Alla commemorazione del rastrellamento del ghetto di Roma le associazioni partigiane si sono divise. La vicepresidente nazionale della FIAP racconta cosa è successo in piazza e perché la FIAP ha scelto di spostarsi.
Il 16 ottobre ricorreva l’anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma del 1943. È una giornata dolorosa, che chiede rispetto. E, insieme al rispetto, quel raccoglimento interiore che si deve a chi non è tornato… e ai loro familiari, che quella ferita la portano ancora.
Quest’anno, al Portico d’Ottavia, quel raccoglimento è stato difficile da trovare. Io c’ero, con la delegazione della FIAP, e sento il bisogno di raccontare come sono andate le cose. Alcune ricostruzioni hanno letto il nostro gesto in un modo che non corrisponde a quello che abbiamo vissuto.
L’ANPI di Roma si era presentata con il proprio medagliere, accanto alle associazioni invitate, pur sapendo che la sua presenza non era gradita alla Comunità ebraica. Ne sono nate contestazioni, e un clima di tensione che rischiava di compromettere la cerimonia. Dopo lunghi e inutili tentativi di confronto, io e Andrea Di Veroli dell’ANED abbiamo proposto a tutti di fare insieme un passo indietro. Siamo usciti dal centro del Portico d’Ottavia con i nostri medaglieri e ci siamo spostati dietro le transenne di sicurezza, per permettere alla cerimonia di svolgersi.
Con noi c’erano anche i reduci di guerra, con i loro cent’anni e i segni delle battaglie ancora sul corpo. Anche loro hanno dovuto rinunciare al loro posto. Con passi lenti e incerti, sono stati costretti a restare in piedi a lungo. Li guardavo con tenerezza e ammirazione, e con un senso di incomprensione per l’ostinazione dell’ANPI.
Mi sono chiesta come ci si possa sentire eredi della Resistenza senza accorgersi di quegli uomini. Invalidi di guerra, ex militari che hanno combattuto per l’Italia libera, e quindi anche per la libertà di chi oggi porta quel medagliere. Che cosa resta della Resistenza, se non si vede nemmeno chi l’ha pagata sulla propria pelle ed è lì, accanto a noi?
Solo quando tutti hanno lasciato il centro della piazza è arrivato il Sindaco, informato di quanto stava accadendo. E noi abbiamo assistito alla cerimonia da dietro le transenne, per la presa di posizione di una sola componente.
Il nostro non è stato un gesto di solidarietà verso l’ANPI, come qualcuno ha scritto. È stato un gesto di solidarietà verso la Comunità ebraica, che si è trovata in grande difficoltà proprio nel giorno del suo dolore. E un gesto di rispetto verso le vittime.
Mi dispiace doverlo dire, ma quello che è accaduto non nasce dal nulla. I precedenti sono troppi. Penso all’incontro tra l’ANPI nazionale e l’UCEI, da cui era nato un documento davvero equilibrato. Poteva essere la base per un dialogo e per un riavvicinamento tra le parti. Non è andata così, perché l’ANPI di Roma si è opposta e ha rinnegato quel documento. Una parte importante dell’associazione non lo ha condiviso, e questo ha creato una grande spaccatura.
Sono state usate parole dure, difficili da accogliere per una Comunità ebraica che si era sforzata di riaprire. E non era la prima volta. Lo hanno vissuto come un nuovo tradimento. Per questo non mi è sembrato strano che non desiderassero l’ANPI accanto a sé in un momento così importante e delicato della loro storia. È un ricordo che sentono vicino, personale, e molto più doloroso che per noi, che non abbiamo avuto familiari coinvolti.
Quello che mi ha turbata, quel giorno, è stata proprio la scelta di restare nonostante tutto. Se noi della FIAP non siamo graditi in un luogo, per un motivo giusto o sbagliato che sia, io non ci vado. Ascolto le ragioni dell’altro e faccio un passo indietro.
E il 16 ottobre eravamo nel cuore del ghetto, dove furono rastrellati gli ebrei che non sono più tornati. Non eravamo al Quarticciolo o a Forte Bravetta. Eravamo a casa loro, prima di tutto per onorare i loro morti e le loro famiglie.
Questo si chiama rispetto. Si chiama solidarietà. Lo si può chiamare con il nome che si preferisce, ma bisogna averne il linguaggio. Il 16 ottobre, invece, l’ANPI di Roma si è imposta, ben radicata nel proprio senso di giustizia, che a volte non coincide con quello degli altri. E sono anni che si trascina questa incapacità di unità, questa impossibilità di dialogo.
D’altronde, finché il 25 aprile sarà accompagnato da bandiere di Hamas e di Hezbollah, e da chi vuole che Israele sparisca, sarà difficile riconciliarsi. E non solo per la Comunità ebraica: sarà difficile anche per la FIAP sfilare accanto all’ANPI. Su questo non mi risulta che l’ANPI abbia mai preso una posizione netta, chiara e ufficiale, magari con una conferenza stampa. Una posizione che prendesse le distanze da quelle componenti estremiste che inneggiano alla jihad islamica.
Serve un pensiero più alto, più oggettivo, capace di riaprire il dialogo e di liberarsi dalla rabbia e dal rancore. Sono sentimenti che dividono e impediscono qualsiasi confronto.
Porto questa testimonianza con grande dispiacere. Ma c’è una cosa che il 16 ottobre mi ha ricordato con chiarezza.
La memoria non è radicale. La memoria è collettiva. La memoria appartiene prima di tutto a chi l’ha vissuta sulla propria pelle. La memoria non è un’ideologia, e va rispettata quando ce n’è bisogno. A volte rispettarla vuol dire fare un passo indietro.
Per questo vorrei che quanto è accaduto in quella piazza diventasse un’occasione di riflessione per tutti, e non l’ennesimo motivo di scontro. Non dobbiamo rincorrere le radicalizzazioni, da qualunque parte arrivino. Non dobbiamo lasciare che slogan e bandiere prendano il posto delle persone che ricordiamo. Chi ha combattuto per la libertà di questo Paese lo ha fatto anche perché ognuno potesse ascoltare l’altro.
Le associazioni partigiane hanno una storia comune, molto più grande delle divisioni di oggi. Ritrovarla è possibile, ma richiede uno sforzo da parte di tutti: meno certezze urlate, più ascolto.
All’alba del 16 ottobre 1943 più di mille ebrei romani furono strappati alle loro case. Lo dobbiamo a loro.
di Bianca Cimiotta Lami, vicepresidente nazionale della FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane

