In un libro di recente pubblicazione a lui dedicato, Alberto Mortara (1909-1990) viene descritto come «un grande protagonista della vita politica, culturale ed economica italiana». In questo articolo, la figlia Elèna Mortara illustra il rapporto del padre con le tradizioni ebraiche della famiglia e soprattutto il contributo da lui dato ad alcune istituzioni ebraiche, in particolare nel CDEC e come Presidente per quasi venti anni del Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia. Vengono ricordati altri suoi interventi di tematica ebraica nel cinema e sulla carta stampata, e viene documentata una pagina sconosciuta nella storia dell’esodo degli ebrei dalla Libia, rivelando il ruolo svolto da Mortara in supporto di quella storica fuga.
In un recente incontro nella sede altamente significativa della Casa della Memoria e della Storia di Roma, ospiti della Federazione Italiana Associazioni Partigiane, si è svolta una giornata di studi su Alberto Mortara (1909-1990), mio padre (Fig. 1). L’occasione dell’incontro, promosso da vari enti culturali e ricco di interventi,[1] è stata la presentazione del bel libro a cura di Giulio Bursi e Fabrizio Trisoglio a lui dedicato, Alberto Mortara. L’antifascismo, l’economia, il cinema (2023), frutto di un precedente convegno svoltosi a Milano nel 2021; nell’opera dai molti contributi, Alberto Mortara viene descritto come «un grande protagonista della vita politica, culturale ed economica italiana, esponente di quell’Italia quantitativamente ma non qualitativamente minoritaria che ha contribuito a rendere questo paese qualitativamente migliore».[2]
Nel volume del 2023 ho scritto un saggio sul background familiare di mio padre, intitolato I Mortara e i Pincherle-Rosselli: storie di famiglia, nel quale mostro come queste storie di famiglia, dai risvolti talvolta drammatici e anche tragici, si sono intrecciate nella grande Storia di tutti.[3] Nel mio intervento al convegno romano,[4] di cui questo mio testo costituisce una versione scritta leggermente ampliata, invece, mi sono proposta di illustrare, per quanto possibile, un tema intimo quale il rapporto di mio padre con la sua ebraicità e soprattutto di parlare dell’impegno da lui profuso in alcune istituzioni del mondo ebraico italiano. Avrò anche modo di rivelare fatti meno noti, che riguardano una pagina del nostro recente passato.
- L’ebraicità personale e in famiglia
Sul piano personale, Alberto Mortara era, come si suol dire, un ebreo laico, direi vicino alle posizioni ideali espresse dall’amato cugino Nello Rosselli nel noto discorso al Convegno di Livorno dei giovani ebrei del 1924. In quella occasione, in un intervento che aveva creato grande emozione tra i giovani, Nello aveva affermato, «Io intendo per ebraismo una concezione religiosa della vita», e aveva poi enumerato i motivi della propria interiore adesione all’ebraismo. Tra questi motivi:
perché è indistruttibile in me la coscienza monoteistica che forse nessun’altra religione ha espresso con tanta nettezza – perché ho vivissimo il senso della mia responsabilità personale e quindi della mia ingiudicabilità da altri che dalla mia coscienza, da Dio – perché mi ripugna ogni pur larvata forma di idolatria – perché considero con ebraica severità il compito della nostra vita terrena, e con ebraica serenità il mistero dell’oltre tomba – perché amo tutti gli uomini come in Israele si comanda di amare, come anzi in Israele non si può non amare – e ho quindi quella concezione sociale che mi pare discenda dalle nostre migliori tradizioni – perché ho quel senso religioso della famiglia che, a chi ci guarda dal di fuori, appare veramente come una fondamentale e granitica caratteristica della società ebraica. Sono dunque – credo – ebreo; posso dirmi ebreo.[5]
I valori enunciati da Nello Rosselli (che due anni dopo, nel 1926, sposò con rito ebraico a Firenze la giovane ebrea Maria Todesco) furono, credo, di ispirazione anche per nostro padre, che, più giovane di lui di nove anni, era sentito da Nello, nel ricordo di sua madre Amelia, come una sorta di suo amato «fratello minore».[6]
Accanto al lato Pincherle-Rosselli, di derivazione materna,[7] molto forte fu, d’altra parte, nella formazione di mio padre, anche la presenza del lato paterno della famiglia, il lato Mortara, doppiamente Mortara nella generazione dei nonni: la nonna paterna, Ernesta, infatti, si era sposata con il cugino primo Eugenio Mortara. Lei, Ernesta, era una sorella maggiore di Edgardo, il bimbo Mortara di sei anni sequestrato nel giugno 1858 dalla sua famiglia ebraica a Bologna, allora sotto potere pontificio, da parte delle guardie papali per ordine dell’Inquisizione, per un sospetto battesimo segreto di anni prima da parte di una domestica cattolica, e aveva assistito alla drammatica irruzione in casa delle guardie venute per portar via il fratello. Si può immaginare quanto forte fosse in famiglia, anche nelle generazioni successive, il ricordo di questo dramma e la consapevolezza del peso storico della vicenda e dell’importanza della lotta combattuta dalla famiglia Mortara contro questa violenza; e si può intuire quanto forte fosse l’attaccamento all’ebraismo di chi aveva vissuto una simile esperienza, mantenendo la propria ebraicità.
Nel 1942 Alberto Mortara si era sposato nella Sinagoga di Milano con una giovane ebrea viennese, nostra mamma, ‒ Alice, detta Lisa, Feldstein (1914-2008) ‒, una giovane dalla solida formazione ebraica ed ebraicamente impegnata, giunta all’Università di Milano nel 1937 per preparare la sua tesi sulla flora alpina e mediterranea, in vista della da lei auspicata alyià in Palestina; nel 1938 l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania, aveva spinto Lisa a non tornare a Vienna e a rimanere in Italia, modificando il suo progetto di vita e unendo il suo destino a quello di Alberto (Fig. 2).
Noi figli, sia io che i miei fratelli Carlo Andrea e Paola, ricordiamo la preghiera che da bambini, talvolta dopo la lettura fattaci da parte sua di un qualche testo narrativo, nostro padre ci aveva insegnato a recitare ogni sera quando eravamo a letto, prima del suo bacio della buona notte. Era un misto di tradizione ebraica e di innovazione personale. Si iniziava con i primi versetti dello Shemà, la tradizionale professione ebraica di fede nel Dio unico, Shemà Israel (Ascolta Israele)…; si proseguiva con l’augurio, «Proteggi i miei genitori, i miei nonni, i miei zii e tutti quelli che mi vogliono bene»; e si terminava con l’auto-incitamento personale a comportarsi bene (qui declinato al femminile): «Fa che domani sia brava, buona, ubbidiente, generosa, amen». Per anni, questo è stato il nostro avvio al sonno notturno quotidiano.
- Una risposta a «Famiglia Cristiana» sul caso Mortara
L’ebraicità per nostro padre, tuttavia, non era solo una questione di sentimento intimo, e il suo senso di appartenenza non si esplicava solo in occasioni saltuarie di partecipazione ai riti, ma, come sempre in lui, si trasformava piuttosto in un impegno concreto, svolto in istituzioni cui si dedicava con passione e senso del dovere. E si manifestava anche, quando necessario, in prese di posizione pubblicamente assunte, in situazioni in cui era necessario farsi sentire.
Partirò da un episodio avvenuto nel 1979. Il settimanale «Famiglia Cristiana», il 4 marzo 1979, in un numero dedicato al sacramento del Battesimo, aveva presentato con grande evidenza il caso del rapimento di Edgardo Mortara, prozio di mio padre, come un esempio di battesimo nella storia dalle conclusioni positive, «forse – commentava l’articolista con sigla m.g.c., nell’articolo intitolato Un battesimo nella storia: il caso Mortara, – a riprova del fatto che Dio sa scrivere diritto anche con le righe storte». Mio padre aveva immediatamente inviato una gentile ma ferma lettera di protesta al periodico, in cui non solo contestava la lettura di quel caso, ma allargava il discorso alla «lunga serie di rapimenti di bambini ebrei alle loro famiglie, da parte del potere temporale della Chiesa». Poi, dopo altri precisi riferimenti storici riferiti al contesto del caso Mortara, la lettera si concludeva con una domanda, molto importante e che andrebbe nuovamente rivolta a personaggi contemporanei come Vittorio Messori: «è ammissibile che l’effetto di una costrizione appaia come uno “scrivere diritto” di Dio? non si deve dire invece che, oltre alla violenza fisica, c’è stata una violenza morale “oggi” (come ieri!) “inaccettabile”»?» (lettera di Alberto Mortara al Direttore di «Famiglia Cristiana», 17 marzo 1979).
Il riscontro di questa lettera di protesta da parte della rivista fu notevole, perché non solo la giornalista, Mariagrazia Cucco, scrisse subito una lettera di risposta personale ad Alberto Mortara (lettera, su carta intestata di «Famiglia Cristiana», del 9 aprile 1979), iniziando un carteggio con lui, ma mesi dopo, il 30 settembre, fece uscire sulla rivista un lungo servizio di approfondimento dedicato al caso Mortara. Il servizio a sua firma, intitolato Rievochiamo il clamoroso “caso Mortara”. Quel piccolo ebreo “rapito” un secolo fa (ove “rapito” è posto tra virgolette), di ben cinque pagine riccamente corredate di fotografie, iniziava con un preciso riferimento alla lettera ricevuta da Alberto Mortara e rappresentava indubbiamente un passo avanti rispetto all’articoletto precedente, nel tentativo di ricostruzione dell’episodio storico. Mio padre ringraziò la giornalista con una lettera del 28 settembre 1979 (l’uscita reale del settimanale era evidentemente precedente a quella indicata in copertina), in cui però specificò il permanere di un dissenso: «Naturalmente – scrisse – i nostri punti di vista rimangono diversi in alcuni giudizi e valutazioni». La lista delle inesattezze e delle diverse valutazioni segnalate terminava con una importante affermazione valoriale di tipo generale: «Quello che conta è sradicare il mal seme della intolleranza».[8]
Questa capacità di intervenire in difesa della memoria storica dei fatti, e di passare dal caso singolo ai temi di fondo ad esso connesso, sono stati indubbiamente per me di grande insegnamento e di guida, forse inconscia, nei miei successivi interventi pubblici all’epoca della beatificazione di Pio IX e, più tardi, nel mio lavoro di ricerca sul caso in contesto letterario.[9]
- Un saggio storico e il film Andremo in città
Nel 1988, in occasione del cinquantenario delle Leggi razziali, la «Rassegna mensile di Israel» dedicò un numero monografico al ricordo di quell’anno chiave nella storia dell’ebraismo italiano, intitolando il volume 1938. Le leggi contro gli ebrei. Alberto Mortara contribuì al volume con un saggio dal titolo In attesa di miracoli. Gli ebrei in Italia dal 1938 al 1940.[10] Ancor oggi, riletto a distanza di molti decenni, il saggio si impone per la straordinaria lucidità dell’analisi storica e la ricchezza e completezza di precisi riferimenti e contenuti. Alberto Cavaglion, grande storico dell’ebraismo italiano, a cui si deve il saggio sul rapporto tra Mortara e l’ebraismo (L’ebraismo tra storia e paesaggio) nel volume a cura di Bursi e Travaglio, dedica ben quattro pagine alla riflessione su questo articolo, particolarmente apprezzato dal critico torinese, che individua una «lezione di metodo storico di grande livello» nelle qualità storiografiche del testo, scritto, viene sottolineato, quando si era solo «agli albori di una importante stagione di rinascita degli studi sull’antisemitismo fascista».[11] In questo testo Mortara non parla mai in forma diretta della sua esperienza personale, che pure si può leggere in controluce, soprattutto nella conclusione,[12] ma tratteggia un quadro di insieme fatto di tanti dettagli illuminanti, che ci immergono nella atmosfera dell’epoca, con i suoi drammi e le sue illusioni.
La capacità di analisi degli avvenimenti dal di fuori, da vero storico, evidenziata da questo saggio, unita alla personale sensibilità ai drammi delle persone, non stupisce chi conosce la familiarità di Alberto Mortara con la pratica degli studi storici, da lui frequentati fin dall’epoca degli studi universitari, laureandosi con una tesi di storia economica, e poi sistematicamente applicati nelle ricerche in campo economico da lui compiute e promosse attraverso il Ciriec, l’importante «Centro italiano di ricerche e di informazione sull’economia delle imprese pubbliche e di pubblico interesse», da lui fondato a Milano nel 1956 insieme a Roberto Tremelloni, come sezione italiana del Ciriec internazionale (Fig. 3).
Una testimonianza altamente significativa a questo proposito è stata offerta da Francesca Sofia, insigne storica dell’Università di Bologna, nell’incontro romano alla casa della Memoria e della Storia occasione di questo mio scritto. Nell’introdurre la sezione dei Ricordi riguardanti Alberto Mortara, da lei coordinata, Francesca Sofia ha sottolineato con commozione il fondamentale debito formativo da lei ricevuto nel suo primo lavoro da «giovane di bottega» al Ciriec con Alberto Mortara e l’importanza che per lui aveva la dimensione storica, al punto da fargli assumere come collaboratori del Ciriec, che pubblicava una rivista intitolata «Economia pubblica» e si occupava di economia, proprio due giovani storici neolaureati, quali lei nella sede di Roma e Carlo Spagnolo in quella di Milano, affidando loro dei ruoli importanti e formativi, che li hanno avviati alla loro successiva carriera accademica: un riconoscimento espresso con parole di profonda gratitudine. «Secondo Alberto Mortara –, ha detto Sofia, – un po’, credo, per il rapporto così stretto avuto con Nello Rosselli, senza una dimensione storica qualsiasi tipo di attività culturale non aveva senso».[13]
Un altro elemento formativo fondamentale che Francesca Sofia ricorda di aver appreso nel lavorare al Ciriec con Alberto Mortara è quello da lei definito come «l’insegnamento azionista»: il fatto, cioè, «che la cultura deve anche confermarsi nei fatti», essere utile, sporcarsi nella pratica.[14]
Offrirò testimonianza di questa propensione al passaggio dal pensiero all’azione, messa in atto da Alberto Mortara nelle sue attività imprenditoriali e di promozione culturale, riferendo un caso che riguarda strettamente il suo impegno per la memoria in campo ebraico. Si tratta di un caso scaturito in ambito cinematografico. Il cinema è stato il secondo principale campo di attività collaterali di Mortara, realizzate con la fondazione, insieme all’amico Guido Rollier, già dai primi anni Cinquanta, di una piccola casa di produzione cinematografica, la Romor Film (acronimo che unisce i due cognomi, Rollier-Mortara), inizialmente volta alla produzione di documentari di carattere sociale sul mondo del lavoro e dell’industria, e poi di una importante ampia serie di documentari d’arte, i cosiddetti Critofilm, con l’amico Carlo Ludovico Raggianti, e infine apertasi anche ad alcune esperienze di lungometraggi.[15]
In questo contesto, di particolare rilievo fu il ruolo di Alberto Mortara, non solo di produttore, ma di vero e proprio stimolatore del film Andremo in città (1966), film di grande drammaticità e poesia diretto da Nelo Risi e basato sul racconto omonimo di Edith Bruck del 1962. Una testimonianza assai toccante sul ruolo avuto da Alberto nella nascita di questo film è stata data dalla scrittrice Edith Bruck, che, in occasione del convegno romano su di lui, con grande calore ha raccontato quanto fondamentale sia stato il ruolo di Alberto Mortara nella stessa genesi del film: sua l’idea di fare di questo racconto di cui si era innamorato un film, sua l’insistenza con l’amico Nelo Risi, marito di Edith Bruck, perché ne fosse il regista, quando questi non aveva ancora mai diretto un lungometraggio, sua la volontà di avere Geraldine Chaplin come protagonista, nonostante gli altissimi costi che tutto questo avrebbe comportato e di cui l’amico Nelo lo avvertiva, tentando, inutilmente, di dissuaderlo da questo progetto economicamente così rischioso. La preziosissima testimonianza di Edith Bruck in proposito è reperibile online e speriamo possa essere presto pubblicata.[16] Quanto a Geraldine Chaplin e alla sua gratitudine ad Alberto Mortara per il film, si vedano le parole da lei dedicategli nella foto qui allegata (Fig.4).
Andremo in città è un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale nella Jugoslavia occupata dai nazisti (nel racconto originale, poetica rivisitazione in chiave fantastica della tragedia della Shoah vissuta dall’autrice, l’ambientazione è ungherese). Vi si racconta la struggente vicenda di una giovane ebrea (Lenka) e del fratellino cieco (Misha), che vivono soli in un villaggio durante l’occupazione, mentre il padre, dapprima internato e poi dato per morto, è costretto a nascondersi in quanto ebreo. Dopo varie vicende, tra cui il rapporto affettivo della ragazza con un giovane partigiano (Ivan), alla fine Lenka e Misha vengono deportati dalle SS verso i campi di stermino. Nelle strazianti scene finali, li troviamo entrambi sul treno verso il loro tragico destino, mentre Lenka racconta al fratellino cieco abbracciandolo, in uno stravolgimento pietoso della realtà, che sono in viaggio verso la «città», dove grazie a un’operazione agli occhi «potrà vedere tutto», come da lei da tempo promessogli. Un finale tragico, ben diverso da quello apparentemente simile del consolatorio film di Benigni, La vita è bella.
Nel film diretto da Risi, accanto a una splendida Geraldine Chaplin, al suo esordio cinematografico nel ruolo della ragazza ebrea, e al piccolo Federico Scrobogna nel ruolo di Misha, troviamo Nino Castelnuovo, in un momento di svolta della sua carriera di attore, nella parte del giovane partigiano di cui Lenka si innamora.[17]
Andremo in città, che fu infine reso possibile da una co-produzione italo-jugoslava costituita da Aica Cinematografica (Roma), Avala Film (Belgrado) e Romor Film (Milano-Roma), è un film poetico, delicato, che nasce dalla collaborazione di un cast di autori straordinari. Oltre a Edith Bruck, lei stessa sopravvissuta ai lager nazisti e oggi ben riconosciuta come scrittrice, e a Nelo Risi, allora ai suoi esordi come regista di un lungometraggio per il cinema, vanno ricordati per il soggetto anche Vasco Pratolini e Fabio Carpi, per la sceneggiatura Cesare Zavattini, Jerzy Stefan Stawinski, Nelo Risi e la stessa Bruck. La fotografia in splendido bianco e nero è di Tonino Delli Colli e la colonna sonora di Ivan Vandor. Da questa straordinaria unione di forze scaturisce un’opera che vale la pena riscoprire.
- Impegni nel CDEC e come Presidente del Comitato per la Venezia ebraica
Vorrei ora passare a illustrare sinteticamente l’impegno non saltuario, ma sistematico di Alberto Mortara in alcune istituzioni ebraiche. Un ente ebraico cui mio padre si è dedicato è stato il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, il CDEC, una istituzione con sede a Milano in cui hanno agito con ruoli importanti vari membri della famiglia Mortara (Luisella Ottolenghi Mortara e sua figlia Raffaella Mortara, rispettivamente, come Presidente e Vicepresidente, mia sorella Paola Mortara come Responsabile dell’Archivio fotografico) e di cui Alberto Mortara è stato per molti anni consigliere. Al CDEC egli poteva sentirsi vicino per i suoi interessi storici e di memoria, e nel 1986, quando venne istituita la Fondazione CDEC, collaborò alla trasformazione dell’ente in Fondazione, entrando a far parte del Collegio dei Fondatori, insieme a personalità quali Arrigo Levi, Leo Valiani e Bruno Zevi.
Ancora più importante, direi fondamentale, è stato il ruolo svolto da Alberto Mortara nell’altra istituzione di interesse ebraico di cui si è occupato per quasi un ventennio. Mi riferisco al Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia, di cui egli è stato tra i promotori nel 1971 e poi Presidente, ininterrottamente dal 1972 fino alla morte nel 1990. Venezia, con le sue bellezze edificate dagli uomini e i suoi silenziosi percorsi d’acqua, era la città del cuore di mio padre, la città della sua infanzia, ove era nato nel 1909 e cresciuto fino all’età di nove anni, fino all’anno tragico della morte della madre.
Questo intimo rapporto di ricordi con Venezia, questo amore per la città, non fu vissuto da mio padre con sentimenti di languida nostalgia rivolta al passato, ma determinò in lui, come sempre, una attiva spinta al fare, rivolta al futuro della città e del suo antico centro ebraico. Il Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia – questo il nome ufficiale – nacque a Milano nel 1971, nel contesto delle iniziative dell’UNESCO per la salvaguardia e rinascita di Venezia dopo la gravissima alluvione (la cosiddetta, in veneziano, aqua granda) del 4 novembre 1966, e dal 1972 al 1990 esso ebbe la sua sede ufficiale (come si apprende da una relazione del Comitato del novembre 1981) non a Venezia, bensì a Milano, in via Fratelli Gabba 8, e cioè nell’ufficio milanese di Alberto Mortara.
Le finalità del Comitato sono così esposte in un Appunto di relazione del 1973:
Il Comitato ha iniziato la sua attività nel 1971, con lo scopo precipuo di salvaguardare, nel suo complesso, l’ambiente e il patrimonio artistico e culturale legato alla presenza del gruppo ebraico a Venezia e di favorire il ripristino e il restauro dei singoli monumenti ed opere d’arte.
Questo scopo viene ripetuto nelle varie Relazioni successive, accompagnato da sempre più ampi progetti e resoconti di realizzazioni. Sono carte, quelle depositate in forma completa nel Fondo Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia. Presidenza Alberto Mortara, ora presso la Biblioteca archivio Renato Maestro della Comunità di Venezia e, per la parte delle carte provenienti dall’Archivio personale di nostro padre, nel Fondo Alberto Mortara presso l’Archivio della Fondazione ISEC – Istituto per la storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni (Milano), che andrebbero studiate, perché accanto ai progetti realizzati – alcuni notevolissimi, quali il restauro nel Ghetto di due sinagoghe, la Scuola Grande Tedesca e la Scuola Italiana, e la straordinaria ricerca sulle tombe dell’antico Cimitero del Lido – in quelle carte si troverebbero altre indicazioni di progetti in fieri, alcuni dei quali ancora da realizzare.[18]Notevoli furono comunque le mete raggiunte e grande fu all’epoca anche il riconoscimento ufficiale delle autorità di Venezia per lo straordinario contributo dato dal Comitato nel ridare vita al quartiere ebraico della città (Fig. 5).
Cesare Vivante, principale punto di riferimento veneziano nel Comitato, che, alla morte di Mortara, dal 1991 gli succedette nel ruolo di Presidente, in una voce su questo organismo in cui ne ricostruisce la storia (voce dal titolo Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia, reperibile online nel sito di una Società strumentale del Comune di Venezia, il sito «Insula»), afferma che Alberto Mortara «fu l’anima del Comitato».[19] E indubbiamente fu il suo fortissimo impegno nell’organizzare concretamente i lavori, nel creare sinergie e suscitare il coinvolgimento di importanti collaborazioni anche giovanili, e nell’indispensabile fundraising rivolto anche all’estero, in Germania o negli Stati Uniti, sempre oltrepassando nell’azione i limitati confini nazionali, fu tutto ciò che rese possibile la realizzazione di tanti risultati.
I dieci anni dalla morte improvvisa di mio padre che furono necessari al Comitato perché uscissero i due meravigliosi volumi sull’antico Cimitero ebraico del Lido, La Comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero, che egli aveva già preparato in tutti i dettagli, compresa la sua Introduzione e la Premessa di Primo Levi, datata 1985 (da lui ottenuta andando di persona a incontrarlo a casa sua a Torino), ma che videro la luce solo dieci anni dopo la sua morte, nel 2000, sono il segno più evidente della fatica di chi gli succedette e si trovò purtroppo privo del suo energico sostegno.[20]
Un ulteriore progetto a cui Alberto Mortara si dedicò alla fine degli anni Ottanta fu quello per un film da ambientarsi nel ghetto di Venezia. Il film in preparazione, alla cui scrittura collaborarono inizialmente Julian Zimet (alias Julian Halevy), Cristina Comencini, Nadia Werba, e infine lo scrittore britannico Hugh Fleetwood, si sarebbe dovuto chiamare, con titolo provvisorio, Le porte di Venezia (in inglese The Gates of Venice).[21] La trama era incentrata sul tema della ricerca del passato e dell’identità ebraica da parte di un musicista di mezza età, figlio di ebrei di Venezia forse deportati, adottato nel dopoguerra da genitori americani cattolici, e del suo rapporto con una giovane ebrea di New York, andata a Venezia per curare un documentario televisivo sul ghetto della città, diretto da un giovane cineasta israeliano. L’ultimo assegno firmato da nostro padre prima della sua morte improvvisa nel febbraio del 1990 fu per questo film,[22]che senza di lui non fu poi mai realizzato.
Quando Alberto Mortara morì, nel 1990, il grande, straordinario piccolo editore Beniamino Carucci gli volle dedicare una sezione nel Machazor di rito italiano secondo gli usi di tutte le Comunità a cura di Menachem Emanuele Artom, il cui primo volume venne pubblicato dalla sua casa editrice proprio quell’anno. Qui, in questa importante raccolta di preghiere, in testa alla sezione del Musaf del Sabato ‒ la preghiera addizionale, introdotta al posto del sacrificio dopo la distruzione del Tempio nel 60 dell’Era Volgare ‒, leggiamo questa dedica dell’editore, in stampatello:
AD ALBERTO MORTARA,
ANIMATORE E GUIDA
NEL RECUPERO DELLE VESTIGIE EBRAICHE DI VENEZIA,
INSTANCABILE PROMOTORE DI CULTURA,
ESPLORATORE CURIOSO DEL MONDO,
CHE IL RICORDO DELLA SUA VITA GENEROSA SIA DI BENEDIZIONE
BENIAMINO CARUCCI[23]
Sono parole commoventi, che ben lo descrivono e che ben figurerebbero quale chiusura di questo mio intervento.
- Giugno 1967: un intervento per il salvataggio degli ebrei di Libia
Mi rimane, tuttavia, da condividere ancora una scoperta che facemmo soltanto dopo la morte di nostro padre e che può interessare per la sua importanza nella ricostruzione di un episodio storico.
Nel 1990, dopo il funerale di Alberto, Amedeo Mortara,[24] cugino primo di nostro padre, rivelò a mia sorella Paola un contributo importante che il nostro «babbo» (così noi l’abbiamo sempre chiamato) aveva dato in un momento drammatico della vita ebraica del secondo Novecento, un atto che per la sua delicatezza era stato tenuto segreto e di cui lui non aveva mai parlato né a noi né ad altri.
Paola – disse lo zio Amedeo a mia sorella –, voi non sapete quello che ha fatto vostro padre nel 1967, all’epoca della Guerra dei Sei Giorni. Gli ebrei di Libia erano in una situazione di gravissimo pericolo e a rischio della vita, per i violenti attacchi a cui erano sottoposti da masse di popolazione inferocita contro di loro per quanto avvenuto nella Guerra dei Sei Giorni. Nella notte mi telefonò l’ex-Presidente della Comunità di Milano Astorre Mayer, per dirmi che la situazione era gravissima, bisognava prendere contatti politici ad alto livello per aiutare gli ebrei di Libia a uscire da quel paese. Ebbene, al mattino telefonai ad Alberto e condivisi con lui questa emergenza da risolvere. E lui, sai che fece? Immediatamente quella mattina stessa telefonò a Roberto Tremelloni, che era allora il Ministro della Difesa e che lui, come sai, conosceva bene in quanto co-fondatore e Presidente del Ciriec. Gli telefonò, illustrandogli la drammatica situazione, e mi fissò un appuntamento a Roma per il giorno dopo. Non ha mai voluto raccontare il fatto, per non mettere in pericolo le persone coinvolte.[25]
Di questo appuntamento abbiamo riscontro nella piccola agendina del 1967 di nostro padre: una agendina giornaliera di dimensioni minimali, in cui quotidianamente annotava a penna in forma telegrafica e caratteri minuscoli i fatti essenziali della giornata. La telefonata di Astorre Mayer ad Amedeo Mortara deve essere avvenuta nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1967, perché alla data del 21 giugno nell’agendina di Alberto leggiamo (trascrivo il testo con le abbreviazioni dell’originale): «La situaz. precipita per gli ebrei libici? [ove “ebrei libici” è sottolineato in rosso].[26]Prendo contatto con Tremelloni e con Zagari (quest’ultimo però già informatis.) e Amedeo parte per incontrarli domani col Presid. dr. Piperno». Il giorno successivo, 22 giugno, sempre nell’agendina leggiamo: «Amedeo ha avuto il colloquio con Tremell. (ci è andato con Piperno)».[27]
A questo punto è utile confrontare questa testimonianza, e questi dati di fatto registrati a caldo nell’agendina di Alberto Mortara, con quanto emerge dalla ricostruzione di quelle giornate fattane anni dopo, sul quotidiano online «Moked» di «Pagine Ebraiche» del 17 marzo 2022, da Bruno Piperno Beer, uno dei figli dell’allora Presidente dell’UCII Sergio Piperno.[28] Bruno Piperno cerca di ricostruire gli eventi di quei giorni drammatici e il ruolo avuto dall’Unione nell’esodo e il salvataggio degli ebrei dalla Libia, facendo ricorso ai verbali della Giunta dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane di quei giorni, integrati con una recente testimonianza di Aurelio Ascoli, che era allora un membro della Giunta dell’Unione.
Il primo verbale citato è quello della Giunta del 4 giugno 1967, precedente di un solo giorno allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni. Segue, dopo soli quattordici giorni, il verbale della Giunta del 18 giugno 1967, di poco successivo alla fine della Guerra, allorché, dopo la vittoria di Israele, «sorse, o si acuì», come sintetizzato da Aurelio Ascoli nella sua lucidissima testimonianza, «il problema delle persecuzioni degli ebrei residenti nei Paesi Arabi, e l’UCEI [allora detta ancora UCII] si adoperò per favorire il salvataggio e condizioni per quanto possibile favorevoli all’accoglienza dei profughi». Il verbale successivo è invece addirittura di un mese dopo, del 16 luglio 1967, ed è qui che viene comunicata la data di inizio dell’esodo di massa degli ebrei dalla Libia.
Il resoconto di Bruno Piperno su questi verbali è punteggiato di molti punti interrogativi ed evidenzia la reticenza che sembra caratterizzarli in alcuni momenti. Viene sottolineato in particolare che il verbale della fondamentale Giunta dell’Unione del 18 giugno 1967 «fornisce alcune informazioni ma è piuttosto vago sull’oggetto degli incontri con le Autorità Italiane e sui risultati degli stessi» e che in vari punti il testo «non scende nei particolari» e sembra essere scritto «in forma criptica e velata»; forse, viene ipotizzato, è per rispondere alla richiesta di «riservatezza» esplicitamente citata come «necessaria» nello stesso verbale e come richiesta dalle Autorità coinvolte. Bruno conclude il suo pezzo affermando che il suo è «un primo contributo per portare alla luce l’operato dell’Unione e del suo Presidente nel periodo vicino alla Guerra dei Sei Giorni», e poi aggiunge: «Per una comprensione dei fatti più esauriente saranno necessari ulteriori approfondimenti delle fonti di archivio.»
Ebbene, qui è dove le nuove informazioni in nostro possesso possono essere di aiuto. Chi è che nel Governo italiano si è adoperato per far sì che gli ebrei di Libia potessero trovare aerei e navi disposte ad accoglierli, portando i profughi in Italia? Quali sono i contatti con le autorità italiane a cui ha potuto accedere il Presidente dell’Unione, nel suo sforzo istituzionale in soccorso dei fratelli di Libia? Di fronte ad alcune incongruenze e ai misteri presenti nei verbali delle Giunte dell’Unione, mi sono trovata, come una detective, a ripercorrere il cammino di quei giorni, e alla fine, come ora mostrerò ripercorrendo nuovamente quel percorso insieme a voi, mi è sembrato di poter proiettare un po’ di luce sul buco nero della vicenda.
Vediamo, innanzitutto, quello che è successo già all’inizio di giugno 1967, quando la situazione in Medio Oriente si stava facendo drammatica. Nel verbale della Giunta del 4 giugno 1967 si fa riferimento a un telegramma inviato dall’Unione al Ministro degli Esteri, il democristiano Amintore Fanfani, per richiamare l’attenzione sulla difficilissima situazione degli ebrei nei paesi arabi. Ne derivò un incontro, però, non con il Ministro stesso, ma con il Sottosegretario agli Esteri, il socialista Mario Zagari. «Perché un Sottosegretario?», si domanda giustamente Aurelio Ascoli intervistato da Bruno Piperno, nella testimonianza trasmessagli per lettera e-mail nel 2021. «Sergio Piperno Beer,» prosegue Ascoli,
ovviamente, chiedeva udienza ai vertici dei Ministeri e della Presidenza della Repubblica. Ma veniva ricevuto da un Sottosegretario. Eppure, l’intero Consiglio dell’Unione era stato ricevuto al Quirinale in pompa magna dal Presidente Saragat. Perché questa derubricazione quando si trattava di essere operativi?[29]
Questo interrogativo manifesta il limite di una risposta ministeriale che aveva permesso al Presidente dell’Unione di incontrare solo il Sottosegretario agli Esteri Zagari e non il Ministro degli Esteri Fanfani in persona. È alla luce di questa domanda che rileggiamo il verbale della Giunta dell’Unione del già citato 18 giugno 1967, proseguendone la lettura. Questo è il verbale redatto nella fase drammatica in cui non si era ancora sbloccata la strada verso l’Italia degli ebrei di Libia e a proposito del quale Bruno Piperno Beer aveva segnalato la cripticità del linguaggio. In questo verbale viene specificato – si notino le precise parole che seguono, da me evidenziate in corsivo – che la Giunta «dà mandato al Presidente di potenziare ogni possibile intervento da parte delle Autorità Governative Italiane e degli organismi mondiali». Chiedendo di «potenziare» ogni possibile intervento presso le Autorità di Governo nazionali e internazionali, si chiedeva, cioè, di salire di grado nei contatti. Subito dopo, però, viene aggiunta l’imposizione del silenzio sulla notizia: «La pubblicazione di quest’ultima delibera e dei conseguenti interventi rimane subordinata ai fini da raggiungere, a evitare che la necessaria riservatezza delle azioni ne possa risultare pregiudicata».
