Gino Castagno, Bruno Buozzi, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1955

Oggi la sigla FIOM è molto conosciuta, grazie anche alla popolarità del Segretario Generale della CGIL Maurizio Landini, che nelle sue sedi si è fatto le ossa. Ma c’è stato un tempo in cui, nell’immaginario collettivo, il più antico sindacato industriale italiano (istituito nel 1901) era una sigla quasi anonima (nonostante fosse stato guidato negli anni da personaggi pubblici molto noti, come Luciano Lama e Bruno Trentin), seguita solo dagli iscritti, dagli addetti ai lavori e dai sindacalisti più battaglieri, pronti a rivendicare una storia esemplare: una storia che è stata garanzia di equità, di diritti, di rivendicazioni sociali per tutte le categorie di lavoratori e lavoratrici.

Parliamo di oltre un secolo fa, negli anni in cui alla testa della FIOM c’era un personaggio particolare, incisivo e originale: Bruno Buozzi. La sua è stata una vita votata ai diritti dei lavoratori, fatta di impegno costante e di concretezza maturata dal basso, di cui Buozzi (1881-1944) è sempre stato un militante e dirigente riconosciuto: non per nulla, uno che ebbe l’occasione di vivere le stesse esperienze, il grande Giuseppe Di Vittorio, di Buozzi diceva che era «un rifomista nell’anima».

Ma chi è stato Bruno Buozzi, al di là delle definizioni? Se volessimo condensarla in un rapido succedersi di flash, la sua vita sarebbe una sequenza di scelte e ideali che lo pongono tra i grandi eroi del ’900, divenuti “sacri alla memoria dei lavoratori”. Nella sua vita non manca niente: il lavoro duro in fabbrica, la Casa del Popolo, gli scioperi e le contestazioni di piazza a Torino, il matrimonio con la sartina Rina Gaggianese («il sorriso della mia vita»), i compagni di lotta (Turati, Treves, Quaglino), la politica e il giornalismo, l’esilio a Parigi e l’azione nella Concentrazione antifascista, la prigionia al rientro in Italia. E quella fine, tragica e gloriosa, all’alba del 4 giugno 1944, il giorno della liberazione di Roma.

Le pagine che gli dedica Gino Castagno, compagno di lotta e amico sincero, sono una biografia intima e sofferta, corredata da una documentazione meticolosa che abbraccia un periodo tormentato e fecondo del movimento operaio italiano, ma soprattutto sono pagine in cui l’autore riesce a far percepire distintamente la caratura del personaggio.

Intelligente, umano, orgoglioso della sua dignità professionale; a testa alta davanti al padrone, rispettato e rispettoso […]. Non dirigeva dall’alto, ma viveva intensamente fra i camiciotti turchini della sua categoria, di cui studiava a fondo i problemi e le cui lotte – talune delle quali memorabili per i grandi sacrifici richiesti – egli guidò sempre in prima fila, senza debolezze e senza esasperazioni, sempre con democratico senso di responsabilità […]. Un vero operaio socialista, cosciente di essere il protagonista di una nuova storia che incomincia, e che incomincia da lui, operaio metallurgico.

Uscita settant’anni fa, a dieci anni dalla scomparsa di Buozzi, questa biografia prende inaspettatamente il via proprio dall’annuncio della sua morte fatto da Radio Monte Ceneri, una morte che per molti versi richiama le torbide e tragiche atmosfere del delitto Matteotti. E sarà il suo compagno socialista Giuseppe Saragat uno dei primi a ricordare Buozzi, scagliandosi contro le canaglie che hanno sfogato la loro vendetta anche su di lui, «il capo della classe operaia italiana», in un accorato editoriale a fondo pagina del nuovo Avanti!, pubblicato il 7 giugno 1944 e intitolato Il testamento di un martire.

