Intervista a Fania Oz Salzberger di Anna Rolli
Fania Oz Salzberger è una gran bella donna e fa subito pensare a suo padre, un bellissimo uomo, ed è spigliata e dal sorriso aperto come sono a volte le persone cresciute nei kibbutz, e sa destare l’attenzione del pubblico con riflessioni schiette e colme di buon senso anche quando racconta una realtà che possiamo considerare tra le più complesse al mondo. Si può essere d’accordo, oppure no, con le sue posizioni politiche ma non si resiste alla sua simpatia e al suo sguardo intenso.
L’ho conosciuta alla Casa della memoria e della storia di Roma invitata dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni per ritirare il premio FiuggiStoriaEuropa 2025 e ospitata dalla FIAP ( Federazione italiana associazioni partigiane) che organizza incontri sempre di alto profilo culturale.
Fania è figlia di Amos Oz il più grande scrittore israeliano ed è storica, docente e scrittrice essa stessa. Uno dei suoi libri Gli ebrei e le parole, edito in Italia dalla Feltrinelli, è stato scritto a quattro mani con il famosissimo genitore.
Avrei voluto chiederle tante cose. Troppe per lo spazio ristretto di una semplice intervista.
Avrei voluto chiederle del rapporto con suo padre che ci ha lasciati nel 2018, dopo aver pubblicato 30 libri in cui ha saputo raccontare magistralmente e per tanti anni la vita della piccola Israele, povera , isolata, assediata, coraggiosa e meravigliosamente ricca di cultura, memorie e suggestioni. Avrei voluto chiederle di Storia di amore e tenebre, forse il capolavoro di Amos Oz, nel quale è narrata la vicenda accorata e straziante della nonna paterna Fania, giovane rifugiata polacca nella Palestina mandataria, della quale essa stessa porta il nome. E anche della sua infanzia e adolescenza nel kibbutz di Hulda, quando i kibbutz erano ancora il centro spirituale delle vita israeliana e suo padre lavorava come contadino e scrittore ad un tempo. Del kibbutz di Hulda che non ho mai dimenticato perché da lì partì, in piena guerra d’Indipendenza, la tracciatura e la costruzione della cosiddetta strada di Birmania, una via d’emergenza, per aggirare il blocco di Latrun e trasportare cibo, armi e medicinali e soccorrere Gerusalemme a quel tempo assediata e allo stremo per la fame. Il kibbutz di Hulda protagonista di uno degli episodi più dolorosi della e che portò ad un cambiamento radicale della strategia militare israeliana, non più la semplice difesa dei mezzi blindati ma la pianificazione dell’offensiva. Il 31 marzo del 1948, un convoglio della Haganà, la difesa ebraica, partito da Hulda cadde in un’imboscata tesa dalle milizie arabe locali. Durante la violentissima battaglia tutti gli automezzi riuscirono a disimpegnarsi e a riparare all’interno delle linee difensive, tutti tranne uno. Quando si resero conto di essere circondati e intrappolati nel fango e che gli ebrei non avevano alcuna possibilità di soccorrerli, i 17 ragazzi dell’equipaggio decisero di morire insieme utilizzando la dinamite per farsi saltare in aria con il veicolo, secondo la regola sempre rispettata di non cadere mai vivi nelle mani degli arabi e salvarsi così dalla morte riservata da questi ultimi ai prigionieri di guerra…la morte nella sua forma più atroce e più degradante…
Avrei voluto chiederle tante cose ma mio malgrado e inevitabilmente le domande sono scivolate verso le urgenze dell’oggi, verso ciò che sta accadendo e che accadrà in quella terra che, come in alcune carte geografiche cinquecentesche, sembra essere ancora il centro intorno al quale ruota tutto il nostro mondo.
Suo padre, Amos Oz, era un uomo di pace.
Come avrebbe reagito agli orrori del 7 ottobre?
Cosa penserebbe, direbbe o farebbe un uomo di pace dopo il 7 ottobre?