È a questo punto, e in questo clima di angoscia e di necessità di interventi ad altissimo livello, quali non si era riusciti a ottenere in precedenza, ma da condursi, come scritto, con la «massima riservatezza», che si inserisce nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1967 la telefonata di Astorre Mayer ad Amedeo Mortara, cui segue al mattino del 21 giugno la telefonata di Amedeo al cugino Alberto, e infine, nella stessa mattinata, la telefonata di Alberto Mortara al Ministro della Difesa, il socialdemocratico Roberto Tremelloni, in cui viene fissato l’appuntamento urgentissimo per il giorno dopo. Il 22 giugno 1967 a Roma avviene il colloquio riservatissimo di Sergio Piperno, Presidente dell’Unione, e Amedeo Mortara con il Ministro della Difesa in persona.
L’esodo di massa degli ebrei dalla Libia inizia esattamente una settimana dopo. I voli speciali che portano all’arrivo dei primi profughi ebrei dalla Libia iniziano, infatti, nella notte del 29 giugno 1967. Lo apprendiamo dal successivo verbale di Giunta dell’Unione, del 16 luglio 1967, ove si legge: «Il Presidente dr. Piperno fa una dettagliata relazione sui principali avvenimenti dopo la seduta del 18 giugno ed in particolare sulla situazione creatasi a seguito dell’arrivo dei profughi dalla Libia dopo i voli speciali iniziati nella notte del 29 giugno».[30] La relazione che segue, definita come «dettagliata», cita genericamente i contatti con il Ministero degli Esteri e il Ministero degli Interni, ma omette del tutto di parlare del colloquio avuto con il Ministro della Difesa in persona. La totale omissione nel verbale di Giunta di qualunque riferimento all’avvenuto colloquio con il Ministro della Difesa è, in verità, sconcertante. Ma si spiega alla luce di quanto scritto nel precedente verbale.
La «massima riservatezza», evidentemente, imponeva che quel contatto non venisse registrato. Rivelare che l’Italia forniva navi e aerei per la fuga degli ebrei perseguitati con l’appoggio del suo Ministro della Difesa poteva essere pericoloso. Meglio agire, ma, come richiesto dalle stesse Autorità dei vari governi coinvolti nell’operazione umanitaria (lo sappiamo da un documento del World Jewish Congress del 30 giugno 1967),[31] meglio non divulgare come, e tramite quali autorizzazioni, questa operazione era stata resa possibile.
Questa è, dunque, la sequenza cronologica dei fatti, quale ho potuto ricostruire sulla base del confronto tra le fonti famigliari in nostro possesso e quelle già note dell’allora UCII, ora UCEI, e questo è l’inserimento di un tassello mancante, forse risolutivo, nella storia dell’esodo forzato degli ebrei dalla Libia verso l’Italia, nella drammatica estate del 1967. Molto rimane ancora da esplorare, accedendo ad esempio alle fonti di archivio del Ministero della Difesa e a quelle personali di Roberto Tremelloni. Mi sembra però importante aver aperto una nuova via di ricerca, aver aggiunto un tassello di informazioni nella ricostruzione di una epopea, quale quella del salvataggio degli ebrei dalla Libia al tempo della Guerra dei Sei Giorni: un salvataggio a cui Alberto Mortara ha cercato di dare il suo contributo, uno dei tanti da lui dati nella sua vita, facendolo con la riservatezza e la modestia che erano tipiche della sua persona.
Uscito in “La Rassegna Mensile di Israel”, vol. 89, n.1-2-3 gennaio-dicembre 2023 [giugno 2025], pp. 241-263
di Elèna Mortara
[1] L’incontro di studi su Alberto Mortara ‒ Alberto Mortara. L’antifascismo, l’economia, il cinema ‒ svoltosi l’8 maggio 2024 presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma, è stato promosso dalla Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane-FIAP, la Fondazione AEM, la Fondazione Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea-ISEC, la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea-CDEC, e la Scuola di Specializzazione in Beni Archivistici e Librari della Sapienza Università di Roma. L’incontro era suddiviso in quattro sezioni: 1) L’antifascismo, il Partito d’Azione e le radici ebraiche, 2) L’economia, 3) Il cinema, 4) I ricordi. L’occasione è stata la presentazione del libro dedicato ad Alberto Mortara, per il quale vedasi la nota successiva. Al convegno, introdotto da Bianca Cimiotta Lami e Luca Aniasi, e le cui diverse sezioni sono state coordinate da Alberto Martinelli, Giovanni Paoloni e Francesca Sofia, hanno partecipato con interventi: nella I sezione, Andrea Ricciardi, Valdo Spini, Andrea Becherucci, Elèna Mortara; nella II sezione, Giorgio Bigatti, Angelo Guerraggio, Carlo Andrea Mortara; nella III sezione, Giulio Bursi, Emiliano Morreale; nella sezione dei Ricordi, Edith Bruck, Carlo Spagnolo, Gadi Luzzatto Voghera, Paolo Savona.
[2] Giulio Bursi e Fabrizio Trisoglio (a cura di), Alberto Mortara. L’antifascismo, l’economia, il cinema, Milano-Udine, Mimesis 2023. Per la citazione, cf. retro di copertina e Introduzione di Alberto Martinelli, Ivi, p. 11.
[3] Elèna Mortara Di Veroli, I Mortara e i Pincherle-Rosselli: storie di famiglia, in G. Bursi e F. Trisoglio (a cura di), Alberto Mortara, cit., pp. 31-45. Per informazioni sul contesto in cui si è formato Alberto Mortara, vedasi anche, nello stesso volume, il saggio di Carlo Andrea Mortara, Alberto Mortara attraverso le lettere ricevute (dal 1919 al 1945), in Ivi, pp. 169-204.
[4] Il titolo del mio intervento all’incontro di Roma, Alberto Mortara. L’antifascismo, l’economia, il cinema, cit., dell’8 maggio 2024, era: Elèna Mortara, L’impegno nel CDEC e per la Venezia ebraica, l’intervento per gli ebrei di Libia.
