandosi a combattere con efficienza la grande battaglia che si profilava per il prossimo avvenire, si sentiva il bisogno non semplicemente di correggere gli errori del passato, ma di rienunciare i termini dei problemi politici con mente sgombra da preconcetti dottrinari o da miti di partito. Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, considerati gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes.


Si riproduce di seguito l’inizio di un articolo di Ernesto Rossi, intitolato I bucanieri della Somalia e pubblicato su Il Mondo del 7 giugno 1952.

Quando Mussolini desiderava togliersi dai piedi e nello stesso tempo compensare un «fedelissimo» gli faceva assegnare una concessione in colonia […]. Non fu questa una politica originale del governo fascista: nel linguaggio di tutti i colonizzatori di questo mondo una «concessione» ha sempre significato la possibilità attribuita dalle leggi al concessionario di insegnare la civiltà agli indigeni portando loro via le terre migliori e obbligandoli a lavorare alle condizioni a cui non vorrebbero lavorare, e il diritto di ottenere premi di produzione, a carico dei contribuenti della madrepatria, per rendere più redditizio il lavoro nazionale delle terre d’oltremare, e di vendere ai compatrioti i prodotti coloniali ad un presso superiore a quello al quale potrebbero acquistarli sugli altri mercati.      

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