Il 12 agosto del 1944, all’alba, tre reparti delle SS appartenenti alla 16° divisione Panzergrenadier, accompagnati da fascisti che ben conoscevano la zona, circondarono l’abitato a Sant’Anna di Stazzema (in provincia di Lucca), dichiarata dai tedeschi zona bianca, cioè in cui era possibile accogliere popolazione sfollata. Un quarto reparto si attestò sopra il paese di Valdicastello, più a valle, per bloccare ai civili ogni via di fuga. Iniziò allora la mattanza, durata circa tre ore, in cui furono massacrate 560 persone, tra cui numerosi bambini. Fu una delle stragi più terrificanti tra quelle perpetrate dai nazifascisti in Italia che, soltanto nel 2007, ha portato alla condanna all’ergastolo di dieci ufficiali delle SS. Una sentenza importante ma tardiva, in realtà simbolica e figlia di un processo istruito negli anni Novanta dopo il clamoroso ritrovamento del cosiddetto armadio della vergogna a Palazzo Cesigaddi, a Roma, che conteneva 695 fascicoli su crimini di guerra compiuti dai nazifascisti e occultati per ragioni politiche connesse con la Guerra fredda.

A 82 anni dall’eccidio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio, ha scritto parole molto chiare: «La Repubblica avverte il dovere di ricordare gli innocenti – donne, anziani, bambini – uccisi senza alcuna pietà a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema, oltraggiando e bruciando i loro corpi, calpestando ogni sentimento di umanità. In questo sacrario civile, come in altri luoghi di dolore, si trovano le radici della Repubblica […]. Un simbolo dell’abisso in cui le guerre possono precipitare, cancellando la dignità dell’uomo, facendo prevalere l’orrore dell’annientamento […]. Fare memoria, oltre che atto di responsabilità, è atto di liberazione che si rinnova. La vittoria sul nazifascismo aprì la strada della rinascita. Ciascuna generazione deve sapere che a ognuna appartiene il rafforzamento e la difesa delle conquiste civili, che non sono acquisite una volta per tutte. I loro presupposti etici, le ragioni di impegno, vanno rinnovati e rinsaldati».

Furono 17 i processi istruiti per le stragi nazifasciste del 1943-1945: oltre mille rogatorie internazionali, un centinaio di nazisti rintracciati e interrogati, 57 ergastoli comminati. Il lavoro è stato portato avanti innanzitutto da Marco De Paolis, procuratore militare presso il tribunale di Roma e autore, tra il 2022 e il 2023, di due volumi (L’uomo che dava la caccia ai nazisti, Mondadori e Caccia ai nazisti, Rizzoli) in cui ha trattato questi eventi e il suo percorso biografico. Si sa che verità storica e verità giudiziaria non sempre coincidono e che la seconda è parte della prima senza poterla sostituire. In questo caso, pur a distanza di più di sessant’anni dagli accadimenti, le indagini e i contorni dei crimini perpetrati sono emersi con maggiore chiarezza fino a dare un nome a diversi criminali di guerra impuniti. E a ricordare l’importanza degli approfondimenti sul passato, che dovrebbero rendere più coscienti i cittadini ed evitare l’ormai consolidata tendenza alla manipolazione della storia per uso politico.

Lo stesso De Paolis, che ha ricordato come fino al 2002 la procura militare non avesse celebrato alcun processo, intervistato lo scorso 30 agosto dal Corriere della Sera (edizione romana), sul significato del suo impegno ha dichiarato di voler «dare giustizia a intere comunità che avevano attese enormi su quei processi, un dovere etico e morale per un dolore ancora vivo. E poi l’affermazione del principio secondo cui il militare non è un automa che esegue qualsiasi ordine ma che gli ordini invece hanno precisi limiti e che è sbagliato non distinguere le singole posizioni in modo superficiale». E ancora: «anche in tempo di guerra gli ordini hanno il limite insuperabile della umanità. Quelle esecuzioni fatte dai nazisti a sangue freddo, non nascevano da ordini legittimi – neppure secondo la classificazione del codice militare tedesco e delle convenzioni internazionali – bensì erano manifestamente criminosi e, come tali, non potevano e non dovevano essere eseguiti. E, infatti, furono tanti che si rifiutarono di eseguirli, lo fecero con pieno titolo e non ne pagarono le conseguenze. Cefalonia è l’esempio più lampante».

Queste parole di De Paolis ci ricordano che la difesa dei nazisti, ufficiali e soldati, operata anche da numerosi fascisti dall’immediato dopoguerra ai giorni nostri («erano ordini e un soldato deve rispettarli»), non è che un vergognoso alibi per giustificare scelte abiette e disumane, che costarono la vita a migliaia di civili innocenti e inermi.

di Andrea Ricciardi

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