Una delle bugie più diffuse dall’immediato secondo dopoguerra ad oggi è che il fascismo sia finito nel 1945 con la Liberazione, coincisa con il definitivo crollo della RSI prima della resa nazista successiva al suicidio di Hitler. Certo, il fascismo (è banale ma è utile ribadirlo) come regime totalitario si sgretolò il 25 luglio 1943 con il pronunciamento (favorito da Vittorio Emanuele III) da parte del Gran consiglio del fascismo sull’ordine del giorno Grandi, a cui era seguito l’arresto di Mussolini “imprigionato” (per poco) sul Gran Sasso. Ma dopo la sua liberazione per mano dei tedeschi, con la RSI, il regime collaborazionista nato nel settembre 1943, asservito ai nazisti e direttamente coinvolto nella Shoah, furono compiuti gli eccidi più terribili verso i civili. Le bande di “patrioti” fascisti come la Koch e la Muti (entusiasti fautori della tortura) realizzarono decine di rappresaglie contro i giovani partigiani, riuscendo poi (in moltissimi casi, si pensi a Junio Valerio Borghese, nel 1970 al centro di un tentativo di golpe e già a capo della X Mas, e al criminale di guerra Rodolfo Graziani, presidente onorario dell’MSI, erede dichiarato della RSI) a cavarsela con poco, per ragioni che non è possibile riassumere in questa sede.
Tra i motivi che generarono le drammatiche contraddizioni del dopoguerra, alimentando ingiustizie e non facendo chiarezza sulle atroci responsabilità di assassini non pentiti, si possono ricordare l’amnistia Togliatti del 1946, approvata dal I Governo De Gasperi (di coalizione) nel nome della “pacificazione nazionale”, e la Guerra fredda, che determinò la divisione del mondo in due blocchi e l’accantonamento dei processi ai criminali di guerra, al netto di Norimberga e Tokio che non soltanto coinvolsero pochissimi uomini di vertice dei due regimi ma che non ebbero un equivalente in Italia. Questo per evitare, nel nome dell’anticomunismo, che fossero turbati i nuovi equilibri in Europa occidentale di fronte al quadro geopolitico in rapida evoluzione. E che, di conseguenza, fossero salvaguardati (innanzitutto in funzione antisovietica) i rapporti tra l’Italia e la neonata Repubblica Federale Tedesca sotto l’ombrello statunitense. Il “realismo politico”, anche nel blocco orientale, prevalse sull’accertamento delle gravissime responsabilità di uomini che, dopo essersi trincerati dietro il presunto obbligo di «rispettare gli ordini» in tempo di guerra, non soltanto in Europa divennero addirittura protagonisti di una guerra sporca o non ortodossa che fu combattuta, in tempo di pace, da figure impresentabili protette (per non dire indirizzate) dai servizi segreti, alieni dal rispettare le leggi dei paesi in cammino verso la democrazia. Tra questi vi fu l’Italia dove, con il fallimento dell’epurazione e in assenza di un vero ricambio delle classi dirigenti (magistratura e burocrazia, polizia, esercito e servizi segreti), la continuità dello Stato per molti aspetti prevalse sulla pacifica rivoluzione democratica ipotizzata, in modo particolare, dal Partito d’Azione di Leo Valiani, Ferruccio Parri, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi e altri.
Un sistema, quello democratico, che mai si consolidò appieno in vaste aree del mondo, incontrando enormi difficoltà in America Latina. Qui, dagli anni Sessanta in avanti, le dittature militari si affermarono con il beneplacito degli Stati Uniti, preoccupati dalla vittoria dei castristi a Cuba (1959) e, già prima, dall’idea di perdere il controllo su un’area che, nel nome della Dottrina Monroe, fin dal 1823 consideravano a sovranità limitata e in cui intendevano consolidare i propri interessi e affari (per lo più poco puliti) attraverso lo sfruttamento delle non poche risorse. Ogni qual volta, quindi, in quel continente si metteva in discussione un assetto economico (a cui corrispondeva la struttura piramidale della società) era opportuno, più precisamente si può dire necessario, intervenire militarmente per ristabilire “l’ordine”. Cioè il dominio delle élites tradizionali, lontane dall’immaginare forme di nazionalizzazione che avrebbero messo in discussione la dipendenza dagli USA e i caratteri di una società molto arretrata, in cui il benessere era di pochi e i senza diritti erano la grande maggioranza. Nel corso degli anni Settanta, in America Latina gli spazi di libertà si restrinsero ulteriormente fino a fare del continente un insieme di sanguinarie dittature militari di stampo fascista in cui, considerati anche i tanti criminali nazisti che lì avevano trovato ospitalità una volta fuggiti dall’Europa (si pensi soltanto ad Eichmann e a Mengele), i fautori del III Reich vissero una “seconda giovinezza” nella più totale impunità.