Il mio compianto padre soleva dire di essere un sostenitore della pace, non un pacifista. Distingueva nettamente tra l’uso della forza militare per difendere noi stessi e le nostre famiglie e il muovere guerra per conquistare territori, vantaggi economici o espansione nazionalista. Sono molto felice che mio padre non sia vissuto abbastanza da vedere il 7 ottobre 2023 o il modo in cui la guerra di Israele contro Hamas sia degenerata in un conflitto inaccettabile dal punto di vista morale.
Riguardo il massacro di Hamas del 7 ottobre, avrebbe innanzitutto fatto notare, con il cuore spezzato, di aver previsto questa calamità, già nell’aprile del 1995, in un articolo pubblicato sul New York Times e intitolato “The Likud-Hamas Connection” (Il legame Likud-Hamas). Sapeva già allora che il nuovo leader del Likud, Benjamin Netanyahu, – nella sua accesa ostilità verso l’OLP e il processo di pace di Oslo – avrebbe fatto di tutto per sostenere e rafforzare Hamas (con cui Israele non può fare la pace), rendendo così impossibile qualsiasi accordo territoriale tra noi e i palestinesi.
Tuttavia, accanto al dolore terribile che avrebbe provato quel giorno e alla tristezza del profeta i cui avvertimenti rimangono inascoltati, avrebbe sostenuto chiaramente che Hamas deve essere sconfitto e rimosso dal potere. Obiettivo che avremmo dovuto raggiungere già molti anni fa. Ovviamente se la vittoria sul campo non si accompagnerà all’edificazione di istituzioni statali palestinesi sarà un disastro. Israele deve riprendere i dialoghi di pace con l’Autorità palestinese o con qualsiasi altra dirigenza disposta ad accettare la coesistenza tra Israele e Palestina.
Ma non nel modo scelto dal governo israeliano attuale. Non bombardando così tante strutture civili e ignorando l’umanità dei palestinesi non combattenti. Non a scapito di un accordo sugli ostaggi che, invece, avrebbe dovuto essere concluso il prima possibile salvando così la vita a circa 40 di loro, uccisi mentre Netanyahu rimandava i negoziati. Non distruggendo Gaza in modo tale da spingere gran parte del mondo civile a detestarci. Non con modalità dettate da Ben Gvir e dai suoi alleati. Non strumentalizzando il trauma collettivo dei giovani israeliani per sottoporre i soldati al lavaggio del cervello ed erodere i vincoli che l’etica impone ad ogni esercito civile.
Potrebbe parlarmi delle fratture che attraversano la società israeliana e di come stia evolvendo la situazione?
Le elezioni dovrebbero tenersi il 27 ottobre, a meno che Netanyahu, preso dal panico per i sondaggi, non tenti di dichiarare lo stato di emergenza per annullarle. L’area della società israeliana a cui appartengo ritiene che egli stia già distruggendo la democrazia del Paese e teme che le elezioni possano essere rinviate o truccate, oppure che il centro di spoglio dei voti venga preso d’assalto, sulla falsariga di quanto accaduto il 6 gennaio 2020 a Washington D.C. Noi siamo liberal-democratici, per lo più ebrei laici, affiancati da una minoranza di ebrei religiosi moderati. Questo elettorato si divide tra centro e centro-destra (il nuovo partito in ascesa di Gadi Eizenkot, quello in declino di Benny Gantz e l’alleanza di centro-destra tra Naftali Bennett e Yair Lapid) e centro-sinistra e sinistra che ora trovano una nuova e promettente casa nel partito de: I Democratici guidato da Yair Golan. Quest’ultimo gruppo gode del sostegno di un’altra importante componente: i cittadini arabi israeliani, palestinesi, drusi e beduini. Due o tre partiti arabi che rappresentano la maggior parte di queste minoranze etniche, e i loro leader – in particolare il moderato e autorevole Mansour Abbas dirigente del Partito Islamico– dichiarano di essere disposti a formare una coalizione con i partiti ebraici di centro e di sinistra. Vorrei a tal proposito ricordare che il parlamentare e ufficiale di polizia ebreo Yoav Segalovich, è entrato di recente nel partito di Abbas, dichiarando che il loro comune obiettivo è quello di combattere la criminalità dilagante nel settore arabo-israeliano e rafforzare le relazioni tra arabi ed ebrei.
