Johann Chapoutout, Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere?, Einaudi, Torino 2025 (Gallimard, Paris 2025)

Il nuovo volume di Johann Chapoutout, uno dei più importanti studiosi del nazismo, ha come oggetto l’individuazione precisa dei responsabili o meglio, come dice il titolo, degli irresponsabili che, compiendo scelte politiche precise e ben individuabili, hanno portato Hitler alla Cancelleria del Reich nel gennaio 1933.

La ricerca, schematizzando qui un testo ricchissimo, profondo e molto articolato, ha tre punti focali. Prima di tutto, la necessità di tornare, dal punto di vista storiografico e del dibattito pubblico, sul tema più che centrale della Repubblica di Weimar: un vero e proprio topos del Novecento, archetipo della caduta di una democrazia, spauracchio sempre evocato di fronte alle ricorrenti crisi delle democrazie contemporanee. In secondo luogo, il volume dipana una ricerca puntuale e minuziosa su chi (le élite economico-finanziarie, gli interessi di casta, il sistema dell’informazione, gli esponenti dei partiti), come e perché, ha imboccato risolutamente la strada della dittatura tra il 1930 e il 1933. E, in ultimo,  Chapoutout delinea un’importante riflessione sul perché gli anni Venti/Trenta tedeschi sembrano, un secolo più tardi, risuonare così familiari alle nostre orecchie, evocando parallelismi che ci provocano disagio e sconforto, come se di nuovo stessimo per imboccare una ripidissima caduta verso un rinnovato baratro.

La Repubblica di Weimar, pur nel contesto concitato e drammatico del primo dopoguerra, della Rivoluzione del 1918-19 e della violenza politica che insanguina la Germania, è un esperimento politico-istituzionale tutt’altro che fallimentare. La Costituzione approvata nel 1919, che sconta sicuramente alcune ambiguità usate come grimaldello per un cambio di regime in senso presidenziale, prevede il suffragio universale maschile e femminile, un assetto fortemente parlamentare, una politica sociale ed economica inclusiva e di uguaglianza. La  Repubblica, nonostante le tensioni e le turbolenze che sembrano metterne a rischio l’esistenza, riesce a stabilizzare almeno in parte la Germania degli anni Venti grazie a «uno spazio democratico rappacificato, imponendo un monopolio della violenza legittima» (p. 7). Lungo tutti gli anni Venti, dunque, il nazismo non appare affatto come il destino ineluttabile verso cui corre il paese. È perciò nelle mani dei partiti weimariani di centro e di destra che si concentrano le scelte che modificano la politica della Repubblica in funzione anti popolare, sulla base di una vera e propria battaglia contro il “bolscevismo”. Quest’ultimo, che i conservatori innalzano a simbolo di una modernità dai tratti selvaggi e ributtanti, è ritenuto colpevole di ogni nefandezza e, soprattutto, della decadenza tedesca che passa, secondo questi “liberali autoritari”, per la scuola pubblica, l’omosessualità, il femminismo, l’arte moderna, le notti berlinesi. Certo, il contesto internazionale, la crisi del ’29, i trattati vessatori, la ventata violenta e reazionaria dei fascismi europei sono lo “spirito dei tempi” entro cui l’estrema destra cresce e trova enormi consensi. Tuttavia, vi è un attacco concentrico agli equilibri di Weimar da parte dello Zentrum (il partito cattolico) e dei partiti della destra liberale (in particolare, il Partito Popolare Nazionale Tedesco DNVP) specificatamente indirizzato contro i ceti popolari politicizzati, i sindacati, i socialdemocratici, i comunisti. Per la vecchia classe dirigente, l’unico estremismo da combattere è quello di sinistra, nonostante il nazismo si sia già dotato di milizie armate formate da decine di migliaia di uomini, inquadrati e organizzati. Zentrum cattolico e destra liberale sostengono la necessità di rivedere la politica economica per far ripartire la crescita e la produzione attraverso misure tipiche del neoliberismo: pesanti tagli al bilancio dello Stato, una politica di austerità, abbattimento della tassazione per le imprese, sgravi fiscali, eliminazione del salario minimo e dei vincoli sull’orario di lavoro, eliminazione di ogni forma di assicurazione contro la disoccupazione. Tocca al Cancelliere Von Papen descrivere con grande chiarezza il nuovo indirizzo di politica economica, sebbene il primo a muoversi in questa direzione sia stato il suo precessore Brüning. Von Papen, che governa senza una maggioranza parlamentare grazie alla decisione del Presidente Hindenbug di forzare la Costituzione, sostiene che «tutti gli ostacoli al libero sviluppo delle forze vive dell’economia devono essere rimossi senza esitazioni, deregolamentando ove possibile» (p. 118), spostando così l’azione dell’esecutivo su posizioni di un liberismo darwiniano molto apprezzato dagli imprenditori tedeschi. E ancora, sempre la destra liberale ipotizza l’ampliamento dello spazio germanico ad est, colonizzando in prima battuta le terre meno popolate della Prussia orientale e della Pomerania. Sono, in tutta evidenza, programmi economici e sociali perfettamente sovrapponibili a quelli del partito nazista tanto che, come scrive Goebbels nel suo diario, «alcuni di noi temono che il governo faccia fin troppo e che poi a noi non resti più nulla da fare» (p. 161).

