Nel rileggere la biografia di Calamandrei, intensa come quella dei veri padri della patria, si rimane di stucco quando si scopre che anche lui, nel 1931, aveva giurato fedeltà al regime fascista. Lo aveva fatto – avrebbe confessato più tardi – per mantenere «il suo posto di combattimento» in università, una decisione che gli avrebbe lasciato «l’animo straziato» per tutta la vita. Una vita, in realtà, consacrata al culto della libertà, della giustizia e della democrazia, un’esistenza che si può considerare fuori dall’ordinario. E per questo vale la pena ricordarla a settant’anni dalla morte, avvenuta a Firenze il 27 settembre 1956 (all’età di 67 anni – era nato nel 1889), soffermandoci in special modo su quella sua idea, sana e confortatrice, da cui nel 1945 sarebbe scaturita una delle riviste più importanti del ’900, grazie ai tanti amici e collaboratori che, nonostante quell’onta per alcuni indelebile, sarebbe riuscito a raccogliere intorno a sé per dare una sferzata al mondo culturale e intellettuale italiano.

Avvocato di grido, giurista e costituzionalista insigne, scrittore intimista (è il caso del suo Inventario della casa di campagna, sconosciuto ai più), oratore formidabile, prolifico autore di saggi sulla scuola, sulla Costituzione, sulla Resistenza e la democrazia, oggi il nome di Piero Calamandrei è soprattutto legato al famoso discorso del 1955 (di cui abbiamo parlato nel numero di dicembre del 2022), diventato negli ultimi anni una specie di proclama acclarato in difesa non solo della nostra carta costituzionale («è la Costituzione più bella del mondo», ha detto anche Roberto Benigni), ma anche dell’Italia repubblicana e dell’Italia antifascista.

Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati; dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.

Nonostante l’azzardo di quel nefasto giuramento, infatti, il suo apporto all’antifascismo non si può dire affatto marginale. Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, entra nel consiglio direttivo del movimento Unione Nazionale, un partito liberale e antifascista fondato da Giovanni Amendola (un altro martire del regime). Nel 1925 sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce e poi comincia a farsi le ossa nel giornalismo collaborando al Non Mollare, la neonata rivista clandestina di Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli, nel cui sottotitolo c’era un messaggio a metà strada tra lo sberleffo e il perentorio:

“Bollettino d’informazioni durante il regime fascista. Chi riceve il bollettino è moralmente impegnato a farlo circolare”.

Alla chiusura della rivista (come altre anche il Non mollare dura poco), Calamandrei riprende l’esercizio dell’avvocatura e si dedica sia all’insegnamento universitario (in quell’ateneo fiorentino al quale era giunto nel 1924, collaborando alla sua fondazione) sia agli studi, che diventano presto capisaldi della giurisdizione italiana (ad esempio, le Linee fondamentali del processo civile inquisitorio oppure La relatività del concetto di azione), fondando anche la collana di “Studi sul processo civile”, che dirigerà fino al 1942. È in quegli anni che la sua fede democratica riappare in tutta la sua evidenza e Calamandrei si rimette in gioco. Esponente di Giustizia e Libertà, aderisce subito al Partito d’Azione (il partito di La Malfa e Valiani, di Parri e Bauer, di Ragghianti e Calogero) e, ben presto, viene inserito nell’elenco dei ricercati dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana. Cosa che lo lascia abbastanza indifferente, anche se preferisce lasciare la sua città e far perdere le sue tracce, passando qualche mese a Colcello, nelle Marche, poi a Treggiaia, nel pisano, e infine a Collicello Umbro. È in questa fase della sua vita che mette nero su bianco le sue riflessioni intorno al concetto di Libertà e legalità (opuscolo ristampato nel 2013 da Laterza).

Se si vuol trovare un campionario delle degenerazioni del sistema della legalità, delle deviazioni escogitate per screditare la legge e per togliere ai cittadini il rispetto della legalità, il regime fascista offre un campionario insuperabile […]. Per vent’anni si è lavorato a distruggere negli italiani il senso della legalità, che nei popoli liberi è la coscienza morale della necessità di obbedire alle leggi qualunque esse siano, perché esse sono un impegno reciproco preso coi propri cittadini di rispettarle […]. In nessun regime le leggi sono state allegramente violate come sotto il fascismo: questa retorica di forza, che ha voluto far credere per vent’anni di aver rafforzato lo Stato, in realtà nascondeva una tale putrefazione delle leggi che a metterci le mani se ne ha un senso di schifo e di disgusto, come di qualcosa che sappia cattivo odore. Mai lo Stato è stato così gabbato come in questi vent’anni; mai come in questi vent’anni di sciagurata diseducazione i cittadini hanno avuto la sensazione che le leggi non erano fatte sul serio, che nessuno doveva prenderle sul serio e che quindi bisognava impegnarsi con tutti i mezzi che si avevano a cercar di violarle e di fare i propri affari per proprio conto.

