Patrizia Gabrielli, Fenicotteri in volo. Donne comuniste nel ventennio fascista, Edizioni Affinità Elettive, Ancona 2024

Pubblicato per la prima volta nel 1999, il volume di Patrizia Gabrielli è stato riproposto nel 2024 con una nuova prefazione dell’autrice nella quale si sottolinea come, sebbene gli studi sull’esperienza femminile – nelle sue più svariate declinazioni – abbiano compiuto significativi passi avanti, assai poco ci si sia dedicati alle vicende delle donne appartenenti al comunismo italiano, eccezion fatta per le dirigenti più note. Alcuni studi importanti sono stati fatti a livello europeo, ma ben poco per quanto riguarda le militanti del nostro paese.

Gabrielli muove proprio da questa “mancanza” per analizzare i motivi per cui, nell’ambito degli studi femministi, le comuniste abbiano goduto di poca fortuna e altrettanto poca simpatia. Su di loro hanno gravato decenni di stereotipi, peraltro strettamente legati alle vicende stesse del comunismo: la scelta del PCd’I di non riconoscere una sostanziale specificità alla “questione femminile”, ma di considerarla parte del più generale sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo; le direttive della Terza Interazionale, che puntavano alla diffusione del comunismo tra i lavoratori e le lavoratrici, spingendo la militanza delle donne in quanto operaie e contadine; l’alone mitico delle comuniste come militanti pronte a ogni sacrificio, soprattutto negli anni della clandestinità, protette dalla corazza ideologica di una fede inscalfibile nell’azione del partito. Tutti elementi che descrivono non donne con il loro bagaglio di esperienze, scelte, vissuti, ma stereotipi difficili da decostruire. Il lavoro dell’autrice si ripropone dunque di ripercorrere l’esperienza delle donne comuniste della “prima ora” e delle ondate successive indagando negli spazi intermedi, non limitandosi alle autorappresentazioni quali ad esempio le note biografiche richieste dagli organismi di partito, in cui il proprio sé più intimo è necessariamente accantonato o ricondotto alle necessità superiori della lotta e dell’adesione agli ideali. Sono altri i contesti in cui si possono invece trovare quelle fratture, quelle piccole crepe, quelle riflessioni più intime in cui si intravedono complessità e ricchezze che, seppure difficili da scovare, rappresentano un patrimonio ricco e vitale della militanza femminile. E dunque, grazie a una ricerca minuziosa, Gabrielli raccoglie scritture intime, lettere, piccoli racconti e prove letterarie, documenti minuti, tracce di vita in cui ci si concede una maggiore libertà espressiva. Anche le fonti istituzionali, le carte di polizia e i fascicoli del Casellario Politico Centrale (CPC) offrono preziosi squarci: paradossalmente, le osservazioni dei sorveglianti rivelano dettagli fondamentali che illuminano sia le vicende delle sorvegliate, sia le ossessioni dei questurini che descrivono le “rosse” come scalmanate, isteriche, scostumate, lascive, madri irresponsabili, dedite al disordine. L’approccio biografico dell’autrice, che seleziona un piccolo ma significativo gruppo di militanti della base comunista, dimostra la sua efficacia da più punti di vista, sia per quanto riguarda le esperienze delle donne, sia per la ricostruzione di quelle reti familiari e amicali che rendono possibile, da un lato, l’avvicinamento al partito e, dall’altro, la sopravvivenza stessa quando il regime costringe all’esilio e alla clandestinità.