[5] Sul Convegno di Livorno e l’intervento di Nello Rosselli, cfr. Giuseppe Laras, Yoseph Colombo, Giorgio Romano e Augusto Joel Levi, Si è commemorato a Livorno il Convegno del 1924, «La Rassegna Mensile di Israel», terza serie XLI, 1 (1975), pp. 3-15; Aldo Astrologo e Francesco del Canuto, Livorno 1924: una rivoluzione in seno all’ebraismo italiano, Ivi, terza serie XLI, 7/8 (1975), pp. 339-347; e Anna Foa, …ebreo, «Moked» 12.6 (2017), https://moked.it/blog/2017/06/12/ebreo-2/, da cui è tratta la citazione del discorso. Per l’emozione suscitata dall’intervento di Nello Rosselli, cfr. G. Laras, Si è commemorato, cit., p. 7: «Il momento culminante e più emozionante del Convegno si ebbe allorché prese la parola Nello Rosselli».
[6] Cfr. lettera del 6 agosto 1937 di Amelia Pincherle Rosselli ad Alberto Mortara, in cui, da Amphion in Savoia, all’indomani dell’assassinio dei figli, Amelia dice di Nello: «Egli ti voleva bene come a un fratello minore, ti seguiva con tanto amore, lo sai, e tanto scrupolo in ogni circostanza della tua vita, gli destavi un interesse così vivo e così profondo e costante», poi rievocando i momenti in cui Nello e Alberto erano «sprofondati» in una delle loro «care interminabili conversazioni piene di intimità». Lettera, ora depositata nel fondo Alberto Mortara, presso l’Archivio della Fondazione ISEC – Istituto per la storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni (Milano), cit. da E. Mortara Di Veroli, I Mortara e i Pincherle-Rosselli, cit., p. 37 e, nello stesso volume, da C. A. Mortara, Alberto Mortara attraverso le lettere ricevute, cit., p. 173.
[7] Amelia Pincherle, sposata Rosselli, era sorella minore della nonna materna di Alberto, Anna Pincherle.
[8] Le corrispondenze di Alberto Mortara con la rivista «Famiglia Cristiana» e con Mariagrazia Cucco sono depositate nel Fondo Mortara presso l’Archivio della Fondazione ISEC – Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea di Sesto San Giovanni (Milano). Questi gli articoli di «Famiglia Cristiana» citati sopra: m.g.c., Un battesimo nella storia: il caso Mortara, «Famiglia Cristiana» XLIX, 9 (4.3.1979), p. 71; e Mariagrazia Cucco, Rievochiamo il clamoroso “caso Mortara”. Quel piccolo ebreo “rapito” un secolo fa, Ivi, XLIX, 38 (30.9.1979), pp. 64-66, 69-70. Questo articolo è reperibile anche online, nel sito della Biblioteca comunale Archiginnasio di Bologna: http://badigit.comune.bologna.it/mostre/mortara/Famiglia_Cristiana_79.pdf.
[9] Cfr. Elèna Mortara, Beati e Soprusi, lettera nella rubrica delle lettere «Forum», «L’Espresso» 20.1 (2000), p. 19 (primo di una lunga serie di interviste e interventi); e Elèna Mortara, Writing for Justice: Victor Séjour, the Kidnapping of Edgardo Mortara, and the Age of Transatlantic Emancipations, Hanover, N.H, Dartmouth College Press, 2015, vincitore del premio europeo, American Studies Network Book Prize 2016.
[10] Alberto Mortara, In attesa di miracoli. Gli ebrei in Italia dal 1938 al 1940, in 1938. Le leggi contro gli ebrei, n. monografico di «La Rassegna mensile di Israel» LIV, 1-2 (1988), pp. 37-47.
[11] Alberto Cavaglion, L’ebraismo tra storia e paesaggio, in G. Bursi e F. Travaglio (a cura di), Alberto Mortara, cit., pp. 63-74. Le citazioni sono alle pp. 65, 66.
[12] A. Mortara, In attesa di miracoli, cit., p. 47: «Finalmente si era arrivati al momento della lotta, al momento in cui l’opera di ciascuno poteva avere un senso e portare un contributo, per piccolo che fosse, alla decisione finale. Finalmente si poteva puntare sull’alleanza di tutte le diversità minoritarie, non solo politiche, ma anche di classe, di razza o di religione. Finalmente si sarebbe combattuto insieme in unità di intenti, ebrei e non ebrei, nella speranza di un miracolo: la vittoria degli Alleati o, se si vuole, la sconfitta dell’Asse. // E quel miracolo si compì.» Sono parole in cui si sente «il grande orgoglio della partecipazione alla Resistenza», come notato dall’anonimo autore di Alberto Mortara, una storia di valori, «Moked» 24.9 (2021), https://moked.it/blog/2021/11/24/alberto-mortara-una-storia-di-valori/.
[13] Francesca Sofia, intervento al convegno di Roma su Alberto Mortara, 8 maggio 2024, registrato da Radio Radicale, cfr. radioradicale.it/scheda/727567/incontro-di-studio-sul-libro-curato-da-giulio-bursi-e-fabrizio-trisoglio-alberto, cliccando sul nome di Francesca Sofia.
[14] Ibidem.
[15] Su Alberto Mortara e il cinema, cfr. l’approfondito saggio di Giulio Bursi, Alberto Mortara produttore cinematografico. Dal film d’arte al grande cinema, in G. Bursi e F. Trisoglio (a cura di), Alberto Mortara, cit., pp. 97-120.
[16] Cfr. Edith Bruck, intervento al convegno su Alberto Mortara dell’8 maggio 2024, registrato da Radio Radicale, cfr. radioradicale.it/scheda/727567/incontro-di-studio-sul-libro-curato-da-giulio-bursi-e-fabrizio-trisoglio-alberto, cliccando sul nome di Edith Bruck. In questo intervento, la scrittrice amplia quanto da lei già raccontato in forma più succinta nel suo testo, a firma Edith Bruck Risi, Ricordo, in G. Bursi e F. Trisoglio (a cura di), Alberto Mortara, cit., p. 167.
[17] Nel 2021, in occasione della morte di Nino Castelnuovo, ho segnalato la sua partecipazione a questo film e la mancanza di riferimenti ad esso nei commossi necrologi di quei giorni. Cfr. Elèna Mortara, Nino Castelnuovo (1936-2021), «Moked» 9.9 (2021), https://moked.it/blog/2021/09/09/nino-castelnuovo-1936-2021/. Questo l’incipit dell’articolo: «In questo momento di addio a Nino Castelnuovo, vorrei ricordare anche un bel film troppo poco noto, e finora mai citato nelle prime commemorazioni giornalistiche dell’attore apparse sui quotidiani italiani, basato su un romanzo di Edith Bruck e diretto da Nelo Risi, interpretato da Castelnuovo nelle vesti di co-protagonista […]. Si tratta di Andremo in città (1966)». Il film precede di un anno quello che renderà Castelnuovo noto a milioni di spettatori quale protagonista nel ruolo di Renzo, nello sceneggiato televisivo dei Promessi Sposi, del 1967, diretto da Sandro Bolchi.
