Vi sono anniversari sostanzialmente ignorati ma che, guardando alle fondamenta della nostra storia, sono centrali per capire alcune delle sue più significative cesure. È il caso della caduta del Governo Parri, avvenuta 80 anni fa e, precisamente, il 24 novembre 1945. Quel governo di coalizione era il primo dopo la Liberazione e si era costituito solo sei mesi prima, in un contesto politico-istituzionale molto difficile da decifrare quando il II Governo Bonomi (insediatosi a Roma nel dicembre del 1944) versava ormai in una crisi profonda e irreversibile. Bonomi aveva deciso la convocazione di una Consulta Nazionale che, pur composta da membri nominati tra le personalità politiche dell’Italia prefascista e degli antifascisti che stavano animando i Comitati di Liberazione Nazionale e la Resistenza, era destinata solo a esprimere pareri sull’azione legislativa del governo e a svolgere un’azione di controllo sull’operato dello stesso esecutivo e della pubblica amministrazione.

Il 25 aprile l’ordine d’insurrezione generale era stato impartito dal CLN Alta Italia (CLNAI) che, su delega del governo di Roma, aveva assunto i pieni poteri civili e militari, che sarebbero stati esercitati dai CLN regionali e provinciali. Si era trattato della definitiva legittimazione di un organismo nato nel gennaio 1944 dal CLN di Milano, che aveva assunto la funzione di governo antifascista del Nord durante la Resistenza con l’assenso del CLN centrale con sede a Roma e del governo degli Alleati, “protettori” del Regno del Sud. Il CLNAI aveva poi stretto ulteriori accordi con gli Alleati e con il Governo Bonomi, fino a decidere l’insurrezione al fianco del Corpo Volontari della Libertà (CVL), la struttura militare di coordinamento generale della Resistenza costituita proprio dal CLNAI e sotto la quale furono unificate le formazioni partigiane di diverso orientamento politico-culturale. Fu dunque dopo la Liberazione che, inevitabilmente, si rese necessaria l’apertura di una nuova stagione politica con la nascita di un governo che fosse espressione diretta della Resistenza, nella sua guida come nella sua composizione. Ma il nuovo esecutivo, guidato appunto da Parri, ebbe una genesi complessa e non durò a lungo.

Il 21 novembre 1945 il PLI ritirò i suoi ministri, accusando l’esecutivo di aver legiferato in maniera «disordinata e incontrollata» e di aver seguito «cattivi criteri amministrativi». Il 24 anche la DC uscì dal governo, non volendo sostenere un esecutivo di cui non facevano parte tutte e sei le forze del CLN (PCI, PD’A, PSIUP, DC, PLI, DL). Si ebbe allora la fine di un sogno, quello della Rivoluzione democratica incentrata sui CLN, gli organismi di base del nuovo Stato, fulcro dell’idea di democrazia portata avanti dal PD’A di Parri, che comunque sostenne il I Governo De Gasperi nonostante l’opposizione di alcuni dirigenti, a cominciare da Valiani che seppe della caduta quando si trovava negli USA dove conobbe di persona Salvemini.

Il PD’A, molto indebolito dalla caduta del governo, durante il congresso del 4-8 febbraio 1946 implose e subì una scissione della sua ala destra, quella liberaldemocratica di La Malfa e dello stesso Parri. A 80 anni dalla caduta del governo della Liberazione, si riflette ancora sulle ragioni della sua debolezza e sull’importanza di quella cesura che, per tutte le anime del PD’A, significò l’inizio della fine di una grande esperienza politica. Non solo perché in quei giorni il PD’A, nato nel giugno 1942 dall’incontro di vari filoni antifascisti (liberaldemocratico, liberalsocialista e giellista), unico partito nuovo nel panorama politico italiano e identificato come “il partito della Resistenza”, si avviò verso un’irreversibile crisi plasticamente rappresentata dal pessimo risultato nelle elezioni del 2 giugno 1946 per l’Assemblea Costituente (1,5%), che consentì l’elezione di soli 7 deputati. Ma anche perché la solitudine di Parri, a capo dei partigiani e figura di assoluto prestigio, fu evidente. Si capì che, con la caduta del suo governo, il tanto evocato rinnovamento radicale del paese e delle sue classi dirigenti, compromesse con il fascismo, avrebbe incontrato enormi difficoltà.