Come accennato, all’interno del PCd’I la questione femminile venne presto accantonata in favore di una svolta “operaista”. Eppure, alla sua nascita un buon numero di femministe aderirono al nuovo partito portandovi la propria esperienza e dedicandosi da subito con entusiasmo alla costruzione di sezioni e circoli femminili, poi ridimensionati nella generale ristrutturazione organizzativa degli anni seguenti. Ma ciò che più interessa evidenziare all’autrice è la provenienza delle militanti della prima ora e degli anni seguenti. Una buona parte di esse, infatti, aveva maturato una lunga esperienza nell’ambito del femminismo emancipazionista i cui punti cardine erano l’uguaglianza giuridica, la tutela della donna lavoratrice, della maternità e dell’infanzia, nonché la battaglia per il diritto di voto. Si trattava di programmi vicini al socialismo riformista e, del resto, molte emancipazoniste furono contigue al partito, che tuttavia aveva posizioni assai contraddittorie, sollecitando la partecipazione femminile ma mostrandosi tiepido e ondivago sui punti salienti delle richieste del movimento delle donne, come ad esempio il suffragio femminile. Dunque per molte la militanza maturò tra emancipazionismo e socialismo, spesso provenendo dal mondo dell’insegnamento, uno dei pochi ambiti lavorativi allora accessibili. Fu questa, ad esempio, la traiettoria di una delle più note esponenti del socialismo milanese e non solo, Abigaille Zanetta, maestra, sindacalista, femminista, pacifista, che passò al Partito Comunista d’Italia all’atto della sua nascita. Assai diverso fu l’approdo al PCd’I delle più giovani (nate intorno al 1900), giunte al partito soprattutto sull’onda del pacifismo e del ripudio totale della guerra maturato nel corso del conflitto mondiale: si pensi al ruolo delle donne nelle giornate torinesi del 1917. In questo caso, la componente operaia fu più consistente, come dimostra l’esperienza di Teresa Noce. Sebbene consapevoli della specificità della questione femminile, le militanti di origine proletaria furono le più convinte nell’accettare di ricondurla all’interno della più generale “questione operaia”, ritenendo che la fine dello sfruttamento capitalista avrebbe posto fine anche alla questione di genere. Eppure, queste stesse militanti non smisero mai di mettere in primo piano il lavoro politico tra e con le donne, avendo fatta propria l’eredità dell’emancipazionismo che aveva come punto focale la tutela della maternità e dell’infanzia. Infine, un’ondata di adesioni al partito arrivò con il consolidamento del regime: la persecuzione, il confino, il carcere e l’esilio dei propri familiari spinsero moltissime donne al lavoro politico, a diventare fenicotteri in volo in grado di mantenere attiva la rete clandestina che garantiva la trasmissione d’informazioni e di stampa, aiuti vari, organizzazione di scioperi, presenza all’interno del paese, permettendo così la sopravvivenza delle strutture del partito nonostante gli arresti dell’intero gruppo dirigente nel 1926. Svolgere un lavoro politico che prevedeva l’esporsi in pubblico, parlare nelle assemblee, partecipare alle discussioni, informarsi, istruirsi, scrivere testi per la stampa di partito e sindacale, spostarsi da una città all’altra, accettare come normale che compagni e compagne condividessero gli stessi spazi, le stesse responsabilità soprattutto dopo il consolidarsi del regime fascista comportò la rottura di codici e ruoli consolidati, in grado finalmente di accrescere una positiva consapevolezza di sé. Se per le donne questo rappresentò dunque uno spazio di inedita autonomia e di messa in discussione dei progetti di vita e dei percorsi tradizionali, fu anche un tempo di profondissima riflessione su ciò a cui si rinunciò, sul dolore e sulla solitudine. Ciò che pesò come un macigno fu soprattutto il senso di colpa verso il proprio essere madre: per molte si trattò di una rinuncia alla maternità, mentre per le donne condannate al carcere, o a lunghissimi anni di confino, o ancora costrette alla clandestinità o all’espatrio, pesò il destino dei figli. Furono affidati a parenti o a famiglie amiche, o messi nelle mani del Soccorso rosso se non addirittura mandati in URSS, tante che le madri si sentirono espropriate del proprio ruolo educativo e dell’amore per e dei bambini. Inoltre, l’inedita autonomia, anche nella solitudine, non ebbe purtroppo un riscontro effettivo nell’evoluzione dei codici di riferimento tradizionali dei propri compagni. Se nell’autorappresentazione delle rivoluzionarie di professione (Teresa Noce, Camilla Ravera) questi aspetti sono solo accennati di sfuggita, nelle lettere delle militanti meno note emergono con chiarezza: la rottura dei ruoli in un contesto estremo costò fatica, dolore, solitudine, in anni vissuti “con il freddo nel cuore”. Soprattutto nelle lettere, che fossero indirizzate ai compagni di vita o alle amiche, alle sorelle, la duplice valenza della scoperta del sé capace di affrontare la lotta politica rompendo gli schemi tradizionali, in grado di modificare le gerarchie anche nei rapporti d’amore, e il costo pagato in termini di incomprensioni e solitudine emerge chiaramente. Probabilmente, come conclude l’autrice, le donne comuniste pagarono un prezzo molto alto a causa della moderazione con cui la critica investì la tradizionale divisione dei ruoli e in particolare la famiglia, cosi che il mancato processo di revisione ostacolò la costruzione di nuovi modelli femminili. Temi come la contraccezione, l’aborto, il divorzio – seppure vissuti in prima persona durante gli anni della clandestinità – non divennero temi politici fondanti per il periodo successivo. Così come non venne scardinato il dirigismo maschile del partito di impronta stalinista, mentre le donne venero trasformate in eroine. Per essere all’altezza del ruolo, il dolore della privazione venne celato.

Eppure, la straordinaria esperienza delle comuniste che si batterono per la libertà rimase, come un lascito che, passando attraverso l’autonomia, l’acquisizione della sicurezza di sé, la presenza pubblica da cui non si fecero scalzare, divenne eredità preziosa per le italiane cresciute nel dopoguerra.

di Paola Signorino

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