da Lettera ai compagni del giugno-luglio 1980

Fra i tanti testi che avremmo potuto scegliere per celebrare gli 80 anni della Liberazione, quello che abbiamo individuato ci sembra il più appropriato, per la forma e per la sostanza: è un testo-ammonimento, scritto da Riccardo Bauer, uno dei protagonisti dell’antifascismo, nonché – dopo tredici anni tra carcere e confino – membro del comitato esecutivo centrale del Partito d’Azione ed esponente di punta del CLN, con l’incarico di predisporre come organizzare meglio le operazioni militari al Nord. Pubblicato su Lettera ai compagni nel 1980, quando Bauer – parole sue – era già un vecchio brontolone (sarebbe morto nel 1982), il testo rivela quanto il grande educatore civile (nonché figura-simbolo dell’antifascismo e padre della patria) ha sempre espresso durante la sua esistenza, cercando di tenere un dialogo aperto verso le nuove generazioni. Lo abbiamo scelto anche perché, diversamente da quanto si può immaginare, non sono molti i testi e/o i saggi che Bauer ha dedicato al tema della Resistenza e/o alla data del 25 aprile. Anzi, stando a quanto c’è nel Fondo Bauer (conservato alla Società Umanitaria di Milano), al di là di quanto raccontato nel volume Quello che ho fatto (uscito postumo), i testi si possono contare sulle dita di una mano. Per quanto avesse avuto un ruolo di primissimo piano nel CLN tra il 1943 e il 1945 (anche in qualità di “mediatore” con le forze alleate), Bauer è sempre stato schivo di natura e, tranne rarissimi casi – come per la relazione confluita nel volume Feltrinelli del 1962, Fascismo e antifascismo (1936-1948). Lezioni e testimonianze) – Bauer non ha voluto rievocare in prima persona quella che è stata la (sua) Resistenza. Al contrario ha sempre insistito, come in questo testo, sui valori che la Resistenza rappresenta e su come quei valori dovrebbero essere tramandati e salvaguardati, soprattutto in un Paese come l’Italia, facile ai compromessi, alla cialtroneria, agli inciuci, a quel «decadimento morale e civile» che si compiace prima di una «pecoresca disciplina» e, poi, dei tempi in cui «si poteva vivere paciosamente senza la fatica di pensare, di affannarsi ad avere sui più ardui problemi una propria opinione». Il riferimento a quanto accade oggi, subissati da fake news e ignobili improperi social, è puramente casuale.

Lo stile che usa Bauer è semplice, diretto, immediato. Tranne che in rarissime frasi, non si dilunga in discettazioni retoriche ma punta all’obiettivo, adattandosi perfettamente alle regole della rivista (come chiedeva l’amico Parri). Ovvero parlare alle nuove generazioni, in modo che ragazze e ragazzi possano conoscere nei più intimi dettagli quello che è stato quel regime «soffocatore» e dare «nerbo e concretezza» alla «formale democrazia» che si è con fatica conquistata. In queste pagine, pur sintetiche, c’è tutto quello che la Resistenza (senza quasi citare date, nomi, vicende) ha significato e deve significare, affinché «l’alto prezzo pagato» non diventi una sterile «superflua rievocazione», ma debba essere «un termine essenziale di giudizio» soprattutto per i giovani e i giovanissimi, che di quella esperienza sanno e immaginano poco. La Resistenza deve diventare «un termine essenziale di giudizio» perché sia ben chiaro, da una parte, «la profondità dell’abisso da cui siamo usciti e in cui sempre si corre il rischio di ricadere» e, dall’altra, che «l’esaltazione della Resistenza» non deve essere vissuta come un retorico compiacimento reducistico, ma deve essere compresa per quello che è stato, per le scelte che ha comportato, per le violenze che sono state sopportate, per il sangue che è stato versato. Perché i giovani possano, anzi debbano, trovare il modo di comprendere appieno «il significato di ciò che è stato raggiunto con tanto sacrificio e della assoluta necessità del sacrificio stesso».