Per Parri, che aveva accettato l’incarico senza entusiasmo ma soprattutto per il senso del dovere che lo aveva sempre caratterizzato, la delusione fu cocente. Il 24 novembre, giorno delle dimissioni, durante una conferenza stampa alla presenza dei rappresentanti del CcLN e del CLNAI, non soltanto difese l’azione del suo governo ma sostenne che, in quel clima (un’atmosfera decadente colta appieno da Carlo Levi ne L’Orologio), si respiravano chiari segnali d’involuzione antidemocratica. Ricordò con decisione che i compiti assegnati all’esecutivo, guardando al piano socio-economico, erano stati tutt’altro che rivoluzionari e che gli Alleati (determinanti nel farlo rilasciare dai nazisti dopo due mesi di prigionia iniziati il 2 gennaio 1945) avevano avuto piena fiducia nel suo operato, conoscendone a fondo le priorità programmatiche e avendo avuto prova della sua affidabilità.

In effetti Parri, quando nacque il suo governo, aveva accettato i termini dei due armistizi del settembre 1943, come dimostrato tra l’altro dallo scambio di lettere con l’ammiraglio Stone, capo della missione alleata in Italia e, dal 1944 al 1947, della Commissione alleata di controllo. Londra e Washington, secondo Parri, semmai erano diffidenti per motivi diversi, avevano cioè «l’impressione che i nostri governi democratici siano una fragile facciata dietro la quale si riorganizzano movimenti di marca e di mentalità fascista. E la nostra crisi viene a dimostrare per essi la scarsa vitalità dell’antifascismo». Poi venne la frase più pesante: «in questa delicatezza di condizioni interne ed esterne non è colpo di Stato il mio tentativo che intendeva salvaguardare gli interessi generali e permanenti del paese; ma se mai è colpo di Stato quello del Partito liberale, che rompe un equilibrio così fragile in un momento così grave».

In realtà, come Parri stesso chiarì poi, il 24 novembre 1945 non vi era stato alcun colpo di Stato. Nel gennaio 1972 scrisse su L’Astrolabio che, «caduto ogni risentimento», si poteva parlare di quel delicato momento «con sereno distacco». Ricordando che Nenni, in quanto leader socialista, non era gradito al Vaticano né a Stone, scrisse che Valiani era stato «il responsabile principale» della sua candidatura, che La Malfa era stato di parere contrario («disse che mi sarei bruciato io, ed avrei bruciato il partito») e ribadì che non si era potuto sottrarre all’impegno per quel «complesso di “doverismo” che mi ha sempre dominato (e fregato)», senza dimenticare in primis la Resistenza, che «aveva profondamente inciso il mio spirito. Portarlo al Viminale mi pareva compito da non poter rifiutare. Portare l’esperienza unitaria della lotta di liberazione mi pareva potesse servire per la guida del ministero che doveva preparare la Costituente ed anche per il Partito d’Azione».

Per la preparazione della Costituente (e della Consulta che si aprì il 25 settembre 1945) i propositi si tradussero in pratica, sul resto le difficoltà e le divisioni interne fin dall’inizio minarono l’efficacia dell’azione di governo. Prima dell’insediamento, Togliatti aveva scritto a Longo spiegando che Parri rappresentava una soluzione di compromesso dopo che Nenni era stato affossato. Senza il Comandante Maurizio, già al vertice del CVL, per Togliatti sarebbe stato impossibile un governo del CLN, con conseguente «danno notevolissimo al paese». Tuttavia la soluzione di compromesso non poteva durare: come disse in un secondo tempo Foa, il PD’A aveva sottovalutato il peso dei tre partiti di massa che, già prima della fine dell’unità antifascista a causa della Guerra fredda, avevano altri obiettivi, diversi tra di loro. Parri e il PD’A volevano più di tutti l’epurazione e una democrazia basata sulla rigenerazione etica del paese, sulla valorizzazione delle “spinte dal basso” e sulle autonomie. Una rivoluzione dai contorni non del tutto definiti, ma ben lontana sia dai desideri della borghesia italiana, del Vaticano e degli Alleati, sia dai sogni palingenetici dei partiti operai che, in realtà, almeno per Nenni e per Togliatti, nel marzo 1944 protagonista della svolta di Salerno che aveva portato tutti i partiti del CLN a sostenere Badoglio, erano già allora irrealizzabili.

Ma i sogni infranti di Parri e degli azionisti, dal novembre del 1945, hanno pesato molto sulla salute dell’Italia democratica e repubblicana, come dimostrano chiaramente le non poche incrostazioni del fascismo giunte fino a oggi.

di Andrea Ricciardi

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