Fuggendo da Roma i nazi-fascisti nella loro impotenza di fronte alla travolgente avanzata delle armate della libertà hanno sfogato il loro sadico istinto di vendetta sull’ostaggio sacro ai lavoratori italiani che avevano ghermito. La maledizione di tutto un popolo, esecrazione di tutta il mondo civile li perseguiterà fino al giorno in cui nel covo stesso da cui sono partiti per la desolazione dell’Europa verranno inesorabilmente annientati.

Nato in un piccolo comune del Ferrarese (Pontelagoscuro), terzo di cinque fratelli in una famiglia che lui stesso definiva di “dignitosa povertà”, a soli 13 anni è già aggiustatore meccanico e tornitore, sensibile e partecipe delle lotte che combattono i compagni di lavoro. La sua gavetta è veloce perché Buozzi, militando nelle file del Partito socialista, sente e vive sulla propria pelle i problemi della categoria (in primis lo sfruttamento e la mancanza dei diritti fondamentali), riuscendo ad acquisire in poco tempo una completa preparazione sui problemi del lavoro e dell’organizzazione. A soli 27 anni – nel 1908 – diventa segretario della FIOM (il passaggio da Federazione Italiana Operai Metallurgici – il nome originario – a Federazione Impiegati Operai Metallurgici l’ha voluto lui), venendo presto a contatto e intrecciando la sua esistenza con quelle di alcuni protagonisti del secolo scorso, da Pietro Nenni a Claudio Treves, da Giuseppe Di Vittorio ad Angelica Balabanoff e a Felice Quaglino.

Per non parlare di Filippo Turati, che il 29 marzo 1932 morì nell’esilio parigino proprio a casa di Buozzi, in boulevard Ornano. E fu proprio Buozzi a ricordare l’alfiere del socialismo italiano su La Libertà, l’organo della Concentrazione antifascista, in un lungo articolo del 17 aprile 1932, che si chiudeva così:

È un cilicio che noi portiamo, che egli volle portare con noi, di cui fece un labaro, ed il labaro consegnò a noi perché lo conservassimo immacolato – fino alla vittoria – di cui egli non ha mai dubitato. Compagni antifascisti, concludiamo la nostra costernata meditazione sopra l’urna di Filippo Turati, come l’avrebbe conclusa lui: “Compagni, al lavoro!”.

Difficile condensare in poche righe le vicende di cui Buozzi fu protagonista, dentro e fuori del sindacato (fu anche deputato socialista dal dicembre 1919 al novembre 1926), perché lo sguardo di Castagno non si fa sfuggire nulla, sia del suo carattere («il suo aperto sorriso, la sua parola facile e persuasiva, la sua umanità e la sua tolleranza, ispiravano di colpo grande simpatia»), sia dell’evoluzione del personaggio da semplice operaio fino a diventare – il 17 dicembre 1925 – il Segretario nazionale della CGIL, divenendo – scrive Castagno – «il diretto e legittimo rappresentante di una massa di 500 mila lavoratori».

Poco o nulla sfugge a Castagno, che ripercorre con dovizia di particolari le vittorie più importanti di cui si rese protagonista Buozzi, soprattutto negli anni caldi pre e post Grande guerra, quando si trovò in mezzo allo “sciopero delle lancette” (che bloccò Torino per vari mesi), o quando riuscì a strappare agli industriali piemontesi migliori condizioni di lavoro introducendo una nuova strategia di lotta – l’ostruzionismo (sospendere i lavori in fabbrica in ore straordinarie per bloccare la produzione) – giustificando l’operato del suo sindacato quasi con candore:

È un metodo subdolo quello dell’ostruzionismo? Può anche darsi. Ma quanti sono i metodi subdoli che adottano gli industriali nella lotta contro gli operai senza che sia mai intervenuto un giornale borghese a deplorarli? Il crumiraggio di cui gli industriali si valgono per stroncare gli scioperi, non è un metodo subdolo? Il licenziamento di operai, che hanno paghe alte, per sostituirli con operai a paghe basse, non è un metodo subdolo? Abbiamo preferito adottare l’ostruzionismo – anche se può apparire un’arma subdola – perché vogliamo evitare che, con i loro milioni, gli industriali possano soffocare le nostre ragioni.

