Una delle figure artistiche più significative del panorama italiano è Elio Vittorini, grande protagonista del rinnovamento della letteratura del Novecento. Siciliano di Siracusa, dove nacque nel 1908, per Vittorini la letteratura era un sentimento generale, un’idea della vita, la vita stessa: fu un grande animatore culturale, bisognoso di esprimere nelle sue opere e nella sua stessa esistenza un’intensa partecipazione in prima persona, un intervento attivo che scaturisse dalla sua coscienza personale e storica, come mettevano in risalto G. Ferroni, A. Cortellessa, I. Pantani, S. Tatti in Storia e testi della letteratura italiana. Ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945-1968), per i tipi di Arnoldo Mondadori Editore (Milano 2005, p. 43):

Ha sempre aspirato a vivere esperienze totali, ha cercato di risalire dalla sua forte vitalità individuale alle origini della propria terra e a un orizzonte sociale collettivo; nel lavoro, nello scambio tra uomini, nell’esercizio della ragione e della tecnica ha visto i segni di una storia in movimento, di un progresso civile e democratico in cui ha sempre creduto. Autodidatta, Vittorini ha fatto a meno di ogni cautela scolastica, compiendo spesso scelte audaci, assai inconsuete nella cultura italiana, scommettendo spregiudicatamente sulle proprie prospettive e sulle proprie passioni, sempre pronto a correggersi, a ribaltare giudizi e orientamenti.

E sono proprio le sue passioni a farlo aderire alla cultura e alla letteratura neorealista nella quale immette tutta la sua energia di uomo che non ammette ingiustizie, che vuole accorciare le distanze tra poveri e ricchi, che ambisce a un mondo nuovo e più giusto. Alcuni critici sottolineano che Vittorini sia fortemente legato al suo tempo ma le sue aspirazioni, il rispetto per la persona e i suoi diritti, e l’attenzione per la collettività lo collocano in una dimensione atemporale. Il suo Realismo nei contenuti gli prende la mano fino a farlo diventare un rinnovatore del linguaggio: nella sua prospettiva narrativa emergono prorompenti gesti e azioni senza pause e con solo superficiali approfondimenti psicologici, con modalità certamente mutuate dalla letteratura americana. Vittorini, più che narrare, descrive scene, personaggi, momenti di storie interiori; la sua scrittura rompe con il passato e con i suoi rigori per approdare a meccanismi di libertà e creatività rivoluzionari.

L’impegno artistico affianca e accompagna la vita stessa e lo induce a intervenire concretamente nella realtà. Il Politecnico, fondato per Einaudi nel 1945, nelle sue intenzioni è strumentale all’affermazione di una nuova cultura finalmente non distaccata dalla realtà, che partecipi nella vita sociale, «che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo». È nota la polemica tra lo scrittore siciliano e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, che non gradiva le aperture della sua rivista alle esperienze internazionali e soprattutto le sue concessioni alla cultura borghese. Vittorini risponde a queste critiche difendendo la cultura come libera e autonoma ricerca non condizionabile dalla politica. L’onestà intellettuale e la sua apertura mentale lo spingevano alla comprensione degli effervescenti mutamenti in atto nei processi sociali molto più di quanto non potesse fare la politica, imprigionata in angusti schemi di decifrazione della realtà. Per questo tutta la sua riflessione critica evidenzia la priorità della verità e la sua ricerca è orientata più verso nuovi impulsi tematici che verso nuove forme letterarie. Ispirò la necessità di penetrare con la letteratura contenuti nuovi: avrebbe voluto cambiarne l’oggetto stesso e il suo rapporto con l’uomo:

È in ogni uomo attendersi che forse la parola possa trasformare la sostanza di una cosa. E nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza.

La sua figura pubblica era invisa ai conservatori, perché troppo innovatrice, e ai suoi compagni comunisti che lo accusavano di contraddire la linea culturale del partito: il suo fervore socio-libertario auspicava «un furore culturale che ancora miri a cambiare questa sporca faccia del mondo» facendo risaltare tutta la sua dirompente personalità ed evidenziando la sua propensione verso l’universale, l’assoluto. Vittorini intende la letteratura come presenza alla storia, presenza al presente, il suo radicalismo non è di tipo illuministico ma romantico e anticipa il suo successivo e finale incontro, pur parziale, con l’Ermetismo, del quale condivide la contestazione della cultura ufficiale. Il vero Realismo diventa a quel punto l’esplorazione di una libertà vitale nascosta dietro i fatti, vagheggiando i contorni di una nuova metafisica.