I tempi incivili che stiamo vivendo (violenza, indifferenza, spregiudicatezza, violenza di genere) impongono un cambio di rotta, un nuovo impegno, scelte di campo precise. Un atto di fede per cercare di arginare quello che – sono ancora parole di Bauer, ma in un altro scritto, presumibilmente del 1970 – «vediamo rispuntare oscenamente (volgare e superficiale manifestazione di ignoranza bestiale, di incapacità intellettuale e di bassezza morale), squadracce che spudoratamente alzano gagliardetti, canti, voci, minacce, manganelli che furono espressione di forza e di retorica di chi gettò il paese in un abisso di dolore e di miseria». Il monito di Bauer è qui a ricordarci che senza la scuola, l’educazione, l’esempio, l’etica, anche la miglior democrazia ha i tempi contati. Il suo è un grido interiore di sconcertante attualità, che non ha perso la sua carica morale e il suo valore civile.

di Claudio A. Colombo

Gli uomini che hanno vissuta la realtà del regime fascista e l’epopea della «resistenza» – che ci ha consentito di uscire non ingloriosamente da quella triste avventura – parlando ai giovani della nuova generazione, a quest’ultima conclusiva fase storica quasi esclusivamente si riferiscono per mettere in luce l’esaltante accettazione di duri sacrifici; le difficoltà superate pel raggiungimento di una piena concordia operante; l’alto prezzo pagato per la riconquista della libertà. Il loro discorso molto spesso dà per ovviamente conosciuta la condizione politica, sociale, umana in cui il popolo italiano era stato ridotto dal fascismo: è tema ad essi ben noto e perciò stesso di superflua rievocazione, quasi dato dal quale naturalmente doveva scaturire la ribellione di cui si esalta l’ardimento ed il successo.

Senza considerare che quanto per essi costituisce un ricordo vivo e pungente è ben lontano invece da una informata esatta conoscenza della nuova generazione. La quale pertanto è tratta a considerare l’esaltazione della «resistenza» come un retorico compiacimento reducistico, meglio che lo storico ripensamento del cruento e faticato episodio con cui il paese si è riscattato da una ben triste e degradante situazione. Così, per la mancanza di un termine essenziale di giudizio, i giovani finiscono col non avere ben chiaro il significato di ciò che è stato raggiunto con tanto sacrificio e della assoluta necessità del sacrificio stesso. E se loro si insegna che la ottenuta libertà deve essere sempre coraggiosamente difesa per non essere costretti a nuovamente rivendicarla a tanto prezzo, poco si possono rendere conto della profondità dell’abisso da cui siamo usciti e in cui sempre si corre il rischio di ricadere.

Di quell’abisso viene loro, se mai, sommariamente prospettato il tumulto politico; l’incomprensione, lo scontro dei partiti, il progressivo esautoramento di questi sino alla loro dissoluzione. Lo sfondo della multiforme vita nazionale in tutte le sue diverse manifestazioni viene fatto oggetto di affrettate annotazioni; viene trascurata la descrizione del lento ma inesorabile decadimento morale e civile della collettività nazionale; il chiudersi d’ogni singolo cittadino, non consenziente agli indirizzi del potere, in una avvilita e desolata solitudine, o, all’opposto, nella disonesta, spudorata, utilitaristica manifestazione – priva d’ogni luce morale – di lealismo verso il «padrone» della situazione, in una abdicazione rivelatrice di una diffusa ignoranza dei motivi più alti e fecondi che hanno fatto la gloria ed il prestigio della moderna civiltà occidentale, di cui pure eravamo parte e dalla quale il fascismo tendeva ad estraniarci e di fatto ci ha estraniati.