E così gli industriali capitolarono.

Poi c’è la seconda parte della vita di Buozzi, quella votata all’antifascismo. Una scelta maturata in fretta, ma con coscienza, non appena le intimidazioni diventano aggressioni e violenze, contro camere del lavoro e cooperative, già durante la tornata elettorale del maggio 1921, un anno prima della marcia su Roma. E quando nemmeno il delitto Matteotti riesce a scuotere le coscienze del popolo italiano, che si avvia verso una muta indifferenza davanti alla cieca accettazione di quello che in pochi mesi diventa un vero regime – antidemocratico, antiliberale, liberticida – Buozzi capisce che per chi non si allinea non c’è che una scelta: carcere o esilio. Lui ovviamente è tra le voci da silenziare, tra gli avversari da eliminare.

Non c’è che una meta da raggiungere: Parigi, avamposto di libertà e democrazia. E così, dopo l’uccisione di Piero Gobetti, e poi di Giovanni Amendola (entrambi morti in terra francese, dopo le ignobili bastonate inferte loro dalle camicie nere), quando il regime stringe le maglie della sua oppressione e riconosce come unica rappresentanza dei lavoratori il sindacato fascista, Buozzi si trasferisce nella capitale francese, che da anni era diventata residenza privilegiata (e obbligata) di esuli e oppositori al fascismo di varia estrazione politica. E qui, insieme a tanti altri fuoriusciti, nel 1927 partecipa alla creazione di un cartello di forze antifasciste in Francia – la Concentrazione antifascista (1927-1934) – per condurre una azione di opposizione e di denuncia continua delle violenze e dei crimini fascisti. Tra le imprese di quella difficilissima stagione, c’è l’eroico volo e il lancio di volantini antifascisti che Giorgio Bassanesi compie su Milano l’11 luglio 1930, la cui eco – processo incluso – è uno schiaffo al “colosso” italico.

Di quel periodo d’intensa attività politica dentro e fuori la Francia, impegnato a partecipare a tutti i congressi internazionali confederali, diffondendone le discussioni, i progetti, i valori da difendere (sia attraverso il settimanale L’operaio italiano, sia attraverso l’houseorgan della Concentrazione, La Libertà), Castagno riesce a restituire l’atmosfera di frenetico lavorio, accanto a tutti i dirigenti della Concentrazione antifascista, che spesso si ritrovano a tirare le somme nella modesta casa Buozzi (in rue de la Tour d’Auvergne prima, in boulevard Ornano poi): Claudio Treves e Giuseppe Emanuele Modigliani (PSU, poi PSULI), Pietro Nenni e Angelica Balabanoff (PSI), Ferdinando Schiavetti e Mario Pistocchi (PRI), e ancora Felice Quaglino, Alberto Cianca e Alceste De Ambris (LIDU).

A un episodio importante di questo periodo ci riporta un documento che Castagno pubblica per intero (quasi sette pagine). Si tratta di una lettera, ritrovata tra le sue carte private e indirizzata all’ex ispettore della Confederazione dei lavoratori Gabriele Villani, in risposta ad un appello fatto pervenire da Mussolini al fratello di Buozzi, Antonio, affinché Buozzi tornasse in Italia e riprendesse le redini del sindacato (ma quello in divisa nera). È una lettera che Buozzi scrive il 26 febbraio 1929, in cui descrive minuziosamente lo stato dell’Italia, caduta nelle mani di un regime «che ha eliminato ogni opposizione ed ha in pugno tutto», un regime che è «zarismo e secondo impero insieme». La lettera venne poi pubblicata su La Libertà del 10 marzo dello stesso anno.