Dopo la liberazione di Roma e di Firenze, Calamandrei torna nella città natia dove – ricevuta la carica di Rettore – decide di riprendere quell’attività di garante della giustizia che lo farà diventare uno dei padri fondatori della nostra Costituzione, uno di quelli che all’Assemblea Costituente si batterà di più per fare della carta costituzionale la “tavola” di riferimento della nuova democrazia repubblicana contro ogni smarrimento, contro ogni deviazione, contro ogni inerzia. Nelle estenuanti sedute durante i lavori all’Assemblea Costituente, Calamandrei, in rappresentanza del Partito d’Azione, si trova spesso seduto a fianco del “collega” Riccardo Bauer (per strani casi del destino in rappresentanza non del Pd’A ma dell’ANPI, nata a Roma nel 1944), che viene subito reclutato come una delle firme di punta nella sua rivista, come si comprende bene da questa lettera (conservata nel Fondo Riccardo Bauer, all’interno dell’Archivio Storico Umanitaria di Milano), che risale al 9 marzo 1945.

Caro Bauer, già ti espressi il nostro vivissimo desiderio della tua collaborazione al Ponte. Qualunque tuo scritto ci sarebbe gradito. Ma sopra tutto gradiremmo, per una serie di “ritratti di giornali” che abbiamo in animo di pubblicare sui periodici più significativi anteriori al fascismo e precursori della stampa clandestina, un tuo articolo sul Caffè: una decina di pagine sulle origini e il programma ideale, sugli uomini che vi collaborarono, sui problemi trattati, sulle idee che ancora rimangono vive. Spero che non vorrai rifiutarti di rifare per gli amici fiorentini la storia di quella tua «creatura». Rimaniamo in attesa, e con affetto ti salutiamo. Tuo Piero Calamandrei.

Dopo la lunga parentesi del silenzio, dell’ignoranza e della paura che aveva pervaso l’Italia, per uomini come Calamandrei si sente il bisogno insopprimibile di una voce nuova, in linea con quei fogli antifascisti (Rivoluzione liberale a Torino, Il Caffè a Milano, Non mollare a Firenze) che fin dall’inizio della dittatura, pur nella clandestinità, avevano fatto sentire la loro voce, esponendosi contro un sistema liberticida. Naso aquilino, una silhouette che ricorda le opere di Alberto Giacometti, Calamandrei ha un fiuto formidabile. Già nell’aprile del 1945, alla caduta del fascismo, dopo tante divisioni e tanti muri, in lui prende forma l’idea, tanto estemporanea quanto coraggiosa, di mettere insieme una nuova rivista, Il Ponte, che fosse anche una sorta di “cenacolo” intellettuale. Un’impresa comune all’insegna di quei valori – la libertà politica, la giustizia sociale, il costume democratico – che un regime di intolleranza e di violenza aveva preteso di cancellare.

Nel corso degli anni, sotto la direzione di Calamandrei (che ha un factotum di rara maestria in Enzo Enriques Agnoletti, co-fondatore della rivista, suo successore alla direzione scomparso il 7 settembre 1986), Il Ponte non tralascia nulla: riflessioni sulla politica (presto inquinata da nuovi trasformismi), battage culturali, rievocazioni e documenti della vita italiana, divenendo presto la voce di una certa intellighenzia. Il numero dei collaboratori è enorme: da Ferruccio Parri a Riccardo Lombardi, da Carlo Cassola a Leo Valiani, da Arturo Carlo Jemolo a Piero Caleffi, da Aldo Capitini ad Alessandro Galante Garrone. Il Ponte non si lascia imbavagliare, deciso a fare le pulci a quella «Italia scombinata» (definizione di  Salvemini) o a quella «Repubblica nata così tisicuzza che non mi meraviglierei morisse prima dello slattamento» (secondo le corrosive parole di Esto, Ernesto Rossi). Un Paese che, nonostante il risultato delle libere elezioni del 1946 per l’Assemblea Costituente (le prime elezioni libere di un paese da poco uscito dalla guerra civile), era ancora in fieri, con una politica incapace di intervenire tempestivamente e porre rimedio alle tante, troppe, situazioni emergenziali (da Nord a Sud). Una politica che maldestramente (o subdolamente) in pochi anni lascia che un’estrema destra minoritaria (la corona e la fiamma) possa tornare a rialzare la testa, tralasciando le vergogne del vicino passato. Ed ecco, allora, Calamandrei uscire sul Ponte del 7 giugno 1953 con questa epigrafe – tranchant – il cui contenuto risuona ahimè stranamente familiare:

