Nell’aprile del 1944, in pieno conflitto, con gli antifascisti impegnati nella Resistenza, l’azionista Augusto Monti, che aveva collaborato con La Rivoluzione liberale ed era stato amico di Piero Gobetti, ne tracciò un ritratto. Non poté firmarlo, ovviamente, perché era necessario rimanere anonimi in quella fase della difficilissima lotta contro il nazifascismo. Fu pubblicato sul numero 7 dei Quaderni dell’Italia libera, stampati clandestinamente, con il semplice titolo Piero Gobetti (25 pagine). Se ne presentano qui alcune parti, brevi ma significative per cogliere le caratteristiche di Gobetti nelle parole di un giovane intellettuale che lo aveva ben conosciuto e, per molti aspetti, compreso.

Il decreto sulla stampa e l’inasprita censura rendevano sempre più difficile la pubblicazione di Rivoluzione liberale. Occorreva giocare d’abilità e d’astuzia, scrivere tra le righe, stampare brani di classici affidandosi all’intelligenza del lettore. Ma anziché scoraggiarsi pareva che dalle difficoltà traesse, Gobetti, nuovo vigore e nuovo entusiasmo […]. Questo gusto, in lui connaturato, per le strade più ardue e le soluzioni più difficili – che si sarebbe potuto dire ascetico se non si fosse accompagnato a tanta e sì completa passione di vita – gli vietava anche, finché non gli fosse tolta ogni condizione obiettiva di attività, di accettar di ripetere la sorte degli esuli del Risorgimento. Prima, per lui non sarebbe stato esilio ma diserzione. Non riusciva a concepire l’idea di un’opposizione al di là della frontiera: oppositore era per lui l’uomo che pagava di persona, che non solo non si arrendeva al nemico ma neanche alla possibilità d’una vita più facile. Nell’ardua situazione del momento egli vedeva il cimento definitivo da cui doveva uscire un nuovo tipo d’italiano che non se la intendesse col vincitore, che combattesse alla luce del sole, non con la complicità delle sette e delle camorre, che conoscesse il disprezzo delle sagre, dei gesti, che non si arrendesse alle allucinazioni collettive, che non avesse bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale, che aspettasse impassibile le conseguenze delle sue azioni, che preferisse il sacrificio alla furberia e al dinamismo. Amando il suo paese con orgoglio di europeo e con l’austera passione dell’esule in patria, Gobetti scelse dunque di vivere nella realtà fascista con serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio, sicuro di non cedere e indifferente a qualsiasi specie di consolazione […]. La rivista e la casa editrice erano le sue armi, i suoi strumenti di lavoro; sopprimendole gli si toglieva veramente ogni possibilità di continuare ad agire: e, poiché la sua coscienza di europeo moderno gli vietava di accettare, per combattere il fascismo, il terreno delle congiure, delle sette, degli attentati, non restava altra via che quella dell’esilio. E Gobetti decise di seguirla con profonda tristezza, ma senz’ombra di sdegno o di rancore. Sapeva che il fascismo sarebbe durato a lungo, anche se la maggioranza degli italiani era fascista solo in quanto aveva un’assoluta incompatibilità di carattere coi partiti moderni, coi regimi di autonomia democratica, con la lotta politica; ma sapeva anche che l’Italia non era finita e che, se pure a distanza di decenni, sarebbe rinata un giorno come paese moderno e civile.     

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