Da questo clima, alla fine di novembre del 1975, nacque nell’Academia de Guerra del Ejército, nella Santiago del Cile di Augusto Pinochet, il Piano Condor. Un coordinamento tra gli organismi militari di spionaggio di Cile, Argentina (dal 1976 sottoposta alla dittatura di Jorge Videla), Uruguay, Paraguay e Bolivia, a cui aderirono poi Brasile, Ecuador e Perù. La mente politica del piano fu proprio Pinochet, con la fondamentale collaborazione del colonnello Manuel Contreras, sinistro direttore organizzativo e coordinatore che era a capo della Dina (Direccíon de Inteligencia Nacional), la famigerata polizia politica del regime che aveva cancellato la democrazia con la diretta collaborazione di Henry Kissinger, Segretario di Stato USA con Nixon e Ford dal 1969 al 1977 e premio Nobel per la pace nel 1973, proprio quando aveva contribuito a organizzare il colpo di Stato che aveva portato, l’11 settembre di quell’anno, il presidente regolarmente eletto Salvador Allende (socialista) al suicidio. Dunque, se il nazifascismo era stato sconfitto dagli Alleati, dai sovietici e dai tanti partigiani combattenti (italiani, francesi, jugoslavi, greci…) numerosi fascisti e nazisti sopravvissuti ai regimi di Mussolini e Hitler riuscirono non solo a costruirsi una seconda vita senza rispondere dei crimini compiuti, ma anche a distinguersi per molte altre nefandezze in Europa, in Africa e, appunto, nell’America Latina del Piano Condor.
Della genesi e dello sviluppo del piano tratta un denso e documentato libro degli storici Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli (Gli artigli del Condor. Dittature latino-americane, CIA e neofascismo italiano, Einaudi, Torino 2025). Il volume, con un linguaggio asciutto, conduce il lettore all’interno di un contesto in cui l’orrore è il protagonista e nel quale, come Franzinelli dimostra nel quinto e ultimo capitolo, l’eversione neofascista italiana giocò un ruolo tutt’altro che marginale, a riprova del protagonismo dei fascisti dopo il fascismo. Nei primi quattro capitoli, Cardozo spiega le radici e il funzionamento della struttura transnazionale “antisovversiva”, incentrata sul coordinamento delle agenzie d’intelligence sudamericane, capaci di edificare una rete terroristica che, al di là delle torture e delle sparizioni in Sud America, colpì vari esuli che si erano rifugiati all’estero (USA e Italia compresi). Un elemento spesso (e volutamente) trascurato che emerge dal volume, al di là della violenza di Stato e dell’arbitrio che regolò a lungo la vita dei diversi paesi, è la «consonanza di fondo con la politica estera statunitense» del Piano Condor (p. 3), conosciuto dalla CIA in tempo reale e, di fatto, orientato dai servizi segreti USA. Una tesi non inedita, ma sviluppata nel libro grazie al sapiente utilizzo di una grande mole di fonti, testimoniato da un ricco apparato di note (pp. 177-238).
L’offensiva contro le sinistre latino-americane nel nome dell’anticomunismo, in realtà, si sviluppò in assenza di un reale “pericolo rosso” e si tradusse nella cancellazione dei diritti fondamentali per molte decine di migliaia di persone che, si pensi soltanto ai circa 30.000 desaparecidos argentini, scomparvero nel nulla dopo essere stati rapiti e torturati. Non sparirono soltanto dirigenti e militanti politici, ma spesso anche le loro famiglie e i loro bambini, per lo più neonati. Solo in tempi recenti le dimensioni di questo fenomeno agghiacciante sono apparse chiare: si trattò di veri e propri furti d’identità. Le donne, rapite da uomini in abiti civili e mascherati (in realtà militari e funzionari delle polizie politiche), talvolta erano incinta e, rinchiuse in terribili luoghi di tortura, venivano indotte a partorire prima di essere fatte sparire, per lo più gettate nelle acque dell’oceano (dopo essere state narcotizzate, come i loro compagni) durante i cosiddetti “voli della morte”. I bambini venivano assegnati a militari e membri dei servizi che non potevano avere figli e, talvolta, scoprirono la loro storia decenni dopo, col risultato di entrare in un vero e proprio incubo avendo vissuto una vita non loro, strappati ai veri genitori e ai nonni. Le madri argentine delle donne e degli uomini spariti, riunitesi a Buenos Aires in Plaza de Mayo dal 1977, non smisero di chiedere notizie anche dei nipoti e furono centrali, da allora, per squarciare la fitta coltre di ipocrisia delle classi dirigenti argentine, ipocrisia sopravvissuta alla fine della dittatura nel 1983.
