Luce D’Eramo, Il 25 luglio, Elliot Edizioni, Roma 2013 (IIª ed.)
Parlare del 25 luglio 1943 in un anniversario importante – gli 80 anni della Repubblica – può sembrare un controsenso, soprattutto se si considera che questo romanzo autobiografico è l’esatto contrario della festa della democrazia, perché incarna la cieca esaltazione di quanti – giovani e meno giovani – fino a quel fatidico giorno (ma anche dopo) non seppero capire, o finsero di non capire, la vera natura di un regime autoritario e dispotico che nel giro di vent’anni aveva stravolto l’Italia.
La domanda sorge spontanea: perché? Perché pubblicare la testimonianza della propria affiliazione al regime e rimarcare in ogni pagina la propria estasi di fronte al duce? Perché perdere tempo a rivangare il passato e decidere di editare questa cinquantina di paginette in tutto (e per di più incomplete nella parte finale)? Non bastava il successo raggiunto con Deviazione (uscito nel 1979 per Mondadori, e poi tradotto in tutto il mondo, dalla Germania al Giappone), in cui Luce D’Eramo (all’anagrafe Luce Mangione) racconta cosa successe dopo il 25 luglio, quando cambia casacca, sale su un convoglio di deportati diretti al Lager di Dachau, vede cos’è il nazi-fascismo e poi finisce paralizzata alle gambe per tutta la vita mentre aiuta gli sfollati in Germania? Evidentemente c’è solo una spiegazione: mettere la parola fine ad un tormento che si era abbarbicato come una ciste nel suo intimo. Come ricordava Susanna Nirenstein, che la conosceva bene, riportando le sue parole precise (su La Repubblica del 7 marzo 2001, il giorno dopo la scomparsa): «Scrissi Deviazione e mi liberai di un io che stava lì, ingombrante e macignoso».
Con straordinaria franchezza Luce D’Eramo racconta in prima persona come abbia vissuto quella nottata del lontano 1943, segnata dall’improvvisa messa in minoranza di Mussolini da parte del Gran consiglio del fascismo. In villeggiatura dalla nonna ad Alatri, poco prima di mezzanotte la diciottenne Luce viene a sapere dall’amica Graziella che cos’era successo tanto all’improvviso. E così, spirito controcorrente, non solo decide di tornare subito col treno nella capitale, ma di andarci indossando addirittura la divisa fascista, in mezzo ad uno scompartimento di allegri e ilari viaggiatori («forse non m’avevano notata con la mia divisa, soltanto perché i loro occhi non erano ancora avvezzi a considerare la divisa fascista una cosa strana da mostrarsi a dito»), perché il suo credo è la sua vita, il suo giuramento è sacro:
Estrassi la mia tessera del G.U.F. e rilessi il giuramento: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”.
Il libretto non è però uno sfogo, e nemmeno un crucifige: è solo memoria, è un racconto «nudamente autobiografico» (così riporta l’aletta di copertina), vergato con quello stile che poi la consacrerà come una delle voci più autentiche della narrativa. «Mi vergognavo e mi vergognavo di vergognarmi», scrive a un certo punto, guardando visi e volti di gente comune, braccianti e commercianti, piccoli borghesi e giovanotti curiosi, i soliti ignoti che all’improvviso sembrano aver riacquistato la ragione, comprendendo appieno le storture, le velleità, i proclami inverosimili di chi da vent’anni guidava col vento in poppa l’italica nazione.
Forse non era vero. Il fascismo non era caduto […]. Dicevano che era caduto. Qualcuno con tono saputo osservò: “E chi si fida?”. Infatti il fascismo non poteva volatilizzarsi come una nuvola. Eppure udivo parole orribili e sospette: “Quel puzzone è finalmente caduto in trappola”, “chi di vigliaccate ferisce, di vigliaccata perisce” […]. Assimilai che la notizia della caduta del Regime era una mossa politica astutissima per scoprire i falsi fascisti e metterli al muro.
