Nel recente studio di Fiorella Imprenti è presente l’idea del legame tra generazioni, che rimanda a Gian Domenico Romagnosi e a Carlo Cattaneo, che ha scritto della «associazione delli avi ai posteri, dei maestri agli allievi, e la perpetua successione nell’immortale opera del sapere». L’unione spirituale con gli avi è sentita fortemente da Bianca Ceva che, in una lettera ai genitori già morti nel centesimo anno dalla loro nascita, scrive di avere raccolto la testimonianza della famiglia «come una fonte sacra a cui attingere il coraggio e l’amore per la vita».
È un libro che colpisce al cuore per la commossa partecipazione che suscitano gli ingiusti patimenti subiti da una famiglia in lotta controcorrente nella storia, anche e persino dopo la Liberazione. Sdegno e riprovazione suscita il fatto che le tre donne protagoniste della ricerca vengano sorpassate nelle attribuzioni di cattedre da coloro che, proni al regime, avevano mantenuto gli incarichi di insegnamento mentre loro, private dal regime di docenze già acquisite, resistenti e combattenti per la libertà d’Italia abbiano faticato per essere reintegrate nei loro incarichi, fatta eccezione per l’immediato intervento di Antonio Basso come Provveditore nell’immediato dopoguerra.
Nell’introduzione sono chiaramente esplicitati i propositi di ricerca e di narrazione, innanzitutto quello di scrivere la biografia di un nucleo famigliare che, pensando alle parole di Aldo Boneschi, ha la peculiarità di identificarsi con un nucleo politico. Prendendo le mosse dai capostipiti Ceva, postrisorgimentali, si tracciano i profili dei protagonisti con il loro “retroterra culturale” e le “reti di relazioni”. La ricerca storica, nell’indagare radici e ambiente, nell’addentrarsi nei tempi ripercorsi, è svolta con intelligenza e sagacia e fornisce al lettore una messe di dati utili per la conoscenza dei fatti.
Sullo sfondo si vede l’ascendenza mazziniana del nucleo, che proviene dal grande formatore di coscienze politiche e civili del periodo risorgimentale, permea l’educazione della famiglia. Le donne sentono il desiderio di emancipazione e di elevazione attraverso gli studi, sentono il dovere di rispondere alle aspettative dei genitori e aspirano alla piena cittadinanza politica e civile. Di Bianca si rileva, in sintesi, la formazione repubblicana e l’orizzonte democratico.
Nel libro c’è dunque la storia di un’educazione familiare e di una formazione scolastica fornita dalle istituzioni educative pubbliche, licei e università, dove il gruppo Ceva e Valla incontra ottimi professori. Nell’ambiente torinese Elena Valla trova anche affinità ideali e inserimento nel gruppo intorno ai Gobetti.
I propositi di emancipazione delle donne si scontrano con il maschilismo statale e il conservatorismo familiare. Emblematica è anche la vicenda personale di Adele, costretta a rinunciare a una storia d’amore contrastata dalla famiglia di lui perché era troppo emancipata e acculturata. Anche questo un atto di violenza maschilista.
Il fascismo arriva, Umberto si lamenta di «questo vergognoso e nauseante periodo della vita italiana, la politica deve ad ogni costo infiltrare dappertutto», egli soffre perché vive «nel cretinaio che mi circonda». Costruisce la sua rivolta con le armi della cultura, a Pavia con Piero Malcovati fonda l’Unione goliardica per la libertà, cerca di salvare il Circolo Filologico a Milano come spazio di libertà, in quest’ottica il richiamo di Umberto Gallarati Scotti alla cultura libera aveva un significato «implicitamente antifascista». Nel 1924 Umberto sostiene la proposta di una conferenza di Miguel de Unamuno, critico del dittatore Primo de Rivera. Presagio di quell’appoggio alla Spagna antifranchista che si svilupperà dal 1936.
Sull’educazione dei figli si concentra il pensiero dei futuri coniugi Elena e Umberto: discutono del patrimonio morale da trasmettere loro. Si legge: «entrambi guardavano infatti alla dimensione intellettuale e spirituale come momento privilegiato di espressione di sé e della propria coppia» e, persino nel periodo della carcerazione, Umberto pensa all’educazione dei piccoli favorendo, stimolando suggerimenti alla moglie. Umberto, però, diventerà ben presto per i suoi figli il “papà di carta” nella fotografia.
Il 1930 è l’anno terribile in cui si consuma la tragedia di Umberto e comincia quella di chi resta a lottare e, per consegna dello stesso Umberto, a perdonare. Un pregio del lavoro è quello di avere inserito il tragico epilogo della vita di Umberto come tassello della storia eroica di questa famiglia. Così, se possibile, ancora più forte è la reazione e la condanna della perfidia dal potere che lo aveva indotto a togliersi la vita.
In questa storia di formazione c’è anche l’influenza delle letture infantili del piccolo gruppo che corrispondeva con la rubrica tenuta da Paola Lombroso, con il nom de plume di zia Mariù, sul Corriere dei Piccoli, ritrovando poi alcuni di questi antifascisti tra coloro che contribuirono al successo dell’impresa di espatrio di Turati nel 1926.
È dunque una storia di reti di amicizie della famiglia, tra queste ci sono stati i miei genitori e i miei zii Carla e Aldo, che sono stati ricordati.
Sono tanti i punti d’incontro tra di loro. Mario, giovane liceale, frequentava il Circolo filologico, nella biblioteca si istruiva e scriveva recensioni per la Rassegna di Coltura. Per la sua collaborazione alla rivista Pietre, nel 1928 fu arrestato durante la vasta retata contro l’antifascismo seguita all’attentato con bombe in Piazza Giulio Cesare. Anche Aldo subì l’arresto il 5 novembre 1930, prelevato nello studio dell’avvocato Cesare Covi presso il quale lavorava.
Mario condivise con Bianca un periodo di militanza nel PRI, dove svolse attività progettuale politica nella direzione nazionale del partito e fu conferenziere e formatore con lezioni di storia e di educazione civica agli studenti insieme all’amico Tramarollo. Anche nel CNPDS Mario si ritrovò con Bianca, i primi germi di questo benemerito centro avevano avuto origine proprio dall’iniziativa di un gruppo di avvocati e magistrati che, già nel 1944, pensavano a come ricostruire la giustizia e scrivevano su di un bollettino clandestino.
Quel cenno alle amicizie che vanno e a quelle che vengono ricordano la stessa esperienza vissuta dai Boneschi per l’arresto di Mario nel 1928 e per quello di Aldo nel 1930. Pochi i solidali. Gli altri giudicano, condannano e prudentemente si allontanano.
di Barbara Boneschi