Le riforme richieste a gran voce dai liberali riguardano anche l’assetto istituzionale: è fondamentale, infatti, garantire la stabilità necessaria affinché l’economia possa svilupparsi senza temere continui cambi di direzione. Il parlamentarismo è invece sinonimo di precarietà a causa della sua dipendenza da maggioranze partitiche continuamente variabili; è incline al compromesso che impedisce provvedimenti efficaci; non ha infine la necessaria velocità decisionale per rispondere ai bisogni del paese. Emerge con sempre maggior chiarezza il ruolo del presidente quale vero garante e interprete dell’assetto politico: è la figura che incarna l’unità del popolo tedesco, e dunque l’unico a cui spetta l’interpretazione costituzionale e l’indirizzo dell’esecutivo. Carl Schmitt, l’estensore più puntuale di questa radicale trasformazione, afferma che la preminenza assoluta della figura del presidente come unico potere legittimo è data dal suo essere “l’uomo della totalità” mentre i partiti sono “gli araldi del frazionamento”. Postulando la necessità di governi indipendenti dai partiti, Schmitt fornisce a Hindenburg, alla sua “camarilla” e alla destra liberale ed estrema, il vademecum teorico per l’instaurazione di fatto di un regime presidenziale, assai gradito anche dall’opinione pubblica, fortemente influenzata dal sistema mediatico. Non va infatti dimenticato che l’informazione è nelle mani del magnate dei media Alfred Hugenberg: tra i fondatori del Partito Nazionale Popolare e della potentissima Federazione dell’industria tedesca, ex presidente del consiglio di amministrazione della Krupp, nel corso degli anni Venti sostiene con forza la necessità di un’alleanza con il Partito nazista. Il suo impero controlla la quasi totalità dei quotidiani locali e nazionali, dei periodici e persino degli studi cinematografici, che si occupano della produzione e della diffusione dei cinegiornali.

In questo quadro dominato dagli interessi di una vera e propria oligarchia e dalla crescente violenza nazista, il Partito Socialdemocratico (SPD) cerca di fare da argine, inaugurando quella che l’autore definisce la “politica dei castori”: costruire una serie di dighe per evitare il peggio, e dunque rinunciare ad un proprio candidato alle presidenziali del 1932, astenersi in parlamento avallando le politiche più brutali nei confronti dei lavoratori, e pagare così un prezzo altissimo in termini elettorali senza peraltro impedire l’ascesa nazista. I comunisti, che godono di non pochi consensi, paiono precipitati da un altro mondo: nell’agosto 1932, la decana Clara Zetkin è chiamata a presiedere la prima seduta del Parlamento. Dopo un lungo e circostanziato discorso sulla morte del capitalismo conclude in modo stupefacente, dichiarando «aperta la legislatura in conformità al mio dovere di decana, con la speranza di provare la felicità d’inaugurare in queste stesse vesti, il primo congresso della Germania sovietica»; dopodiché cede la parola al deputato Goering, eletto presidente del Parlamento (p. 150).

