In un grottesco e inquietante articolo intitolato Perché scacciano gli ebrei il 25 Aprile, pubblicato da Il Foglioall’indomani della festa della Liberazione, Giuliano Ferrara ha insultato una nobile tradizione politico-culturale italiana, protagonista di primo piano dell’antifascismo e della Resistenza. Nell’occhiello Ferrara allude a fantomatiche «responsabilità dell’antifascismo azionista, le cui élite hanno sempre predicato divisione e incomprensione, astio e riprovazione», non si capisce verso chi. I partigiani delle Brigate Giustizia e Libertà, riconducibili al Partito d’Azione, sono stati 35.000, il 20% del totale, secondo i dati forniti dal suo capo militare Ferruccio Parri, tra i fondatori del Pd’A. Parri fu il primo presidente del Consiglio dopo la Liberazione e, tra molte difficoltà, tenne unite le sei forze politiche che componevano il CLN, le stesse forze che sostennero il I Governo De Gasperi. Tra i quadri e i dirigenti azionisti morti in combattimento o per le torture dei nazifascisti si possono ricordare Leone Ginzburg (seviziato a Regina Coeli), Emanuele Artom, Duccio Galimberti, Pilo Albertelli (trucidato alle Fosse Ardeatine), Willy Jervis e Paolo Braccini, ma l’elenco è lungo. Alcuni degli azionisti erano ebrei, come Vittorio Foa, Leo Valiani e Carlo Levi, dirigenti di primo piano che, dopo essere stati a lungo rinchiusi nelle carceri fasciste o spediti al confino, insieme a uomini e donne di diversi orientamenti ideologico-politici ci regalarono la libertà, consentendoci di scrivere la Costituzione. Il Pd’A, in crisi irreversibile dall’inizio del 1946, cessò di esistere nell’ottobre 1947 non prima di aver fatto eleggere all’Assemblea Costituente sette deputati: Riccardo Lombardi, Tristano Codignola, Piero Calamandrei, Alberto Cianca, Fernando Schiavetti, gli stessi Foa e Valiani, a cui si aggiunsero Parri e Ugo La Malfa, eletti con la Concentrazione Democratica repubblicana, Emilio Lussu e Pietro Mastino, deputati del PSd’A. Tutti lavorarono per scrivere la Costituzione, proprio mentre esplodeva la Guerra fredda, insieme a comunisti, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, socialdemocratici, insomma a tutte le forze antifasciste che avevano animato la lotta, plurale, contro i fascisti e i nazisti al fianco degli anglo-americani. Dopo lo scioglimento del Pd’A, vari suoi ex dirigenti innovarono le culture politiche dei partiti in cui entrarono, in primis PSI e PRI, oppure svolsero un’intensa forma di militanza intellettuale che li mise al centro del dibattito pubblico. Continuarono a lottare per modernizzare l’Italia, pur esprimendo idee differenti sulle ricette. Su una cosa non furono mai in disaccordo, tra di loro né con i dirigenti delle altre aree politiche (esclusi i nostalgici del regime totalitario e razzista di Mussolini): l’ancoraggio alla Costituzione antifascista e la ferma opposizione al neofascismo, le cui pesanti incrostazioni hanno condizionato lo sviluppo della Repubblica italiana di cui, a giugno, si festeggerà l’ottantesimo compleanno. Ogni forma di razzismo, ovviamente, è stata incompatibile con l’azionismo storico e con il post azionismo, che ha giustamente diffidato del partito neofascista MSI a lungo guidato da Giorgio Almirante, per il quale il 25 aprile era un giorno di lutto e la democrazia una sciagura. Ferrara, nel riversare i suoi strali sull’azionismo, si lancia in affermazioni che non hanno alcun rapporto con la storia e che, anzi, la violentano ripetutamente. Scrive che il Pd’A «lasciò lievitare il mito della Resistenza tradita e brandì sempre l’antifascismo come uno strumento di identitarismo di establishment e di potere ideologico (?), fino all’orrore della violenza pre e paraterrorista del movimento per lo scioglimento dell’Msi». E ancora: «hanno sempre predicato divisione e incomprensione, astio e riprovazione (le parole dell’occhiello) quando hanno difeso l’indifendibile nell’area contigua al terrorismo (!), quando hanno offeso le esperienze non conformi (?) di Resistenza al nazifascismo puntando sul mito falsificante della purezza ideologica e storica di una Liberazione alla quale avevano contribuito anche forze monarchiche e di destra, che i partiti istituzionali cercavano di tenere insieme nell’unità politica dell’antifascismo e che la cultura dell’azionismo indicava come fattori inquinanti». Non si citano nomi, eventi, periodi e, come d’incanto, alla fine dell’articolo gli azionisti, cioè gli ebrei Valiani e Foa, i loro ex compagni Parri, Lombardi (primo prefetto di Milano dopo la Liberazione), Francesco De Martino, Franco Venturi, Ada Gobetti (vedova di Piero), Bianca Ceva, Giacomo Brodolini (ministro che promosse lo Statuto dei Lavoratori), Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e Calamandrei sarebbero i “padri nobili” di chi, intriso di «arrogante sicurezza di sé e di incapacità di praticare una via di riconciliazione e di unità», opprime le minoranze, «in questo caso gli ebrei della Brigata ebraica e le loro bandiere». Una pagina tristissima di “giornalismo”. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno, ex partigiano azionista che lottò al fianco di Alessandro Galante Garrone e Franco Venturi. Casalegno fu ucciso dalle Brigate Rosse a Torino il 29 novembre 1977.

di Andrea Ricciardi

Loading...