Se si vuol sistemare il nostro Paese, non c’è che una via: ridare agli italiani la libertà; consentire agli italiani, per diritto e non per graziosa concessione, di manifestare liberamente il loro pensiero. Fino a quando ci saranno leggi eccezionali, fino a quando ci sarà il Tribunale speciale, fino a quando ci sarà il domicilio coatto, fino a quando non ci sarà libertà di stampa, di riunione e di parola, è follia pensare ad una qualsiasi sistemazione che non sia basata sulla forza […]. La nostalgia della patria tortura l’animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Non è colpa mia se oggi, in Italia, non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può tutto emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi restando in Italia, non aderisce al fascismo. Comunque, la patria credo profondamente di servirla meglio qui.

A Parigi rimane dieci anni. Ed è a Parigi che il 1° marzo 1941, per un eccesso di superficialità (allora risiedeva a Tours), Buozzi viene arrestato dalla Gestapo e condotto nel carcere della Santé, dove incontra Giuseppe Di Vittorio. Vivono insieme alcuni mesi di prigionia, prima di essere trasferiti in due destinazioni diverse: Di Vittorio a Ventotene (dove si ritroverà «in buona compagnia»), Buozzi a Ferrara e da lì a Montefalco, in provincia di Perugia, ma senza la famiglia nelle vicinanze (alcune delle corrispondenze con la moglie sono davvero toccanti).

Poi il 25 luglio 1943, quindi la libertà. E un nuovo incarico (deciso dal “Maresciallo” Badoglio) alla testa della rinata Confederazione Sindacale dei Lavoratori. Ma è un periodo di relativa calma: l’8 settembre è dietro l’angolo, così come il ritorno alla clandestinità (con il nome fittizio di Mario Alberti) e il nuovo arresto del 13 aprile 1944, quando Buozzi finisce in via Tasso, nel carcere alle dipendenze del famigerato Kappler, comandante della Gestapo a Roma. Le ultime pagine del libro descrivono gli interrogatori, le brutalità e le torture a cui è sottoposto Buozzi, che nel frattempo è stato riconosciuto dagli altri detenuti, che lo chiamano fraternamente “papà”, perché è sempre «allegro di conforto e di incoraggiamento, indifferente ai maltrattamenti delle guardie tedesche». Il carisma, lo spessore, la tempra del compagno Buozzi prevalgono su tutto, come un raggio di sole in mezzo alle tenebre della sofferenza. Ma la tragedia è dietro l’angolo, descritta quasi minuziosamente da Calcagno, che si avvale di alcune lettere di un altro detenuto.

Nella notte del 3-4 giugno Buozzi viene caricato insieme a una quindicina di detenuti su un camion, passa la notte in un fienile fuori Roma e poi, dopo pochi passi nel bosco, nella località La Storta, l’ignobile fucilazione. Un mese dopo, il 4 luglio 1944, in una Roma liberata, durante una grande manifestazione popolare di cordoglio, Pietro Nenni, a nome del Partito socialista, commemorava Buozzi con un discorso al Teatro Adriano.

Buozzi era davvero l’operaio ideale, non l’uomo uscito dalla sua classe per passare ad altra classe, ma l’uomo che aveva abbandonato il lavoro manuale restando profondamente convinto che nel lavoro manuale è la più squisita nobiltà dell’uomo. Un uomo che ha sempre pensato in termini di classe, che si è sempre posto di fronte ai problemi della vita e della lotta sentendosi il rappresentante di coloro che, giovane, lo avevano strappato all’officina per farne il Segretario Generale della FIOM e poi il Segretario della Confederazione Generale del Lavoro.

Si chiudeva così una vita concentrata sulla difesa degli altri, un’esistenza esemplare vissuta tra «coraggio, senso etico dell’impegno civile, nobili ideali, sacrificio» (come ha scritto Giorgio Benvenuto negli atti del convegno Rileggere Bruno Buozzi a ottanta anni dalla sua morte 1944-2024). Come per Gobetti, Matteotti, Amendola, Ceva, i Rosselli e tanti altri martiri dell’antifascismo, è giusto che Buozzi – fa bene a rimarcarlo Calcagno – abbia il suo posto nell’Olimpo dei padri della patria.

di Claudio A. Colombo

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