[18] Cfr. Fondo Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia. Presidenza Alberto Mortara, attualmente presso la Biblioteca archivio Renato Maestro di Venezia, che conserva il patrimonio librario e documentario della Comunità Ebraica di Venezia. Sono reperibili online, nel Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA): la voce Mortara Alberto (reperibile cliccando «Mortara Alberto + SIUSA»), che illustra la figura di Mortara e sintetizza i progetti del Comitato sotto la sua Presidenza (incluso quello, non realizzato, di «promuovere la nascita di una fondazione intitolata Centro superiore di cultura ebraica, che avesse come scopo la valorizzazione e la divulgazione della cultura storico artistica della presenza ebraica veneziana, con la costituzione di un archivio di fonti, originali e microfilmate, di un archivio musicale, di collezioni di manoscritti e di manufatti e con la sponsorizzazione di studi e pubblicazioni»); e, sempre in SIUSA, una voce, con varie articolazioni, Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia. Presidenza Alberto Mortara, che descrive e fa la storia del Fondo, ora depositato presso la Comunità Ebraica di Venezia, Biblioteca Archivio Renato Maestro. Cfr. inoltre il Fondo Alberto Mortara presso l’Archivio della Fondazione ISEC – Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea di Sesto San Giovanni (Milano).
[19] Cfr. Cesare Vivante, Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia, online nel sito «Insula», https://www.insula.it/images/pdf/resource/quadernipdf/Q13-18.pdf.
[20] Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia, La Comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero, ricerca a cura di Aldo Luzzatto, edizione a cura di Bernardo Crippa, Alessandra Veronese e Cesare Vivante, Premessa di Primo Levi, Introd. di Alberto Mortara, Tomi I e II, Milano, Il Polifilo 2000.
[21] Cfr. il fascicolo sul film sul Ghetto di Venezia nel Fondo Alberto Mortara presso l’Archivio della Fondazione ISEC, contenente la ricca corrispondenza di A. Mortara con i suddetti autori, a partire da una lettera di Mortara a Cristina Comencini del 07.1.1986 fino a una lettera di Nadia Werba a Mortara del 23.12.1989, e contenente anche il “Treatment” del film a firma Hugh Fleetwood. Julian Zimet era il marito della sorella di Primo Levi, Anna Maria.
[22] Cfr. testimonianza orale di Paola Mortara.
[23] Menachem Emanuele Artom (a cura di), Machazor di rito italiano secondo gli usi di tutte le Comunità, vol. 1 (Giorni feriali, Sabato, Ricorrenze minori, Digiuni), Roma, Carucci 1990, p. 469 («Musaf del sabato»).
[24] Amedeo Mortara (1922-2013) era figlio di Roberto Mortara (fratello del padre di Alberto Mortara, Vittorio Mortara) e di Marianna Donati; era fratello minore di Carla, Lidia ed Eugenio Mortara; sposato con Luisella Ottolenghi e padre di Raffaella Mortara. Per molti anni fu membro del Consiglio della Comunità Ebraica di Milano, ricoprendo anche la carica di vicepresidente. Nella casa milanese di Roberto e Marianna, e poi in quella di Amedeo e Luisella, celebravamo, finché loro furono in vita, tutte le più importanti festività ebraiche in grandi riunioni famigliari; questa tradizione è ora mandata avanti a Milano nella casa di nostra sorella Paola Mortara.
[25] Nel giugno 1967, Presidente della Comunità Israelitica di Milano era Guido Jarach, succeduto ad Astorre Mayer dall’estate 1966, mentre dalla stessa data Amedeo Mortara era stato eletto Presidente della Loggia del Benè Berith di Milano. Per entrambe le notizie, cfr. «Bollettino della Comunità Israelitica di Milano», XXI, 11 (1966). Ringrazio Nanette Hayon, già Responsabile della Biblioteca della Fondazione CDEC, e Alessandra Borgese, attuale Responsabile della stessa Biblioteca, per avermi fornito accesso a queste informazioni.
[26] Solo questa prima frase è scritta con penna di inchiostro nero, come se l’interrogativo allarmato sulla situazione fosse stato appuntato a inizio giornata, mentre il resto del testo, redatto con penna a inchiostro blu, è stato evidentemente scritto tutto insieme a fine giornata.
[27] Le agendine annuali giornaliere sono presenti nella parte di Archivio di famiglia Alberto Mortara, attualmente ancora in nostro possesso. Le agendine vanno distinte dai piccoli taccuini tascabili a fogli mobili, con copertina in pelle, ove Alberto soleva annotare informazioni varie, di cui ha parlato Francesca Sofia nel suo intervento al convegno su Alberto Mortara dell’8 maggio 2024 alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.
[28] Bruno Piperno Beer, Ebrei di Libia, l’esodo forzato e il ricordo di un protagonista, «Moked» 17.3 (2022).https://moked.it/blog/2022/03/17/ebrei-di-libia-lesodo-forzato-e-il-ricordo-di-un-protagonista/.
[29] Testimonianza via e-mail di Aurelio Ascoli, cit. in B. Piperno Beer, Ebrei di Libia, cit.: «Nell’estate del 2021 ho mandato al Prof. Ascoli le copie dei verbali e il Prof. Ascoli ha gentilmente risposto. Di seguito riporto un estratto della sua e-mail».
[30] Alcune famiglie ebraiche erano riuscite a fuggire da Tripoli già alcuni giorni prima, come testimoniato da Yoram Ortona in una intervista a Mirella Serri, Noi che sfuggimmo al pogrom non all’oblio, «il Venerdì di Repubblica» n. 1897, 26.7 (2024), p. 98: «“Fu un massacro a cui la mia famiglia sfuggì e che oggi è finito nell’oblio”, osserva Ortona che riuscì a salvarsi salendo il 17 giugno su un Caravelle dell’Alitalia». Ma si trattò di fortunati casi isolati, e non dei voli speciali iniziati nella notte del 29 giugno.
[31] Cfr. lettera del 30 giugno 1967 di Gerhard Riegner, Segretario Generale del World Jewish Congress a Ginevra, indirizzata a tutte le organizzazioni del WJC, in cui si legge: «Most of the governments and humanitarian agencies asked for utmost discretion with regard to their humanitarian endeavors»; lettera cit. in B. Piperno Beer, Ebrei di Libia, cit., e presente negli archivi dell’UCEI.

Foto n. 1 – Alberto Mortara (Venezia 1909 – Milano 1990).

Foto n. 2 – Nozze di Alberto Mortara e Lisa Feldstein, Milano, dicembre 1942.

Foto n. 3 – Roberto Tremelloni e Alberto Mortara alla cerimonia della Targa d’oro Ciriec, aprile 1973.

Foto n. 4 – Dedica ad Alberto Mortara di Geraldine Chaplin, protagonista del film Andremo in città (1996).

Foto n. 5 – Mario Rigo, Sindaco di Venezia (1975-85), a nome della città ringrazia il Presidente del Comitato per il Centro Storico Ebraico di Venezia, Alberto Mortara.

