Nel giugno 1933, a Parigi, in una piccola stanza d’albergo Claudio Treves, rientrato da poche ore dopo aver commemorato Giacomo Matteotti a nove anni dal suo assassinio, morì tra le braccia del figlio Paolo. Era emigrato in Francia alla fine del 1926, aveva avuto un ruolo centrale nel PSU e nella Concentrazione Antifascista, del cui giornale La Libertà era stato direttore. Paolo, il più giovane fratello Piero e la loro mamma Olga Levi videro la loro esistenza ulteriormente stravolta. Nel 1940 in Inghilterra, raggiunta nel 1938 dopo l’approvazione delle leggi razziali, Paolo pubblicò Quello che ci ha fatto Mussolini. Qui, in modo molto efficace, illustrò ai lettori le traversie sue e della famiglia, regalando uno degli spaccati più intensi della difficilissima vita di una famiglia antifascista ed ebrea sotto il fascismo. Il volume, pubblicato in Italia nel 1945 (da Einaudi) e nel 1996 (da Piero Lacaita), nell’aprile del 2025 è stato ripubblicato da Futura Editrice in occasione dell’80° anniversario della Liberazione. Si riportano di seguito alcuni brani del libro, in cui Paolo ricostruisce lo stato d’animo patito prima nei giorni di carcere e poi nel momento della scomparsa del padre, quattro anni dopo. Era finito in carcere a 21 anni arrestato per aver firmato, nel maggio 1929, una lettera di sostegno a Benedetto Croce.

Dunque, pensavo, se la mamma mi manda tutta questa roba, vuol dire che dovrò star qui chissà quanti giorni, le cose si debbon mettere male. La prima crisi della giornata stava per giungere. Già, è una cosa che non ha nulla a che fare con la paura, e credo che capiti a tutti, anche ai più strenui combattenti, quando sono in prigione. La crisi, io la chiamavo così, ho poi sentito da tutti i miei amici che colpiva anche loro, in forma diversa magari, ma sostanzialmente era quella. Cominciava, proprio come un’onda che salga. Lentamente, prendeva nelle sue spire, quando meno si attendeva, quando si pensava ad altro, nel silenzio e la solitudine della cella, e d’un tratto ci si accorgeva che non c’era più nulla da fare, si era «in crisi». La prima vera crisi l’ebbi allora, passato il momento di gioia al vedere le mie cose e la calligrafia di mia madre sul foglietto della matricola. Non valeva ragionare, lentamente sentivo che cadevo sempre più in basso, in un vero baratro, un abisso di disperazione, di furore lento, impotente, contro le cose e gli uomini. Dunque, ero lì, in carcere, in fondo a una cella, ridotto a una cosa, un numero, il 202, e tutto poteva accadere per me, chissà quando e come sarei uscito, chissà se e quando sarebbero venuti a interrogarmi, e stavo male, mi sentivo svenire, girar la testa, lo stomaco che si torceva, oh cader per terra, dormire, che sia finita in un modo qualsiasi, non veder più quelle sbarre, sopra tutto non sentir più quell’odore disgustoso e lento che era l’odore della prigione […]. È incredibile come in carcere si torna bambino, almeno, come si diventa ridicolmente superstiziosi. Chi ci è stato lo sa, e non mi vergogno a dir qui ancora una volta la verità senza veli […].

Chiusi gli occhi, mi addormentai, non sentii neppure papà che deve aver messo gli occhiali nell’astuccio sul comodino prima di spegner la luce. Non dovevo mai più sentire la sua voce. Fu così. Nella notte, nell’oscurità della stanza, d’un tratto un rumore mi svegliò, mi volsi, schiacciai la chiavetta dell’interruttore. Papà era rovesciato per terra, la testa appoggiata ad una poltrona ai piedi del letto. Corsi a lui, cercai di sollevarlo, senza capire, senza pensare, lo chiamai, lo scossi, lo presi alle tempie… Gli occhi senza sguardo girarono per l’ultima volta nella pupilla, vitrei, chiari, tra le palpebre aperte. La bocca, anche, semiaperta rimase immobile, senza respiro. Per un tempo che non so valutare, forse soltanto pochi secondi, rimasi così, senza comprendere, chino su di lui, a chiamarlo, a parlargli, a cercare di porgergli aiuto. Ricordo che l’occhio mi cadde sull’orologio, non erano ancora le tre. D’un tratto capii che poteva essere vero, finito… Poi non so più.      

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