Bruno Zevi (1918-2000), di origine ebraica, non è stato solo un grande architetto ma anche un militante antifascista che ha svolto un importante ruolo durante l’esilio negli Stati Uniti, a cui fu costretto nel 1939 dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938 da parte del regime fascista. Prima di raggiungere gli USA Zevi passò per la Svizzera e per Londra, dove conobbe Carlo Ludovico Ragghianti[1], che fu il tramite che lo fece entrare in contatto con ambienti di Giustizia e Libertà, di cui nel 1940 conobbe a Parigi alcuni esponenti tra cui Aldo Garosci. Fu in quell’anno che, da Napoli, s’imbarco per il nuovo mondo, trasferendosi a New York dove frequentò Lionello Venturi e conobbe, tra gli altri, Gaetano Salvemini e Max Ascoli. Dopo aver sposato Tullia Calabi (1919-2011) Zevi si trasferì a Boston, dove iniziò la sua militanza attiva che, dal gennaio 1941, lo portò a collaborare con la World Radio University of Listeners (WRUL) in veste di speaker per trasmissioni di carattere politico destinate all’Europa. Nel 1942 aderì alla Mazzini Society collaborando con Ascoli, Alberto Tarchiani (uscito da GL nel 1937 dopo l’omicidio dei fratelli Rosselli per contrasti con Emilio Lussu e compagni, per lui eccessivamente spostati a sinistra) e Carlo Sforza, ma trovandosi spesso in disaccordo con i vertici dell’associazione, che ebbero rapporti molto burrascosi anche con Salvemini, che pure ne era stato uno dei fondatori nel 1939.
Proprio al 1942 risale l’iniziativa politica forse più importante di Zevi, cioè la fondazione e la direzione (insieme a Garosci) dei Quaderni italiani, ispirati ai Quaderni di Giustizia e Libertà, ai quali collaborarono, tra gli altri, Leo Valiani, Franco Venturi, Bruno Pierleoni, Alberto Cianca, Max Salvadori e Umberto Calosso. Della rivista, stampata in due edizioni (una destinata all’Italia tramite canali clandestini), uscirono soltanto quattro numeri, ma la loro ampiezza e l’indubbio spessore culturale dei collaboratori fecero sì che i Quaderni italiani, nonostante l’inevitabile “dispersione” dei vertici di GL liberi (costretti all’esilio in vari paesi durante la guerra dopo la cocente sconfitta della Francia), ospitassero riflessioni politiche approfondite. E attraversassero la delicata stagione in cui, nell’autunno 1943, vari esponenti del movimento rientrarono in Italia e aderirono, sia pure non sempre in modo convinto, al neonato Partito d’Azione. Si pensi al recalcitrante Garosci, che si sentiva il più autentico depositario dell’eredità politica di Carlo Rosselli, o a Valiani, che invece divenne subito uno dei dirigenti più importanti del partito ed ebbe ruoli direttivi sia nel CLNAI sia nel Comitato insurrezionale durante la Resistenza. Zevi, dopo aver collaborato attivamente con gli Alleati (entrò nel Political Warfare Executive prendendo parte a programmi di propaganda destinati all’Italia)[2], rientrò in patria nel 1944 con il chiaro intento di guardare ai giovani (rifiutando in quella fase la pregiudiziale anticomunista che caratterizzava una parte dell’antifascismo liberaldemocratico) e militò nello stesso Pd’A che, anche dopo la Liberazione e la sua fine nel 1947 (preceduta da una dialettica interna molto complessa e, per certi versi, drammatica), gli rimase nel cuore per il resto della vita.
Dopo lo scioglimento del partito, infatti, Zevi rimase quasi spiazzato pur non accantonando la politica. Guardò prima alla socialdemocrazia e poi a Unità Popolare, movimento nato per contrastare la riforma della legge elettorale approvata in vista delle elezioni politiche del 1953 e non entrata in vigore per soli 57.000 voti. Zevi fu tra i candidati non eletti di UP e, pur cosciente dello scarso peso politico del movimento, non lo abbandonò anche di fronte alle sollecitazioni di Valiani a entrare nel Partito Radicale, nato alla fine del 1955 e in cui confluirono altri ex azionisti tra cui Ernesto Rossi[3], ma non Parri, Codignola e altri. Zevi non era contrario alla fusione tra UP e PR, ma non sentiva di dover abbandonare il movimento distanziandosi dalla linea dei suoi vertici[4]. Per cogliere la posizione di Zevi di fronte all’invito di Valiani, è importante una lettera scritta all’amico (che a sua volta aveva sostenuto UP) il 10 gennaio 1956. Vale la pena di citarla, sia pure parzialmente.