La sua mente cerca spiegazioni alternative, cerca di appigliarsi a qualsiasi analisi che possa ribaltare una realtà impossibile da accettare. Era impossibile che Mussolini fosse andato dal re a fargli il resoconto dell’ultima seduta del Gran consiglio e che lì carabinieri lo avessero arrestato (benché il Corriere della Sera del 26 luglio titolasse in prima pagina: «Mussolini si è dimesso»), perché tutto era già stato predisposto e lui non ne sapesse niente. Impossibile. L’uomo che aveva guidato l’Italia e gli italiani non poteva essere così stolto, così ingenuo («l’ingenuità in politica è un delitto»). Niente affatto.
Forse, visto tutto perduto, Mussolini aveva voluto pagare di persona da solo per salvare il suo popolo. In incognito, per non essere ringraziato. Si era consegnato al re apposta.
Scritto di getto nel 1943 subito dopo la destituzione di Mussolini, ma pubblicato solo nel 1999 (del primo editore non c’è traccia nemmeno sul Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale!), Il 25 luglio è il racconto crudo e disorientante, in cui una ragazzina appena diciottenne (era nata a Reims, nel 1925) ripercorre in un battito di ciglia la sua esperienza con il fascismo, il suo attaccamento incondizionato alla figura del duce, la sua ricerca di identità forti e assolute, la sua passione per gli ideali eroici del nazionalsocialismo («portata di natura ad amare mitologie di trionfi e di glorie, la Grecia, Roma, Lucetta viene educata a senso unico», scriveva ancora la Nirenstein). È la trasposizione letteraria di cosa fosse l’Italia in camicia nera, fatta di benpensanti e furbacchioni, approfittatori e prepotenti, fiancheggiatori e idealisti, baciapile, criminali e quacquaraquà.
Quelli furono i primi momenti realmente passionali della mia vita […]. Mi sembrava che parlassero tutti in fretta facendo a gara a chi la dice più grossa per una necessità di sbrigarsi prima della smentita, gridavano e si scalmanavano perché ancora non ci credevano veramente e, come chi gioca d’azzardo e punta forte, si piccavano tutti di dimostrare di possedere le carte migliori per impressionare gli altri […]. Mi affaticai per tentare di capire che cosa m’irritava in loro: forse era la viltà. Dunque c’erano davvero i borghesi pavidi dietro le persiane socchiuse che esponevano alla chetichella il dito bagnato di saliva all’aria per sentire da che parte tirava il vento […]. Accorrevano a Roma per accertarsi, per partecipare al tripudio. Quale tripudio, quando era nato tutto quel livore?
La parte centrale della narrazione è incentrata sul suo trasferimento a Roma dal paesino di Alatri, nella piccola realtà della Ciociaria dove la famiglia si era trasferita nel 1939 (e dove Lucetta era chiamata “la francesina”), per andare a controllare – da zelante GUFina– che le notizie circolanti in quelle ore frenetiche corrispondessero alla verità.
Ero una fascista e basta. Sperai per un attimo di trovare tutto come prima, d’aver avuto un incubo, percepii che dietro la mia calma dei forti avevo paura. Soltanto la coscienza di compiere il mio dovere m’infondeva quella formale sicurezza. Sicuramente avremmo dovuto lottare contro i sovversivi e i reazionari, contro i borghesi attendisti che, sentendosi al sicuro, avrebbero fatto gli spaccamontagna. Ma eravamo in molti.
Ma c’è anche una parte in cui l’autrice ripercorre la sua storia personale e quella della sua famiglia, con il padre ardente sostenitore del regime («noi italiani siamo provinciali nel profondo del cuore, ci estasiamo di fronte a tutto quello che è straniero, come tanti burini, ma il bene che ha fatto il fascismo agli italiani all’estero nessuno lo può negare»), l’indottrinamento della piccola Lucetta (che i compagni di scuola chiamano semplicemente “la petite macaronì”), e tutta quell’esaltazione cieca che pare conquistare anche chi, presto, dal fascismo sarebbe stato mandato nei campi di concentramento («erano nostri amici ebrei italiani, diventati fascisti per il contagio dello zelo dei miei genitori»).