Nel centro-destra, i recenti governi sono stati appoggiati da tre categorie di cittadini, gli elettori del Likud che hanno creato il culto della personalità di Netanyahu (soprannominati “Bibisti”), i nazional-religiosi divenuti fanaticamente estremisti sotto la guida di Smotrich e Ben Gvir, e i partiti ultra-ortodossi il cui accordo con Netanyahu è una pura transazione commerciale: budget generosi, esenzione dal programma scolastico di base per il loro sistema educativo separatista e ultra-religioso, ed esenzione dal servizio militare per tutte le giovani donne e per la maggior parte dei giovani uomini della loro comunità.
Tuttavia, quest’ultimo non è più un blocco monolitico; anche al suo interno si stanno aprendo delle fratture. Dopo il 7 ottobre e durante le guerre in corso a Gaza, in Libano e contro l’Iran, molti nazional-religiosi non tollerano più l’esenzione degli ultra-ortodossi dal servizio militare. Altre fratture attraversano ciascun gruppo, tra i sostenitori del Likud di vecchia data e i più recenti “bibisti”, e tra gli ebrei religiosi estremisti e quelli più moderati.
Per anni, io e i miei colleghi abbiamo cercato di dialogare con i nazional-religiosi e con gli ultra-ortodossi, sperando di raggiungere un’intesa sulle strategie per raggiungere la pace, sui futuri confini e sui principi etici dello stato d’ Israele. Ora non desideriamo più di dialogare con chi minaccia la nostra democrazia e l’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini. È giunto il momento di unire le forze dell’area centrista – in gran parte laica – con gli arabi di Israele che condividono i principi fondamentali della democrazia e della solidarietà reciproca.
Nella società israeliana che ruolo svolgono oggi i kibbutz e gli ideali sui quali i kibbutz sono stati edificati: una società socialista, egalitaria e solidale nella quale la ricchezza veniva redistribuita tra tutti?
Oggi i kibbutz sono molto forti, come non sono stati per molti anni. Dopo la catastrofe del 7 ottobre che si è abbattuta in particolare sui kibbutz di confine, gli ideali di vita comunitaria, uguaglianza, solidarietà e distribuzione della ricchezza si sono rivelati estremamente potenti. Durante l’orrendo massacro del 7 ottobre nei kibbutz aggrediti si sono registrati innumerevoli atti di autentico eroismo civile e nelle difficilissime settimane successive gli abitanti hanno dato prova della loro solidarietà e forza interiore. Quando sono stati evacuati e sistemati negli hotel, in attesa che i kibbutz potessero essere ricostruiti, sono rimasti sempre insieme sostenendosi a vicenda. Le persone evacuate dalle città colpite non hanno goduto della stessa capacità. Una differenza della quale tutti hanno potuto rendersi conto. Inoltre moltissimi volontari si sono presentati nei kibbutz del Sud per offrire il loro aiuto nei campi e per ricostruire le case e le infrastrutture distrutte.
I kibbutz del Sud, ma anche molti altri nel resto del paese, continuano a ricevere un grande numero di richieste di giovani e di famiglie che vogliono farne parte e andare a viverci. Un fenomeno molto positivo. Non sono più i kibbutz socialisti dei tempi passati, la libertà non viene più sacrificata alla collettività, al contrario, oggi è considerata un valore molto importante. Gli abitanti possono lavorare e guadagnare indipendentemente gli uni dagli altri, ma il kibbutz garantisce a tutti eguale accesso all’ assistenza sanitaria, all’istruzione e alla vita comunitaria, ed inoltre un’assicurazione finanziaria a tutte le persone e a tutte le famiglie. Possiamo certamente affermare che gli ideali e tutto il meglio di ciò che caratterizzava i vecchi kibbutz è rimasto invariato.
