Risale al 20 luglio 1925 il violentissimo pestaggio di Giovanni Amendola da parte di una quindicina di criminali fascisti. Le conseguenze della vile aggressione lo portarono alla morte il 7 aprile 1926, dopo un breve periodo d’esilio trascorso in Francia. Fu, l’agguato ad Amendola, una dei tanti gesti qualificanti di squadristi travestiti da militanti politici, incapaci di produrre un pensiero e interessati in primis a dar sfogo ai propri sadici istinti, accusando gli oppositori del fascismo di essere “anti-italiani”. Una definizione ancor oggi evocata dall’estrema destra nostrana, che continua a stravolgere la storia.

Inizia proprio dall’agguato la bella biografia di Amendola scritta da Antonio Carioti [1] che, con dovizia di particolari, descrive l’imboscata avvenuta vicino a Pistoia e durante la quale, con involontaria e tragica ironia, nel colpirlo con bastoni e ricoprendolo d’insulti, gli aggressori urlarono al politico liberal-democratico: «vigliacco, ora ti si dà noi una lezione» (p. 8). Il suo principale torto, agli occhi dei fascisti, era stato forse quello di aver pubblicato il 28 dicembre 1924 sul suo quotidiano Il Mondo il memoriale di Cesare Rossi, ex capo ufficio stampa di Mussolini, in cui l’autore aveva denunciato le responsabilità dirette del Duce in una serie di aggressioni contro antifascisti e fascisti dissidenti. Nel memoriale, Rossi aveva definito l’omicidio di Giacomo Matteotti un delitto politico, di Stato, mettendo in crisi la credibilità di Mussolini di fronte a un’Italia attonita e disorientata. Ma Mussolini fu “salvato” da un sovrano, Vittorio Emanuele III, del tutto sordo alle denunce degli antifascisti, che non ritenne di dover sostenere nelle sacrosante denunce di ripristino delle (non molte) garanzie di libertà contenute nello Statuto Albertino. Era questo, nell’estate del 1924, il fulcro della battaglia intrapresa dalle forze d’opposizione, radunate dopo il sequestro di Matteotti nell’Aventino (abbandonato presto dai comunisti e criticato anche da Piero Gobetti), di cui proprio Amendola fu l’animatore (cap. IX, pp. 182-206).

Come di consueto Carioti unisce al rigore dello studioso una scrittura fluida, figlia del suo primo mestiere (il giornalista), caratteristica che negli anni gli ha consentito di produrre pubblicazioni di alto valore scientifico, incentrate su fonti primarie e secondarie trattate con intelligenza, ma rese fruibili anche per i “non esperti”. Dalla ricerca svolta non emerge un ritratto agiografico di Amendola: egli fu una figura complessa, non priva di oscillazioni ideologico-culturali collegate con i diversi contesti che attraversò fin dagli anni giovanili. Nel cercare di comprendere eventi e persone, talvolta mostrò un’evidente rigidità e una tendenza giudicante, a cui in alcune circostanze associò momenti di forte irritazione che fece fatica a frenare e che indicavano una buona dose di presunzione.

In questa sede si possono toccare alcuni aspetti del suo percorso, a cominciare dalla genesi del suo tormentato rapporto con l’amata Eva Kühn (sposata nel 1907), madre di Giorgio (detto Todo in famiglia), Ada, Antonio e Pietro, conosciuta nel dicembre 1903 in occasione di una conferenza. Erano stati entrambi attratti dalla teosofia moderna (fondata a New York nel 1875 dalla sensitiva russa naturalizzata americana Helena Blavatsky) che, scrive Carioti, è «uno dei movimenti spiritualisti in voga all’epoca, attinge dal cristianesimo come dalle tradizioni orientali: predica la fratellanza universale e si basa sull’idea che tutti i culti religiosi siano espressioni parziali di una verità più profonda circa la natura divina dell’uomo, che può essere conosciuta attraverso un percorso iniziatico» (p. 14).

Amendola rimarrà sempre uno spirito religioso, anche se il piano filosofico lascerà spazio a quello più prettamente politico, con il risultato di modificare le sue priorità ma, forse, non il suo approccio “radicale” ai problemi. Nel 1905 ruppe con la Società teosofica diretta da Isabel Cooper-Oakley, accusata di essere troppo spregiudicata e, inoltre, avvezza a pratiche di occultismo. In quell’anno Amendola conobbe Giovanni Papini, con cui ebbe un rapporto costruttivo ma conflittuale. Nel 1907 iniziò a collaborare con la rivista Prose attirandosi le dure critiche dell’amico, attaccando Gabriele D’Annunzio e misurandosi con Benedetto Croce (da cui in quella fase lo divise il modernismo), mostrando così una forte personalità. Collaboratore de La Voce di Giuseppe Prezzolini, Amendola fu attento al meridionalismo (era nato a Napoli nel 1882 da una famiglia di Sarno) e sensibile alle istanze di Gaetano Salvemini, all’epoca ancora militante del PSI prima di fondare alla fine del 1911 L’Unità.

La guerra di Libia, fortemente voluta dai nazionalisti e criticata da Salvemini, all’inizio non fu sostenuta da Amendola ma la sua opposizione si fece sempre più tenue tanto che il suo patriottismo, pur senza confondersi con quello dei nazionalisti, indicò l’incompatibilità con ogni posizione pacifista e filosocialista. Scrive Carioti: «Tutte le riserve sull’opportunità del conflitto e sulla condotta delle ostilità si accompagnano però in Amendola alla convinzione che la prova bellica possa rivelarsi salutare per la tempra del carattere italiano» (p. 41). Questa posizione, espressa in modo articolato su La Voce del 28 dicembre 1911, sarà poi ripensata dallo stesso Amendola che, ricorda Carioti, la giudicherà infondata.