In Conversazione in Sicilia siamo di fronte a uno dei testi fondativi della nuova letteratura, esempio tra i più significativi della narrativa neorealista, soprattutto per la sua indimenticabile pagina iniziale che risuonò subito con la forza prorompente, furiosa e senza vergogna di un manifesto, benché condiviso da cedimenti all’Ermetismo e a un lirismo onirico e simbolico. Il testo annuncia la necessità di un mondo nuovo, senza disuguaglianze e prevaricazioni sociali, dove la giustizia, la libertà e la solidarietà potessero essere protagoniste della società futura. L’autore sogna quello che la Resistenza avrebbe, qualche anno dopo, reso possibile con la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista.

Già dalla prima pagina il testo introduce quel clima di profonda inquietudine che caratterizza la vita di molte persone nel periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. È il 1939 e Vittorini aveva appena preso posizione contro il franchismo, rivendicando la dignità dell’uomo “offeso”. Gli astratti furori, il genere umano perduto, la non speranza sono gli argomenti che alimentano la narrazione. Lo scrittore utilizza la poesia come atto di giustizia; la sua Sicilia non è più quella verghiana dei vinti e i suoi poveri sono una matrice di orgoglio e volontà di riscatto. Il tema della memoria, a cui si legano le figure dei familiari e dei compaesani e i rituali della sua terra, è un’occasione per legare il passato al presente ed evidenziare nell’anima popolare la voglia di cambiamento e di giustizia.

Il romanzo è costruito su una narrazione in prima persona che non sempre coincide con quella dell’autore, rappresentando anche l’immagine astratta dell’intellettuale che non riesce a uscire dai problemi del presente, minacciato da una guerra incipiente. La via di fuga è rappresentata da un viaggio-ritorno del protagonista alla sua origine contadina, dal nord alla Sicilia, terra in cui è nato e in cui vive la madre. Il romanzo offre una serie di figure esemplari fortemente simboliche, da considerare come prototipi, che si muovono in situazioni dal respiro lirico; lo stile è ricco di musicalità, di ripetizioni, di usi grammaticali che si ricollegano al parlato popolare. L’atmosfera che si respira è proprio quella dell’attesa, del riscatto, della visione di un mondo nuovo, contrassegnato da regole nuove, da principi morali inediti, da un’etica “rivoluzionaria”, dall’idea di libertà e giustizia nella loro dimensione più pura.

Evidenzio due passi estremamente significativi dell’opera di Vittorini: l’introduttivo capitolo 1 e la conversazione-incontro che il protagonista, Silvestro, intrattiene con il Gran Lombardo, siciliano conosciuto nell’isola, quasi alla fine del viaggio, che afferma la necessità di “fare di più” per gli altri e lamenta il dolore di non poter essere felici se non lo sono anche gli altri:

Ma non mi sembra di essere in pace con gli uomini. Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse da compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi. Credo che l’uomo sia maturo per altro – disse – Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino… Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.

Parole programmatiche, rivoluzionarie per una persona benestante che riesce a sviluppare il senso della solidarietà e della condivisione. La Resistenza e la presa di coscienza della necessità di garantire giustizia e di libertà sono alle porte. Celeberrimo è il prologo prodromico all’opera:

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete, nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

L’anima che soccombe nella guerra, nella consapevolezza del genere umano ferito dal dolore che causa, dalla lontananza dal progetto che avrebbe dovuto vederlo protagonista nel felice gioco della vita, contro il furore del riscatto, della rinascita, della visione di un mondo diverso. L’apatia della non speranza contro la necessità di una Resistenza, di una Rinascita che prima si fa speranza nel cuore di Silvestro e poi si fa carne nella storia del nostro Paese.

di Daniele Gallo

 

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