Sapevo che saresti entrato nel Partito radicale, e specialmente in vista di questo fatto, ho perorato in sede di Sezione romana la soluzione della fusione tra Up e Partito radicale. Ma il Comitato centrale ha deciso per un rifiuto, e molte delle argomentazioni mi sono parse quanto mai plausibili. Mi ha meravigliato che tu non vi abbia partecipato. Le cose sarebbero andate in modo diverso. Solo Piccardi ha sostenuto la tesi della fusione: troppo poco. Figurati se io mi sento socialista! Sono e resterò sempre azionista, mendes-franciano, radicale. Sono convinto anche che il Partito radicale se non ci entriamo noi, non sarà radicale in senso coraggioso e moderno, ma la politica non si può fare da soli… Ho creduto fino in fondo alla funzione di Up durante la campagna elettorale e, per questo, sono entrato nel suo Comitato centrale. Con questo atto ho accettato vincoli di solidarietà che non voglio rompere anche perché sono convinto che l’importante è avere tutto il gruppo di Up, inclusa la sua sinistra, e non solo il gruppo Piccardi del quale, del resto, non faccio parte se non per analogia di posizione rispetto proprio al Partito radicale. Quindi, con molto dispiacere e carico di dubbi, debbo rinunciare a fare ora questa esperienza che mi sarebbe particolarmente cara perché vissuta al tuo fianco. Spero che nel futuro gli amici di Up si smuovano[5].
Durante il 2025 l’interesse per Zevi è venuto non solo dal sopracitato, ampio, carteggio con Ragghianti, ma anche da un piccolo libro curato da Giovanni Vetritto e Valentina Piscitelli, uscito all’inizio dell’anno e presentato a Roma nello scorso mese di ottobre[6]. Da frammenti del volume (e dalle parole dello stesso Zevi) si può comprendere appieno il significato della pubblicazione dei Quaderni italiani, la cui funzione politico-culturale si esaurì quando la lotta si trasferì all’interno dei confini italiani (p. 12) e la Resistenza rappresentò il punto d’arrivo di una lotta più che ventennale. Ma il libro consente di superare quel periodo e di riflettere sulle battaglie condotte da Zevi dopo la fine del Partito d’Azione e la nascita della Repubblica democratica. Per esempio la lotta contro interessi potenti e consolidati per far approvare la riforma urbanistica, su cui Zevi nel 1962 (l’anno della formazione del IV Governo Fanfani nato con l’astensione di sostegno del PSI di Nenni[7] e Lombardi) espresse istanze chiare e radicali dalle colonne de L’Espresso del 9 settembre (pp. 25-27).
Per formulare un giudizio sulla nuova legge urbanistica, il cui testo è stato diffuso di recente in forma riservata, basta immaginarne l’applicazione nei paesi sfracellati dal terremoto[8]. Consentirebbero le nuove norme, qualora fossero operanti, di procedere alla ricostruzione di quei territori in modo organico, sfruttando la calamitosa occasione per vitalizzarne l’economia ed equilibrarne l’assetto sociale? La risposta è affermativa. I metodi d’intervento elaborati e specialmente l’ardito principio concernente «l’espropriazione di tutte le zone inedificate comprese nell’ambito del piano particolareggiato, nonché di quelle aree già utilizzate per costruzioni se l’utilizzazione stessa sia sensibilmente difforme da quella prevista dal piano» muoverebbero nelle comunità sinistrate una riabilitazione non episodica e d’emergenza, ma inquadrata in una prospettiva a lunga scadenza.
