Toni Ricciardi, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana, Donzelli Roma 2025 (prima edizione 2015)

Perché rievocare oggi, a sessant’anni esatti di distanza, la tragedia di Mattmark, il cantiere svizzero per la costruzione della più grande (all’epoca) diga idroelettrica europea dove, il 30 agosto 1965, morirono 88 operi di cui 56 italiani? Se all’epoca dei fatti, e negli anni seguenti, l’incidente impressionò e indignò l’opinione pubblica, la stampa, la politica, con il tempo divenne un episodio sconosciuto ai più. Eppure Mattmark fu una data che segnò un’epoca, una sorta di punto di svolta su cui è opportuno riflettere, indagare, insomma fare ricerca storica. Ecco perché, in occasione della ricorrenza dei 60 anni, la ripubblicazione del lavoro di Toni Ricciardi (la prima edizione risale al 2015) si dimostra più che mai opportuna, così come fondamentali sono le riflessioni dell’autore nella prefazione alla nuova edizione. Su questa vicenda s’intrecciano molteplici temi e percorsi storici, il primo dei quali è il rapporto tra uomini e natura e, di conseguenza, tra uomini e ambiente, progresso, scienza, industria. Anche il modo in cui vengono affrontati i disastri e le catastrofi “naturali” ha una sua storicità, che evolve dal considerare tali eventi come un castigo e una punizione divina, oppure come una mera fatalità, sino a ritenere – grazie al passaggio epocale dell’Illuminismo – che vi sia una precisa responsabilità umana o, più precisamente, che «a provocare l’evento catastrofico, non è più solo la natura, o il divino, bensì l’essere umano». Da questo passaggio, che tra l’altro accompagna il sempre più evidente seppur graduale «sottrarsi dell’uomo al peso della natura», emerge il bisogno delle nostre società di sviluppare azioni di prevenzione e gestione delle catastrofi grazie a «soluzioni pianificate attraverso uno sforzo organizzativo, tecnologico e di standardizzazione» (p. X).

La tragedia di Mattmark, dove un pezzo di ghiacciaio, staccandosi, precipita sulle baracche e sulla mensa degli operai, segna un punto di svolta che dà il via ad un nuovo modello di prevenzione, gestione e intervento sia in ambiti produttivi, sia in caso di eventi come terremoti, alluvioni, ecc. – e si pensi, ad esempio, alla nascita di corpi specifici di Protezione civile. Ma quest’evento, similmente alla tragedia di Marcinelle del 1956, segna un momento paradigmatico anche perché incardina l’enorme tema dell’emigrazione: degli italiani in Svizzera, naturalmente, e più in generale la questione delle politiche migratorie degli Stati contemporanei, così come questioni come l’accoglienza dei migranti e i rapporti tra popolazioni diverse. La nostra quotidianità è continuamente sollecitata a considerare il tema migratorio come se il nostro paese fosse in costante balia di una “invasione” di orde di popolazioni aliene, che mettono a rischio la stabilità sociale ed economica. La realtà, oltre a smentire le previsioni catastrofiche di una classe politica inadeguata e spesso in malafede, è assai più complicata e contradittoria perché se è vero che l’Italia è divenuta ormai da decenni un paese d’immigrazione, è altrettanto vero che negli ultimi anni è ripresa con forza quella corrente migratoria che sembrava essersi interrotta. Di nuovo, migliaia di italiani emigrano in cerca di lavoro, con una stima di 190.000 partenze solo nel 2024. Ancora una volta la Svizzera, dove risiede la terza comunità italiana nel mondo, continua ad essere una delle principali mete dei  nostri connazionali (p. XVI).