Nelle difficoltà in cui oggi si travaglia la vita della nazione, politiche, economiche e morali – esasperata condizione di una crisi mondiale di cui l’Italia è tra i protagonisti meno armati e maturi – è ovvio insorga nei meno preparati ad una meditata valutazione di circostanze e di fatti, come un senso di disagio e insofferenza e a danno dei giovani ignari, ad opera di molti non scomparsi epigoni dell’antica infatuazione imperiale, dei non pochi stupidi nostalgici, riprenda corso il dettato della ignorante poltroneria: «si stava meglio quando si stava peggio» riferito ad un ipotetico tempo beato in cui l’ordine pubblico era garantito senza possibili deviazioni da una severa legge del manganello; quando non si aveva notizia di scandali a ripetizione, pur realmente frequenti; quando si poteva uscir di casa senza pericolo; quando, soprattutto, si poteva vivere paciosamente senza la fatica di pensare, di affannarsi ad avere sui più ardui problemi una propria opinione, purché…

Ed è proprio questo purché, ignorato o dimenticato, che costituisce il nocciolo della questione, e che, non opportunamente sviscerato, contribuisce alla rilevata incomprensione di una pubblica opinione nuova, scarsamente informata e indotta ad aberranti giudizi. E ad aberranti prese di posizione politica orientandosi verso inquadramenti che, al di là di una accademica intenzionalità democratica – caratterizzata, questa, da un esplicito dinamismo, da un costante ed intenso fermento creativo, da una riconosciuta alternanza di potere e di responsabilità – di fatto coltivano un ideale di antistorica conservazione di tradizionali rapporti e valori.

Purché passivamente si accettasse la parola d’ordine che dall’alto pioveva ad ingiungere non solo obbedienza ma intima adesione ad una volontà completamente estranea alla coscienza del singolo cittadino, così fatto suddito di pecoresca disciplina; ad una volontà privilegiata non sorta da dialetticamente suscitata persuasione, ma fondata sulla paura di sanzioni solo formalmente legali e di inaudite violente intimidazioni utili ai fini dell’autorità costituita che se ne faceva, oltre che suscitatrice, troppo spesso diretta organizzatrice. Purché, cioè, ci si abituasse a «credere, obbedire e combattere» a servizio del padrone alto o basso che fosse, del «ras» di turno, a lasciarsi guidare verso ogni più assurda avventura di prestigio e di potenza, facendo tacere ogni capacità critica, ogni legittima protesta per calpestati interessi purché ci si adattasse – a scanso di opportune «lezioni» – a far da comparsa nelle «oceaniche adunate» di cui si intesseva la vanità, sotto molti aspetti risibile ma da pochi rilevata, del «duce» evidentemente prigioniero di un giuoco artificiosamente da lui stesso suscitato.

È vero che condizione siffatta fu accettata dalla maggior parte del popolo italiano, sino a portarle il conforto di una esplicita ostentata adesione – sincera o mentita che fosse –; che solo scarse minoranze vi si opposero pagando un duro prezzo con la vita, talvolta, nelle patrie galere o nell’esilio, o almeno facendosi esuli in patria tra non piccole rinunzie; ma ciò non toglie che la degradazione morale, politica ed intellettuale a cui tutto il paese fu condannato, fosse meno vergognosa.

Ed è questa reale vergogna di cui si deve essenzialmente parlare; che deve essere apertamente riconosciuta perché solo così può essere capita l’importanza del rivolgimento raggiunto il 25 aprile 1945 e possono essere poste salde basi di un opposto atteggiamento radicato in una persuasa valutazione storica e morale. È tutta la vita italiana nel triste ventennio di regime fascista che deve essere profondamente, analiticamente fatta conoscere alle giovani generazioni, nei più intimi dettagli, nelle più nascoste architetture ed escogitazioni di poliziesco intendimento di un regime soffocatore; alle giovani generazioni che si devono rendere conto non solo degli errori, delle carenze, del tradimento costituzionale che alla «marcia su Roma» ha dato colore non della volgare carnevalata che fu in realtà, ma di gloriosa ventura; dell’ineluttabile processo per cui, siffattamente avviato, andò via via, con rigorosa coerenza, in tutti i settori della vita nazionale, intensificandosi la negazione di ogni libertà, la perdita di ogni dignità del cittadino, la degradazione dei migliori valori umani, sino allo scatenamento di quelle «imperiali» imprese in cui il regime stolidamente disperse ogni residua riserva nazionale, tal che, irretito in un più duro giuoco guidato da chi procedeva su non diversi binari di violenza, di potere, di repressione d’ogni libertà, non poté nascondere la sua intima debolezza, la sua sostanziale inconsistenza e cadde ignominiosamente. Ma purtroppo insieme andando travolta la nazione intera, che dalla spettacolare infatuazione di «romana» grandezza precipitò nella rovina di una guerra perduta che era stata nelle piazze stoltamente salutata come sicura promessa di gloria e di fortuna, e che invece si concludeva come un duro castigo per la lunga vile acquiescenza al potere del dittatore tronfio ed ignorante.