Lo slancio riformatore del centro-sinistra moroteo, guardando alle alte aspettative che la svolta aveva generato, non fu certo straordinario, soprattutto dopo le oscure vicende del luglio 1964. Allora, dopo una crisi durata un mese, si formò un secondo esecutivo da cui fu esclusa la sinistra autonomista di Lombardi e Antonio Giolitti mentre Nenni, preoccupato dalle minacce di colpo di Stato che aveva respirato («il tintinnar di sciabole» riconducibile al Piano Solo del generale De Lorenzo avallato dal presidente della Repubblica Antonio Segni), scelse di non andare allo scontro, di salvaguardare il nuovo quadro di governo e di accettare un ridimensionamento del programma originario. Zevi, ostile alla destra ma lontano dalle istanze del PCI, fu tra coloro che videro di buon occhio l’unificazione tra PSI e PSDI, sancita dal congresso il 30 ottobre 1966 e sostenuta da Valiani, Garosci, Bobbio e altri intellettuali d’area. L’infelice esperienza del PSU, però, durò meno di tre anni e fu condizionata anche dal ’68, il cui clima (nella sua accezione più libertaria e non settaria dal punto di vista ideologico) coinvolse appieno lo stesso Zevi che, vicino agli studenti, dal ’66 fu presidente (per dieci anni) della Consulta della Comunità ebraica di Roma.
Il suo interesse per la politica, nonostante la delusione derivante dalla fine del PSU, rimase vivo. Nel 1983 accettò di candidarsi nelle liste del PSI e, in seguito, guardò con sempre più interesse al Partito radicale di Pannella. Divenne deputato nel 1987, poi presidente (1988-1991), infine presidente onorario. Successivamente non condivise la scelta di Pannella e Bonino di avvicinarsi a Berlusconi e ai suo alleati di destra, appoggiò il centro-sinistra e la candidatura di Francesco Rutelli al Campidoglio.
Tornando al libro curato da Vetritto e Piscitelli, in conclusione è opportuno soffermarsi su due momenti che ci riportano agli anni Settanta e Ottanta. In un’intervista rilasciata il 26 agosto 1979 all’Espresso dopo il suo polemico addio all’università (pp. 28-30), Zevi, che aveva difeso l’università pubblica ma che era critico verso una parte assai ampia del mondo accademico “progressista”, tra l’altro sostenne:
La mia posizione è ben nota. Sono stato a fianco dei contestatori nelle lotte volte a democratizzare l’università, a renderla politicamente agibile, a battere lo strapotere baronale. Ma ho sempre rifiutato l’incultura, i 27 o i 30 regalati, gli esami e le lauree di gruppo, la demagogia degli studenti e, tanto più, quella di troppi professori. Il ’68 ha costituito un grande evento, ma in Italia si è riflesso negativamente sulla cultura universitaria.
Zevi, profondamente laico, non amò alcuna forma di dogma, sia pensando alla dimensione religiosa sia alla sfera politica. Rifiutò un approccio di tipo deterministico alla storia e non interpretò la militanza partitica come l’adesione a una religione politica. Per lui, come si è accennato, le origini ebraiche contarono e, forse anche per questo motivo, i suoi rapporti con il mondo cattolico furono difficili, se si considera pure il silenzio della Chiesa di Roma fronte alle leggi razziali su cui ebbe modo di ritornare più volte. Anche da parlamentare si espresse contro l’ora di religione, come testimoniato da un durissimo discorso pronunciato alla Camera dei deputati il 9 ottobre 1987. In quel caso, tra l’altro, affermò:
Il Concordato firmato da Benito Mussolini, il Concordato firmato da Bettino Craxi e qualsiasi altro immaginabile concordato, firmato da qualsiasi altro leader politico, risulta inconciliabile con una società democratica. È una spada velenosa che penetra, inquina e corrode il terreno democratico (p. 35).
Zevi non aveva dimenticato la storia e gli stretti rapporti tra il fascismo e il Vaticano, come non aveva rinunciato a salvaguardare l’arco costituzionale dai rigurgiti del fascismo, sia pure sotto altre sigle di cui diffidò fino alla fine della vita. Con il 1994, l’anno della vittoria di Berlusconi e della destra alle elezioni politiche anticipate, Zevi provò a immaginare un nuovo Partito d’Azione che, con Giorgio Parri e Aldo Rosselli, nel 1998 prese il nome di Partito d’Azione liberalsocialista. Le radici del suo impegno politico, alla vigilia del terzo millennio, non erano state recise e guardavano ancora al futuro.
di Andrea Ricciardi
[1] Per inquadrare i rapporti tra i due, cementati dal comune terreno culturale e “artistico”, cfr. il recente Carlo Ludovico Ragghianti e Bruno Zevi, Carteggio, a cura di Lorenzo Mingardi, Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte, Lucca 2025.
