Mentre il Governo di estrema destra presieduto da Giorgia Meloni domina la scena in Italia, poco contrastato da un’opposizione divisa e solo a tratti incisiva, dedicare attenzione alla storia della sinistra nell’Italia repubblicana aiuta non solo ad approfondire il passato, ma anche a riflettere su almeno alcune delle difficoltà del presente. Come spesso accade, un libro può aiutare a orientarsi sperando che i suoi contenuti possano arrivare anche ai giovani, per lo più alieni (e non certo per responsabilità ascrivibili a loro) dal possedere una coscienza delle radici del presente. Ciò non stupisce, considerando che i cosiddetti adulti hanno sostanzialmente abbandonato ogni speranza di sviluppare un confronto serio con i giovani, che dovrebbero costituire il fulcro del futuro e che, nella grande maggioranza dei casi, appaiono schiacciati dalle paure e da una complessiva “perdita di senso”, ormai da tempo elemento caratterizzante della società, non solo in Italia.

Il volume a cui si fa riferimento, scritto da Gianluca Scroccu e Anna Tonelli e intitolato La sinistra nell’Italia repubblicana. Dalla Resistenza al campo largo (Carocci, Roma 2023), è stato ultimato nel 2022 ma, guardando al suo contenuto, è attualissimo per varie ragioni. Gli autori, senza alcuna pretesa di esaustività, si sono concentrati sui due principali partiti operai (PCI e PSI) per quanto concerne la cosiddetta Prima Repubblica, pur non ignorando il PSDI e gli «ambienti laico-progressisti sino ai radicali, con un accenno alle forze e ai gruppi dell’estrema sinistra e ai movimenti extraparlamentari» (p. 10). Altri “pezzi” di una sinistra multiforme (a cominciare dai sindacati) non sono stati analizzati a fondo né, come chiarito dagli autori sempre nell’introduzione, è stato sviluppato un «confronto con le altre sinistre europee». Un’analisi più ampia e articolata non sarebbe stata coerente, secondo le parole di Scroccu e Tonelli, con «l’obiettivo di formare una mappa ragionata ed essenziale con cui potersi orientare» (p. 12).

Un aspetto di particolare interesse del volume risiede nella sua struttura che, pur seguendo la vicenda repubblicana nel suo naturale dispiegarsi, cioè cronologicamente, partendo da un breve capitolo sulla Resistenza, la Liberazione e la rinascita dei partiti di sinistra, lega ai vari periodi Parole, Voci e Immagini. Dunque le stagioni del paese, ovviamente viste da sinistra, sono descritte non soltanto dal “classico” punto di vista storiografico, ma anche attraverso testi di canzoni, discorsi di attori protagonisti della politica, brani di scritti autobiografici, riferimenti a titoli e trame di film che, in modo non meno efficace di un saggio, restituiscono appieno l’atmosfera di un’epoca: speranze, entusiasmi, battaglie per i diritti e la libertà, successi ma anche tragiche illusioni, sconfitte e lacerazioni profonde.

Il volume, caratterizzato da un apparato di note “leggero” che accompagna i 13 capitoli (pp. 207-223) e da una bibliografia finale (pp. 225-228), si configura come uno spaccato, molto sintetico ma efficace, della nostra storia. Anche grazie a una scrittura fluida, il libro rappresenta non soltanto un’opportunità di apprendimento per i giovani, ma anche un utile “ripasso” (sarebbe meglio dire un’occasione di risveglio) per i meno giovani che, come già accennato, sembrano assopiti e schiacciati sul presente, come se avessero perso la coscienza del tempo e della sua multidimensionalità, un elemento senza il quale non è possibile elaborare alcuna forma di riflessione costruttiva. In assenza della capacità di riflettere, l’approfondimento lascia sempre spazio agli slogan vuoti e alle urla isteriche, perfettamente coerenti con i “dibattiti” animati dagli odiatori del web (gli haters), insieme inutili e profondamente nocivi per lo sviluppo della persona e per la tenuta del tessuto connettivo di una società sempre più frammentata, che aspira a essere democratica.

Tra gli aspetti più interessanti del volume, vi è il tentativo di riflettere sulle stagioni più vecchie della Repubblica anche attraverso canzoni e altri linguaggi “recenti”, come Il rap della Costituzione (2016) del gruppo Assalti frontali (p. 39). Più spesso, opportunamente, si ritorna tuttavia su brani e film “classici”, che hanno rappresentato con grande efficacia lo spirito del tempo. Tra gli altri, La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri (p. 96), una delle più efficaci rappresentazioni del clima della grande fabbrica, che fa da sfondo alla vicenda dell’operaio Ludovico Massa interpretato da Gian Maria Volonté e La famiglia (1987) di Ettore Scola (p. 123), affresco di una famiglia borghese tra passato e presente. E ancora Palombella Rossa (1989) di Nanni Moretti (p. 141), poetica rappresentazione dello spaesamento dei comunisti italiani in vista del crollo dell’URSS e del cambio del nome del PCI in PDS; Qualcuno era comunista (1992) e Destra-sinistra (1994) di Giorgio Gaber (pp. 155-157) capace, come pochi altri artisti, di inquadrare le grandi speranze di rinnovamento politico-culturale che, in corrispondenza della fine della cosiddetta Prima Repubblica, si tramutarono in cocenti delusioni e aprirono le porte a un’epoca, nel complesso, povera di slanci ideali.

di Andrea Ricciardi

 

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