Dunque ristabilire “l’ordine”, per Pinochet e i suoi camerati, voleva dire rapire e uccidere gli oppositori, quelli pacifici come coloro che avevano scelto la via della guerriglia (per un sintetico quadro dei movimenti e delle loro aggregazioni, come delle varie dittature che si affermarono nei paesi aderenti al Piano Condor, pp. 11-18). I guerriglieri e i partiti di sinistra furono molto divisi tra di loro, caratterizzandosi per il settarismo ideologico e le rivalità a cui si sommarono crescenti ingenuità, contraddizioni e paradossi (si pensi al partito comunista argentino). Con il Piano Condor, non fu solo combattuto il fantasma del comunismo ma soprattutto, nel nome della fantomatica “sicurezza nazionale” teoricamente messa in pericolo dai “nemici interni”, furono cancellati con la violenza di Stato i diritti fondamentali alla base delle democrazie in costruzione. Il piano s’inserì su precedenti operazioni sostenute e ideate dagli USA, di cui il colpo di Stato in Guatemala del giugno 1954 (quando il radical-nazionalista Jacobo Arbenz fu rovesciato da mercenari addestrati in Honduras e Salvador dalla CIA) rappresentò una cesura fondamentale.
Come si è accennato, le dittature latinoamericane colpirono anche vari esuli in Europa e persino in USA avvalendosi di killer, aspetto apparentemente paradossale, talvolta al soldo della CIA e capaci di giocare la loro partita di morte su più tavoli. È certamente il caso di Michael Townley, con la moglie Mariana Callejas al centro di trame oscure, attentati e omicidi (tra cui quello del socialista cileno Orlando Letelier, designato da Allende prima ambasciatore in USA e poi ministro degli Esteri, pp. 126-134), protetto dagli stessi USA in quanto “testimone” e, quindi, impunito. Per quanto riguarda le implicazioni italiane del Piano Condor, un aspetto centrale è costituito dall’attentato al dirigente della democrazia cristiana cilena Bernardo Leighton, mal visto dalla maggioranza del suo stesso partito ma, con Letelier, Carlos Prats (ucciso a Buenos Aires nel 1974) e Carlos Altamirano, la figura più “ingombrante” per il regime di Pinochet. Un mese prima della nascita ufficiale del Piano Condor, il 6 ottobre 1975 a Roma, Pier Luigi Concutelli sparò alle spalle a Letelier e alla moglie Isabel, creduti morti ma rimasti gravemente feriti e invalidi. Concutelli, candidato alle elezioni amministrative a Palermo per l’MSI di Almirante, era allora il capo militare di Ordine Nuovo, sciolto ufficialmente per decreto nel 1973 ma attivo illegalmente. ON, con Avanguardia Nazionale fondata da Stefano Delle Chiaie, fu coinvolto in quasi tutte le inchieste connesse con la strategia della tensione partita con Piazza Fontana nel 1969. Concutelli fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del magistrato Vittorio Occorsio, avvenuto nel 1976, che stava indagando sull’eversione nera. Delle Chiaie (con Pierluigi Pagliai, implicato nel narcotraffico che fu un’importante fonte di finanziamento per i dittatori e i loro sodali) è un protagonista dell’ultima parte del volume. Nel 1980-81, visse una nuova stagione di “gloria” nel regime militare boliviano, che prese il potere nel luglio 1980 grazie all’aiuto di squadre paramilitari argentine, tedesche e italiane che occuparono la capitale La Paz (pp. 163-167). Una prova ulteriore della commistione tra i regimi militari latinoamericani, i fascisti e i nazisti (come Klaus Barbie), diretta emanazione dei regimi totalitari e razzisti di Hitler e Mussolini che scatenarono l’inferno tra gli anni Trenta e Quaranta. Un incubo che non per tutti si chiuse e che ha ripercussioni persino sul presente, considerato che l’attuale internazionale nera vede Milei e Bolsonaro tra i suoi esponenti di punta. Per loro, i regimi militari “riuniti” dal Piano Condor furono dalla parte giusta, la tortura e le sparizioni di massa sono da considerare dettagli, ingigantiti dalla “propaganda di sinistra”. La storia, anche nell’Europa sognata dai nazionalisti e negli USA di Trump, è ignorata o volutamente negata. E la salute della democrazia ne risente, pesantemente.
di Andrea Ricciardi