[2] Sull’attività di Bruno Zevi tra Italia e USA, cfr. Francesco Bello, L’attività politica e culturale di Bruno Zevi tra Italia e Stati Uniti, in Id. (a cura di), Bruno Zevi intellettuale di confine. L’esilio e la guerra fredda culturale in Italia, Viella, Roma 2019, pp. 23-47. Cfr. anche Elisabetta Bini, Dall’antifascismo all’impegno nella diplomazia culturale USA: Bruno Zevi tra le due sponde dell’atlantico, ivi, pp. 119-136.
[3] Zevi scrisse a Rossi a proposito della nascita della rivista L’architettura – cronache e storia (che seguì Metron e che Zevi diresse fino al 2000), chiedendogli di inviare una sua lettera da pubblicare: «La tua critica sincera, segnatamente per ciò che riguarda i difetti che la rivista presenta, e i tuoi consigli per migliorarla e renderla più aderente alle nostre esigenze, saranno preziosi». Rossi gli rispose e, citando Salvemini, rivendicò il suo «diritto all’ignoranza, perché non è possibile a questo mondo saper tutto e interessarsi di tutti nei brevissimi limiti della nostra vita». Commentando passi dell’editoriale di Zevi comparso sul primo numero, dichiarò di non capire perché la scrittura era «troppo difficile». Zevi lo ringraziò, considerando la lettera di Rossi utilissima, «anche se trovo alcune tue critiche ingiuste perché ogni disciplina ha necessariamente il suo vocabolario specializzato. Il problema però è di non compiacersi delle parole difficili e in questo senso sono perfettamente d’accordo con te e perciò sono ben lieto di pubblicare la tua lettera sul terzo numero della rivista». Le lettere sono datate, rispettivamente, 1 giugno, 17 giugno e 14 luglio 1955. Cfr. Ernesto Rossi, Epistolario 1943-1967. Dal Partito d’Azione al centro-sinistra, a cura di Mimmo Franzinelli, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 211-213 e 215.
[4] Il fulcro dell’azione politica, per Zevi, anche prima delle elezioni politiche del 1953, continuava ad essere il Pd’A. Scrisse a Parri, l’8 dicembre 1952: «il problema è uno solo: ricostruire il Partito d’Azione, nelle forme e nel modo opportuno». Il frammento della lettera è citato in Roberto Colozza, Partigiani in borghese. Unità Popolare nell’Italia del dopoguerra, FrancoAngeli, Milano 2015, p. 37.
[5] Cfr. Elena Savino, La diaspora azionista. Dalla Resistenza alla nascita del Partito radicale, FrancoAngeli, Milano 2010, p. 309.
[6] Si tratta di Sono del Partito d’Azione. Bruno Zevi, antologia e note critiche a cura di Giovanni Vetritto e Valentina Piscitelli, uscito nella collana Le Frecce di Critica liberale e incentrato su alcuni scritti di Zevi di particolare pregnanza. È stato presentato il 7 ottobre 2025 presso la Fondazione Bruno Zevi in terrazza.
[7] In virtù dei solidi rapporti con gli Stati Uniti, e in particolare con ambienti democratici, Zevi fece da tramite per i contatti tra Nenni e l’amministrazione Kennedy nella persona di Schlesinger, come testimoniato da un appunto del 21 febbraio che lo stesso Nenni affidò al suo diario. Cfr. Pietro Nenni, I conti con la storia. Diari 1957-1966, a cura di Giuliana Nenni e Domenico Zucàro, prefazione di Giuseppe Tamburrano, Sugarco, Milano 1982, p. 213.
[8] Zevi si riferiva al terremoto che aveva colpito il precedente 21 agosto l’Irpinia e il Napoletano, provocando 21 morti accompagnati da polemiche per i ritardi nei soccorsi. Quest’ultimo tema sarebbe riemerso in diverse altre circostanze, a cominciare dai terremoti del Belice (14 gennaio 1968, oltre 300 morti, 150.000 sfollati, un nubifragio il 18 peggiorò la situazione) e dell’Irpinia (terremoto in Campania e Basilicata, circa 6.00o morti, oltre 10.000 feriti e 300.000 senzatetto). Il progetto di legge urbanistica, cavallo di battaglia dei socialisti e dell’allora ministro democristiano dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo, poi sfiduciato dal suo stesso partito, non fu approvato. Sullo fu escluso dal centro-sinistra “organico” di Moro, tornò al governo quando divenne ministro dell’Istruzione nel dicembre 1968 nel I Governo Rumor, esecutivo sostenuto da DC, PSI e PRI.