Dunque, tra il 1930 e il 1933, mentre inizia il corteggiamento della destra liberale nei confronti di Hitler con il quale si spera di stringere un’alleanza che permetta di non essere scalzati dal potere, il presidente Hindeburg, forzando drammaticamente la Costituzione, affida la Cancelleria a Brüning, Von Papen, Von Schleicher e infine di nuovo a Von Papen, senza che abbiano una maggioranza parlamentare. I vertici dello Stato assecondano di volta in volta le posizioni di quei gruppi in grado di conservare il potere e i privilegi di una vera e propria oligarchia, in una sorta di continuo mercanteggiamento in cui la destra conservatrice ha già scelto l’alleanza con i nazisti puntando tuttavia a riservare loro un ruolo di secondo piano, con la speranza di addomesticarli. Ma i conti sono sbagliati, poiché non viene valutata adeguatamente la volontà assoluta dei nazisti di arrivare al potere, legalmente o no. Questi, inoltre, nell’estate del 1932 hanno fretta: è evidente che la loro crescita elettorale è giunta all’apice; da lì in poi, ad ogni successiva tornata o perdono voti, o ristagnano È lo scenario peggiore, poiché sanno che, se lasciati a cuocere nel brodo del calo elettorale, rischiano di sparire velocemente: il partito è profondamente inquieto, l’ala moderata di Strasser (da sempre l’antagonista di Hitler) guadagna posizioni rendendo probabile persino una scissione. Nel mese di agosto sembra che le trattative con Von Schleicher, «sempiterno maestro di intrighi e di intrallazzi»,  possano andare in porto, tanto da indurre Goebbels ad affermare con inquietante sicurezza che «una volta che avremo il potere, allora non lo abbandoneremo mai, a meno che non ci portino via dai nostri uffici come cadaveri» (p. 135). Ma i nazisti, che non accettano nulla di meno della Cancelleria, devono pazientare ancora fino a gennaio. In una girandola frenetica di trattative e conciliabili segreti che coinvolgono Von Papen, Von Schleicher, Von Ribbentropp, Oskar Hindeburg (il figlio del Presidente), è evidente il progressivo e drammatico deterioramento della credibilità politica e istituzionale. Nessuno sembra più agire per il bene del paese ma esclusivamente per quello della proprio “cricca”, in un corto circuito che, attraverso l’apparente scaltrezza di Von Papen e l’arrendevolezza del vecchio Hindenburg, porta direttamente la destra liberale nelle braccia di Hitler. Il 30 gennaio 1933, allorché Hitler presta giuramento come Cancelliere del Reich, il disastro causato dagli irresponsabili è compiuto e la Repubblica di Weimar è spacciata. La sua morte, spesso definita un suicidio, è invece un vero e proprio assassinio compiuto da «una piccola oligarchia sfacciata, egoista e ottusa che ha fatto la scelta, il calcolo e la scommessa di assassinare la democrazia: liberali autoritari che convinti della loro legittimità sovra-elettorale, persuasi della loro politica di “riforme”, infatuati del loro genio, delle loro origini e delle loro reti, hanno freddamente deciso che l’unica strada razionale e ragionevole da percorrere per restare al potere ed evitare qualsiasi vittoria della sinistra era l’alleanza con i nazisti» (p. 17). Von Schleicher e Strasser, che a loro modo hanno tentato di frenare l’ascesa hitleriana, saranno entrambi uccisi nel giugno 1934 nella Notte dei lunghi coltelli.

Leggendo questo libro, bello e impegnativo, ci si ritrova spesso sconcertati a chiedersi se non via sia una forzatura, da parte dello storico, nel sottolineare le somiglianze tra il passato e l’attualità, dal tema delle “riforme” in senso presidenzialista a scapito del parlamentarismo, al neoliberismo più radicale, alla concentrazione mediatica, passando per la battaglia contro tutto ciò che è diverso e dipinto come disturbante dalle fasce più reazionarie della classe dirigente. Lo stesso Chapoutout fa propria l’osservazione, rimarcando come l’inventario delle similitudini potrebbe continuare per molte pagine «sorprendendo perfino l’autore di queste righe, il quale durante tutta la ricerca storiografica e archivistica, non ha mai smesso di strabuzzare gli occhi». Anticipando l’inevitabile accusa di chi abitualmente punta il dito il contro gli storici «parziali, influenzabili, addirittura impegnati», pretendendo un’oggettività di positivistica memoria, l’autore ricorda come i ricercatori sappiano ormai da più di un secolo che ciò che definisce la validità di una ricerca è l’onestà.

È questa infatti che «richiede allo storico di fare tanto da accusa quanto da difesa, quando procede al paragone, di distinguere tra le similitudini e la differenza dei tempi, per dirla alla Marc Bloch, il quale non ignorava che tutta la storia è contemporanea» (pp. 228-231). Non vi è nulla di forzato o artificioso, dunque, nel notare disturbanti somiglianze. In un’epoca di decadenza e dissoluzione democratica, in cui è mandatorio ricordare alle destre europee cosa accadde quando si allearono con le destre estreme, è sembrato necessario, conclude Chapoutout, «riaprire il fascicolo fondamentale di questo suicidio di una Repubblica» che è in verità, come si è visto, un «assassinio in piena regola, per riflettere su una recidiva e prevenirla più che paventare un ritorno agli anni Trenta».

di Paola Signorino


Loading...