Cosa avrebbe potuto fare e potrebbe fare di diverso un governo di sinistra israeliano rispetto a quello di Bibi?
Bisogna guardare indietro nel tempo. La coalizione Laburisti-Meretz guidata da Yitzhak Rabin raggiunse l’apice del dialogo e della speranza con gli Accordi di Oslo. È in quella direzione che soffiava il vento quando Rabin fu assassinato. Sono certa che Rabin, e il suo erede politico, avrebbero impedito ad Hamas di trasformarsi nella ricca organizzazione di governo terrorista che è diventata, il massacro del 7 ottobre avrebbe potuto essere evitato e Gaza avrebbe potuto partecipare al processo di pace.
Naturalmente, non tutto sarebbe dipeso da Israele, molto sarebbe dipeso dai palestinesi.
Ma anche in altri campi le cose sarebbero andate diversamente: nel sistema educativo israeliano, nella posizione di fanatici come Ben Gvir e nel rispetto dell’esercito per il proprio codice etico.
Cosa dovrebbe fare Israele di fronte al tentativo dell’Iran di dotarsi di una bomba nucleare?
Finché l’Iran sarà guidato da fanatici islamisti, non deve possedere armi nucleari.
Cosa fare quando il dialogo diventa impossibile perché l’interlocutore è Hamas?
Qui posso citare mio padre: “Un compromesso con Hamas”, diceva, “può significare solo che Israele esisterebbe il lunedì, il mercoledì e il venerdì, per poi cessare di esistere la domenica, il martedì e il giovedì”.
La pace può essere negoziata solo con un’autorità palestinese che non voglia annientare Israele. Dipende interamente dal luogo e dalla leadership. Mansour Abbas, ad es., leader del partito islamico in Israele, ha già fatto parte della coalizione di governo con Bennett e Lapid e spero che partecipi anche alla prossima coalizione. È uno dei politici israeliani più intelligenti, moderati ed empatici che io conosca.
Qual è la sua opinione sull’antisemitismo europeo che si sta diffondendo tra l’estrema sinistra e tra i recenti immigrati di fede musulmana?
Questo antisemitismo, al contempo antico e nuovo – spesso malcelato dietro la maschera dell’antisionismo – è una catastrofe in divenire. Non solo per gli ebrei ma anche per i paesi occidentali in cui si manifesta. E anche per la Sinistra intesa come insieme di ideologie politiche.
Una precisazione sull’antisionismo: un conto è sostenere che il ritorno degli ebrei moderni nella loro terra ancestrale sia stato un errore. Io non la penso così (tra l׳altro il sionismo ha salvato la vita ai miei quattro nonni), ma rispetto tale opinione. Ben altra cosa è affermare che Israele di oggi – l’Israele esistente – debba essere cancellata. Si tratta di pura, violenta follia. E, probabilmente, di antisemitismo, dato che nessuno ha mai preteso la distruzione di un’altra nazione moderna, per quanto gravi fossero le sue azioni passate.
Ed è ancora un’altra cosa attribuire ad ogni singolo ebreo, nel proprio paese e nel mondo, la responsabilità delle azioni israeliane. Sappiamo tutti di cosa si tratta.
Presto si terranno nuove elezioni in Israele. L’esito sarà diverso da quello delle precedenti?
Questa è la mia valutazione e il mio fervido auspicio. È anche ciò che indicano la maggior parte dei sondaggi. Un governo moderato, di centro-sinistra o di centro-destra, avrebbe la possibilità di avviare un lungo processo di guarigione e di ricomposizione. La pace tra israeliani e palestinesi non sarà raggiunta domani ma con le prossime elezioni potrebbe aprirsi di nuovo un orizzonte di speranza.
Pubblicato su L’avanti – 17 agosto 2026