Nemmeno il primo “contatto con la guerra” riesce a incrinare la sua fede e il suo credo. Sono pagine struggenti in cui lo stile della D’Eramo emerge prorompente, quando descrive lo scenario che l’accompagna, qualche mese prima, mentre è “in missione” per recuperare dei materassi da distribuire ad alcune famiglie rimaste senza un tetto sopra la testa dopo i ripetuti raid degli Alleati.
Aleggiava una calda impossibilità di tragedia. Mentre il cielo si striava di rosa, giungemmo a San Lorenzo e fummo accolti dai contorni discordi e sofferenti dei muri fratturati. Una puzza di bruciato, ovunque schegge di mobili, lembi sfrangiati di stoffe e mucchi di cenere. Nell’aria crepuscolare volteggiavano in mezzo alla strada biocchi di lana, piume, fili di crine come vecchi fiocchi di neve ingiallita. Passando davanti al Verano fummo investiti da miasmi nauseanti. Anche le tombe erano state colpite. La meravigliosa chiesa di San Lorenzo era distrutta, disossata, giaceva.
Il viaggio in treno presto finisce, mentre albeggia, e un compagno di viaggio (più âgé) cerca di smorzare quella sicumera che l’insofferente Luce continua a esporre agli altri quasi con sfacciata tracotanza, atteggiandosi – lei sola – a paladina della patria.
“Riflettere, ponderare, fa parte della vita” mi disse il mio dirimpettaio. “Ci vuole previdenza. I giovani disprezzano il calcolo, lo prendono per grettezza, invece è l’esaltazione che è gretta, il non guardare attorno a sé coi propri occhi, questo è gretto, perché porta al pericolo e alla morte”.
Il viaggio (e la narrazione originaria, rimasta incompleta) finisce qui, in quel vagone ferroviario dove i singhiozzi («la miseria che la circonda non le dice niente?») si mischiano alla volontà di reagire. Ma c’è un post scriptum. Scesa dal treno, con la sua bella divisa stirata, Luce si precipita a Palazzo Braschi, circondato dalle forze di polizia, dove un carabiniere la strattona e la riporta, con veemenza, alla realtà: «Dirò che sei scappata dalle mani, fila via e togliti di dosso quella divisa. Ma te voi svejià?».
Quanto successe alla D’Eramo (che con la famiglia si trasferisce al Nord, a Padova, nella fantomatica Repubblica di Salò), lo raccontò lei stessa in Deviazione. Per tutti gli italiani quei primi giorni furono giorni d’intensa passione umana e civile, giorni di vita finalmente libera, di speranze che tutto finisse presto. L’allontanamento del duce fu inteso anche come un preliminare per giungere alla fine della guerra. Ma durò poco. Il tripudio di “evviva” spontanei venne presto soffocato dall’annuncio perentorio che «la guerra continua», dallo stato d’assedio, dal coprifuoco, dalla censura, dal governo di dittatura militare guidato dal “maresciallo d’Italia” Pietro Badoglio, uomo di fiducia della monarchia. I giorni peggiori dovevano ancora venire.
Lo aveva percepito anche D’Eramo, affidando alla vecchia nonna poche parole, affatto rassicuranti:
Nonna ci annunciò esitando, con la voce tremante, che il responsorio era andato molto male: “Prima che finisce l’anno ci saranno terribili cose, i fratelli ammazzeranno i fratelli, e correrà il sangue civile della gente nostra.
Ognuno pensi all’anima”, così dicendo giunse le mani e alzò gli occhi al cielo.
L’Italia democratica e repubblicana era ancora lontana.
di Claudio A. Colombo