Non rammaricatevi / dai vostri cimiteri di montagna / se giù al piano / nell’aula ove fu giurata la Costituzione / murata col vostro sangue / sono tornati / da remote caligini / i fantasmi della vergogna / Troppo presto li avevamo dimenticati / è bene che siano esposti / in vista su questo palco / perché tutto il popolo / riconosca i loro volti / e si ricordi / che tutto questo fu vero / Chiederanno la parola / avremo tanto da imparare / Manganelli pugnali patiboli / Vent’anni di rapine due anni di carneficine / I briganti sugli scranni i giusti alla tortura / Trieste venduta al tedesco / L’Italia ridotta un rogo / Questo si chiama governare / per far grande la patria.

Non c’è solo un occhio vigile su quello che tracima dall’estrema destra, sul fascismo incombente, che scalpita per riprendersi quello che era suo (e difatti editore e redazione promuovono una serie di numeri monografici che sono ancora da collezione: da quello sulle carceri del 1948 a quello sulla marcia su Roma del 1952). Quello che proprio Calamandrei non ammette e a cui non concede tregua – insomma la sua “bestia nera” – è l’ambiguità, quella sordida propensione all’equivoco, al compromesso, al do ut des, che magari finge di accontentare un po’ tutti (nello stile democristiano), ma alla fine comporta un degrado continuo, una metastasi del tessuto sociale, un disfacimento di quella moralità pubblica, senza la quale la vita politica (a qualunque livello: dai supremi vertici alle più lontane esperienze locali) diventa una giungla, dove è facile finir sbranati per un nonnulla.

Per Calamandrei non ci sono mezzi termini, mezze misure: perché la democrazia non è solo un insieme di regole, di meccanismi giuridico-politici per disciplinare i rapporti fra governanti e governati e per controllare l’esercizio del potere. Per lui (e per gli uomini del Ponte) la democrazia è, anzi, deve diventare un ethos, un costume diffuso, da vivere con responsabilità e consapevolezza da ciascuno di noi, giorno per giorno, perché «democrazia vuol dire mantenere viva la speranza», come ha scritto in uno dei suoi ultimi articoli sul Ponte del maggio 1956.

E dato che la speranza, che vuol dire fiducia e invito al coraggio, non cade dal cielo, ma ha bisogno della costanza di ciascuno di noi, in questo scenario di affarismi, guerre, egoismi e menefreghismi, in questo clima aberrante dove prevalgono un malcostume diffuso, il machiavellismo più deleterio, l’arte malsana dell’intrigo e del sotterfugio, ci piace chiudere questo scritto ripubblicando uno dei suoi primi articoli, quello uscito sul numero 10 de Il Ponte dell’ottobre 1946, quando Calamandrei si inventò un vocabolo, icastico e amaro, che ci deve preoccupare non poco perché – come ammoniva allora – anche «oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi i sintomi di un nuovo disfacimento».

Desistenza

Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza”.
Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà.
Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità.
La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.
Si è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi.
Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”.
Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.
Così ci illudevamo due anni fa, alla vigilia della liberazione. Ma oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi e dentro di noi i sintomi di un nuovo disfacimento.
Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo.
Che tornino in libertà i torturatori e i collaborazionisti e i razziatori, può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo.
No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo “riattaccarsi” con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato.
Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio, come a sentir vecchi motivi di propaganda a cui nessuno più crede.
I partigiani? una forma di banditismo.
I comitati di liberazione? un trucco dell’esarchia, i processi dei generali collaborazionisti si risolvono in trionfi degli imputati.
I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme, care ai lettori borghesi: dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata; e il pubblico si compiace di questi elzeviri ritrovati e non si accorge che questa pace è la conseguenza di quella guerra.
Finita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia.
E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti.
Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.
Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.

 di Claudio A. Colombo

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