Nell’aprile 1945, contestualmente alla Liberazione, vide la luce il primo numero della rivista «il Ponte», fondata e diretta da Piero Calamandrei, azionista, il 2 giugno 1946 eletto deputato dell’Assemblea Costituente proprio nel giorno della vittoria della Repubblica al referendum istituzionale. In occasione dell’80° anniversario della Liberazione, si ritiene opportuno proporre una parte del primo editoriale, attribuito allo stesso Calamandrei. I concetti espressi hanno una valenza duplice: da una parte ci dicono come il grande giurista fiorentino spiegò ai lettori il significato di un’iniziativa editoriale di grande rilevanza politico-culturale, che nel secondo dopoguerra animò con altre riviste il dibattito pubblico ospitando contributi elaborati da intellettuali e politici di enorme spessore tra cui Norberto Bobbio, Gaetano Salvemini, Carlo Levi e Leo Valiani, solo per fare qualche nome. Le parole di Calamandrei, dall’altra parte, contengono un potente messaggio di libertà valido anche oggi, proprio quando le fondamenta della democrazia incentrata sulla divisione dei poteri e figlia dell’antifascismo sono sottoposte a duri e costanti attacchi da parte di forze che non riconoscono il valore del 25 aprile e, più in generale, della lotta contro il nazifascismo e ogni altra forma di negazione dei diritti fondamentali, conquistati a caro prezzo. Il chiaro riferimento ai campi di sterminio nazisti ricorda la Shoah, attuata dalla Germania nazista con la complicità degli Stati collaborazionisti, a cominciare dalla RSI. Il richiamo alla Resistenza europea “lunga” ci riporta al sacrificio dei partigiani, alla lotta di civili e militari grazie alla quale si definirono, nel vecchio continente, nuove identità nazionali.

Il fascismo e il nazismo, con tutti i loro orrori, sono stati l’espressione mostruosa di questo spegnersi nelle coscienze della fede nell’uomo: di questo diffondersi di una concezione inumana dell’uomo e della società. Non dimentichiamo che accanto a diecine di milioni di combattenti caduti nella mischia, sterminate moltitudini di pacifiche ed inermi creature umane, vecchi donne e bambini, sono state scientificamente distrutte nei «campi della morte» da milioni di altri uomini che in tutti i paesi dell’Europa continentale hanno freddamente partecipato a questa metodica distruzione razionalizzata, o ne sono stati complici coscienti e consenzienti. Nessuna vittoria militare per quanto schiacciante, nessuna epurazione per quanto inesorabile potrà esser sufficiente a liberare il mondo da questa pestilenza, se prima non si rifaranno nelle coscienze le premesse morali, la cui mancanza ha consentito a tante persone, che vivono ancora in mezzo a noi, di associarsi senza ribellione a questi orrori, di adattarsi senza protesta a questa belluina concezione del mondo. Ora la resistenza europea, che da generoso sacrificio di gruppi isolati è diventata in un ventennio guerra civile di popolo contro il fascismo e contro il nazismo, è stata ed è sopra tutto lotta contro questa concezione del mondo e contrapposizione ad essa di una diversa concezione: la sconfitta militare delle forze fasciste non è la conclusione, ma la premessa per la costruzione di una società libera, cioè liberata dalle innumerevoli e non sempre facilmente afferrabili forze contrarie a quella concezione dell’uomo che è la nostra.  

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