Ai giovani deve essere fatto conoscere come, accettata l’abdicazione delle fondamentali libertà costituzionali, intorno alla dittatura si sia a poco a poco stretto un bugiardo, ipocrito o ingenuo consenso; si siano cristallizzati i più egoistici e particolari interessi; si sia così andata affermando verbosamente quella apparenza di efficienza che alle prime prove veramente serie di un difficile internazionale impegno si rivelò ben presto puramente retorico e inconsistente. Anzitutto fu evidente la debolezza di quelle strutture militari che erano state oggetto delle più roboanti esaltazioni del regime, che negli «otto milioni di baionette» sintetizzava l’idea di una granitica potenza, poi inesorabilmente rivelatasi di cartapesta.

Devono capire, i giovani, che cosa abbia significato, per la preparazione del conclusivo crollo, il progressivo depauperamento della amministrazione locale sempre più strettamente subordinata alla megalomane autorità centrale; l’inganno di una politica finanziaria di prestigio che ridava valore alla moneta nazionale ma riducendo di fatto drasticamente i sudati redditi di lavoro; che il lavoro inquadrava in un sistema corporativo in realtà operante solo come macchina di controllo poliziesco; che curava i mali della disoccupazione ingigantendo i ruoli di una milizia di parte e degli strumenti di spionaggio; che subordinava la politica doganale alla possibilità di sfacciate proficue speculazioni dei familiari e dei consorti del capo del governo; che col rigoroso bavaglio posto ad ogni manifestazione scritta, periodica e non periodica, riusciva ad indirizzare artificiosamente la pubblica opinione. Devono sapere i giovani d’oggi a prezzo di quale abbrutimento morale, di quale umiliazione del singolo cittadino, costretto a spregevole aperto servilismo, il regime fascista abbia governato il paese; perché abbiano nel conclusivo significativo esito di tanto malgoverno la riprova delle tragiche conseguenze di una voluta e tollerata negazione della libertà ed insieme un fecondo termine di paragone per dare al loro responsabile impegno democratico un non ingannevole orientamento.

Solo così essi potranno alla formale democrazia che si è conquistata dare nerbo e concretezza nonché costruttivo potere al di là delle troppe manchevolezze che ancora la impacciano; solo così potranno evitare pericolosi ritorni suggeriti da una non compiutamente spenta poltroneria, che una eloquente esperienza avrebbe dovuto pur debellare.

Concludendo: giusto e doveroso è esaltare i fasti della «resistenza», ma più utile approfondire le ragioni per cui quel sacrificio ha dovuto essere affrontato; chiarire da quale abisso di vergogna la nazione nel tragico quadro di una cruenta crisi internazionale ha dovuto riscattarsi, perché in quello specchio ci si deve pur coraggiosamente guardare per non essere indotti – ripetendo errori nefasti, vuoi di un inconsiderato massimalismo verboso ed inetto, vuoi di uno scetticismo ostentato a giustificare una vile poltroneria, vuoi infine troppo concedendo ad una colpevole ignoranza storica – per non essere indotti ancora una volta ad uscire dall’arduo cammino della libertà: irto certo di difficoltà e di triboli, ma unico che possa guidarci a concreti superiori livelli di progresso e di civiltà.

 

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