All’interno di questa cornice, l’autore ripercorre l’intera vicenda della costruzione della diga di Mattmark, collocandone la progettazione nell’ambito del territorio svizzero e del Vallese, il cantone più arretrato del paese e al contempo quello in grado di fornire, grazie all’acqua, l’enorme quantità di energia elettrica che ha permesso l’industrializzazione elvetica. È un territorio da cui tradizionalmente i contadini emigravano e dove, invece, cominciano ad arrivare operai stranieri, per lo più italiani, tra cui molti veneti e, via via, un numero sempre maggiore di meridionali. Si tratta in larghissima parte di lavoratori stagionali (a quelle quote lavorare d’inverno è impossibile), sistemati in baracche nei pressi dei cantieri, in pessime condizioni igienico-sanitarie: a Mattmark l’acqua calda, «per chi la desidera», arriva solo dopo mesi dall’impianto del cantiere. Le condizioni di lavoro sono difficili, gli orari lunghissimi (fino a 59 ore settimanali), gli straordinari una costante, tanto che persino il clero si sente in dovere di intervenire, e peggiorano via via che si avvicina la data di consegna della diga. La fretta, il bisogno di contenere i costi, la noncuranza con cui si sorvola sulla storia dei luoghi e sulla memoria delle popolazioni, gli allarmi inascoltati degli stessi operai che segnalano come il ghiacciaio Allalin sia in movimento, la frequente caduta di massi e ghiaccio che accelera nei giorni precedenti il disastro: tutto ciò porta alla tragedia di lunedì 30 agosto 1965. Alle 17.15, 2 milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia piombano sulle baracche e sulla mensa non lasciando scampo a 86 uomini e 2 donne. La notizia arriva già nella notte in Italia e il mattino dopo la gravità del disastro è evidente a tutti. La stampa svizzera, italiana ed europea si mobilita, come anche i soccorsi. La tragedia ha un impatto emotivo enorme, il cordoglio e la solidarietà lo sono altrettanto.

Se fino al 30 agosto è possibile parlare di un “prima”, è ciò che accade “dopo” a segnalare da subito come l’ennesima tragedia dell’emigrazione e del lavoro segni un punto di svolta. Molti gli indizi in questo senso, a partire dai modi in cui viene raccontata, l’attenzione alle testimonianze dirette, il focalizzare con lucidità la questione dell’emigrazione italiana, il racconto degli emigrati come individui, persone con affetti, desideri, bisogni. Valga come esempio il bellissimo e struggente articolo di Dino Buzzati, L’amara favola, sul «Corriere della Sera» del 1° settembre 1965. La tragedia attraversa e influenza il dibattito politico italiano e svizzero, le relazioni tra i due paesi, sollecita analisi diverse e contrapposte che riecheggiano le contrapposizioni della Guerra fredda, tra opposizioni di sinistra e il governo a guida democristiana. Il culmine dello sdegno, tuttavia, si raggiunge quando si tratta di individuare le responsabilità e di portare in giudizio i vertici delle aziende costruttrici. I 17 imputati, ritenuti colpevoli, sono condannati a pagare multe irrisorie, mentre in appello i parenti delle vittime,  sconfitti, devono pagare le spese processuali.

È proprio sul tema delle responsabilità che emerge il lato fortemente xenofobo di una parte della società svizzera (i referendum contro gli stranieri sono ricorrenti e sempre sconfitti per poche manciate di voti), a cui non si sottraggono i giornali. La «Gazette de Lousanne», ad esempio,  scrive nel settembre del 1966: «esigere dalle autorità svizzere un’inchiesta severa sulle cause e le responsabilità eventuali della catastrofe non è compito del governo italiano. Siamo padroni a casa nostra» (p. 121, corsivo mio). Come non sentire riecheggiare un’eco che ci è familiare, nelle polemiche nostrane e contemporanee? Come non vedere nell’attualità il ripetersi apparente di fenomeni simili? E dunque, come ricorda l’autore nella Prefazione, è necessario tornare a chiederci «a cosa serve la storia?» rispondendo con le parole «di chi pose la domanda, Marc Bloch, per il quale soltanto lo studio del passato è in grado di offrire il necessario senso del cambiamento». Quali cambiamenti, perché, quali i fattori, quali protagonisti consapevoli o inconsapevoli li hanno prodotti. «Per conoscere il presente, continua Bloch, occorre prima di tutto distaccarsene perché chi si limita al presente, all’attualità, non capirà l’attualità» (p. XI). Tornare a Mattmark, dunque, non è solo la riproposizione della memoria di un evento luttuoso e doloroso, ma è una riflessione potente e necessaria sul nostro presente di popolo di emigranti.

di Paola Signorino

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