Nel 1912, grazie all’amico Mario Missiroli, Amendola divenne corrispondente politico de Il Resto del Carlino, trasferendosi a Roma e seguendo costantemente la politica estera. Ma anche con Missiroli i rapporti furono difficili. Dopo aver stroncato il libro autobiografico di Papini Un uomo finito, Amendola criticò duramente La monarchia socialista di Missiroli, anche se il dissenso politico-culturale figlio delle tesi esposte nel libro non spezzò il legame personale fra i due, divisi da una diversa interpretazione del Risorgimento.

Il giornalismo, più degli studi filosofici e dell’insegnamento universitario, fu il suo terreno d’azione tanto che, nel 1914, fu assunto dal Corriere della Sera di Luigi Albertini. Seguitò a lavorare a Roma e fu un convinto interventista abbastanza distante dalle motivazioni degli interventisti democratici, come si evince dal testo del documento costitutivo del gruppo nazional-liberale che redasse nel dicembre di quello stesso anno. Ma proprio l’esperienza diretta della guerra, come sottolineato dal figlio Giorgio nelle sue memorie, fu decisiva per la maturazione delle sue posizioni politiche. La sua già scarsa considerazione per le classi dirigenti (militare e politica) peggiorò, crebbe in lui «la consapevolezza della necessità di un’apertura alle esigenze dei ceti più umili, sacrificati cinicamente in trincea» (p. 53). Ciò non gli impedì di assumere posizioni oltranziste «per il timore di un cedimento del fronte interno» (p. 63), tanto da difendere Cadorna e attaccare Orlando ancor prima della disfatta di Caporetto. Di fronte alla penetrazione degli austriaci fino alla linea del Piave e del Monte Grappa, Amendola vinse la sua diffidenza verso gli jugoslavi sposando le istanze dei popoli sottoposti all’impero asburgico, che avevano l’obiettivo di disgregare l’Austria-Ungheria nel nome della “politica delle nazionalità”.

Per quanto le sue aperture verso i soldati esprimessero una nuova posizione verso le masse “in divisa”, difese dagli sconsiderati attacchi di una parte degli alti ufficiali che tendevano a coprire le loro gravi responsabilità nella conduzione del conflitto, Amendola non fu «meno implacabile verso i neutralisti, specie i dirigenti del PSI». Approvò così il Fascio di difesa nazionale, che radunò i parlamentari più convinti dello sforzo bellico, e accusò i socialisti di aver indebolito il fronte interno (p. 67). Amendola non mostrò alcuna comprensione in particolare verso le istanze dei massimalisti, mentre interpretò la rivoluzione bolscevica come una sciagura politica. Tuttavia, precisa Carioti, Amendola uscì dal conflitto mondiale profondamente persuaso che fosse «necessaria una svolta in senso democratico» e, sul Corriere della Sera del 21 novembre 1918, scrisse: «Il popolo ha diritto al progresso morale, intellettuale ed economico; e chi non sa darglielo non ha il diritto di governarlo» (p. 78).

Nel 1919 Amendola, molto critico verso D’Annunzio e l’“impresa di Fiume” (una posizione ben più rigida di quella espressa da Albertini), divenne deputato e, vicino a Francesco Saverio Nitti, s’immerse nella lotta politica in una fase molto delicata del suo matrimonio. Nacque allora l’idea di una nuova testata, Il Mondo, che uscì nel 1922 dopo l’inevitabile separazione da Albertini e dal Corriere della Sera. Amendola fu ministro delle Colonie nel Governo Facta (Carioti gli dedica un intero capitolo, l’VIII, pp. 128-141) e, di fronte al fascismo, tentò di promuovere un’alleanza che fosse in grado di contrastare Mussolini anche nel Mezzogiorno, mentre i toni dello scontro con il futuro Duce si facevano sempre più duri. Amendola sapeva che il PNF non aveva alcuna intenzione di adattarsi «all’idea di una collaborazione ragionevole e normale» con le altre forze politiche per abbassare la tensione nel paese (p. 154), come scrisse su Il Mondo. Mussolini arrivò a definirlo una delle «tre anime nere della reazione antifascista»: un capolavoro di disonestà intellettuale dato dal totale rovesciamento del significato delle parole, che sarebbe stato un tratto distintivo di Mussolini, dei suoi sodali e dei suoi eredi.

Si può dire che, da quella fase, il triste destino di Amendola fu segnato e che, dalla Marcia su Roma al delitto Matteotti, i sogni di apertura democratica immaginati nell’immediato primo dopoguerra affogarono nel regime totalitario. Un aggettivo, totalitario, che per primo Amendola usò su Il Mondo il 2 novembre 1923 (p. 172).Chiamò col suo nome il nuovo tipo di regime autoritario ancor prima che esso si affermasse pienamente con le leggi eccezionali nel novembre 1926, dopo aver causato la sua morte.

Ricorda Carioti, alla fine del libro (p. 226), che «in un estremo atto di meschina malafede», tramite l’agenzia Havas il regime fascista diffuse l’incredibile notizia secondo cui la morte del leader dell’Unione Nazionale «non è dovuta a violenze esercitate sulla sua persona e che non deve essere sfruttata come quella dell’on. Matteotti».


[1] Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola antifascista liberale, Laterza, Bari-Roma 2026.

di Andrea Ricciardi

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