Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Il processo alla «Muti». Le crudeltà della Milano fascista al banco degli imputati, Feltrinelli, Milano 2025

Pubblicata per la prima volta nel 1956, con la prefazione di Ferruccio Parri e l’introduzione di Luigi Pestalozza, la sentenza del processo in Corte d’Assise nei riguardi di quattordici imputati appartenenti alla Legione Muti, emessa il 30 maggio 1947, è ripubblicata oggi grazie alla collaborazione tra Fondazione Feltrinelli, Comune di Milano e Università degli Studi di Milano. La nuova edizione è arricchita da una prefazione del Sindaco Giuseppe Sala e dai contributi di due storici: Marco Cuzzi, Un processo esemplare, e Anna Foa, Resistere alla tortura.

Il volume, riproposto con la prefazione e l’introduzione originali oltre ai saggi citati, da un lato rappresenta un fondamentale documento storico, dall’altro permette di riflettere su molteplici stratificazioni di senso e di significati. Il valore della sentenza del 1947 in quel particolare contesto, così vicino agli accadimenti, che attesta la totale legittimazione (anche e soprattutto dal punto di vista giuridico) della Resistenza; le riflessioni di Parri e Pestalozza una decina di anni dopo, in una temperie decisamente diversa e per molti aspetti permeata da una forte disillusione rispetto alla realizzazione degli ideali resistenziali; la necessità, oggi, di recuperare gli atti fondanti della legittimità repubblicana – e quindi anche il processo al fascismo – sia dal punto di vista storiografico, sia come chiave di lettura di un passato che, continuamente e in modo sempre più pressante, ci interroga nel e sul nostro presente.

Il breve saggio introduttivo di Cuzzi contestualizza le vicende della Legione Muti e del suo ruolo nella Milano nazifascista, soprattutto attraverso la vita del comandante Francesco Colombo. Nato nel 1899, giovane seguace del sindacalismo rivoluzionario di Corridoni, in realtà «un teppista stradaiolo», come lo definisce un suo compagno di lotta, è interventista e volontario (ma serve come aviere scelto, ben lontano dall’inferno delle trincee), poi squadrista violento, e infine presidente di un circolo fascista. È soprattutto «un piccolo e fastidioso lestofante», che finisce presto nell’ombra. Nel ’43, tuttavia, il neonato fascismo repubblicano è la sua nuova occasione: Colombo pesca tra «fanatici dominati dalla volontà di riscattarsi e mette in piedi una squadra d’azione che intitola a Ettore Muti» (p. 12). Nel caos della Milano di Salò (cinque prefetti, quattro questori, tre commissari del partito, tre comandanti regionali dell’esercito, tre comandanti della piazzaforte tedesca tra settembre 1943 e aprile 1945), Colombo e la Legione Muti sono il simbolo del fascismo in città, «il più noto, il più temuto, il più discusso, il più odiato, il più potente» (p. 12). La Muti, che inquadra all’inizio circa 300 “scalmanati” saliti velocemente a circa 1500, si trasforma da Battaglione in Legione autonoma mobile, grazie all’unificazione con altre sette compagnie operative. È attiva in città, in provincia, nelle Langhe, in Valsesia, nel Cuneese, in Valtrebbia e in Oltrepò.

Tra i “mutini” parecchi hanno precedenti penali anche gravissimi, nelle sedi della Legione la tortura è prassi quotidiana, il capitano Cardella che comanda la caserma di via Tivoli è – come indicano le più recenti ricerche – il comandante del plotone d’esecuzione tutto italiano della strage dei Quindici martiri di piazzale Loreto dell’agosto 1944. La Legione è multiforme, assolve a innumerevoli compiti (assistenza, interventi di soccorso sui luoghi bombardati, a volte ambigue azioni di contenimento del mercato nero), ma la sua attività fondamentale è legata ad arresti, torture, fucilazioni, razzie, spoliazioni, collaborazionismo con il nemico. Colombo resta a Milano fino alla fine, godendo della fiducia illimitata di Mussolini e, proprio come lui, nel tentativo di scappare, viene «catturato dai patrioti, riconosciuto e fucilato a Lenno il 28 aprile, lo stesso giorno dell’uccisione del suo duce» (p. 15). Insieme a lui vengono fucilati altri cinque “mutini”: Cartella, De Stefani, Beltramini, Venturini e Ferrario. Altri quattordici vengono processati, quattro dei quali condannati a morte (pena in seguito commutata in ergastolo). Le amnistie, gli indulti, le revisioni faranno sì che, dopo una decina d’anni, tutti i condannati saranno liberi. Tuttavia, come ricorda Cuzzi a conclusione del suo saggio, la condanna politica e morale che investe l’intero sistema collaborazionista di Salò non può né potrà mai essere soggetta ad amnistia o indulto.

Nella prefazione all’edizione del 1956, Parri riflette sul perché agli italiani sarebbe in somma misura utile leggere attentamente la sentenza del processo alla Muti: processo esemplare, sebbene riguardi ben pochi episodi della più generale devastazione inflitta al paese dalla feroce violenza fascista e nazista, esso dovrebbe «invitare ancora una volta gli italiani a bilanciare nel giudizio i carnefici e le vittime». Così come, di fronte «alla ipocrisia aulica e codarda dei maggiori giornali del tempo, esaltatori dei massacratori», dovrebbe essere ben chiaro che solo «la smemorata acquiescenza dei nostri ceti dirigenti ha [loro] concesso di tornare in cattedra ad impartirci lezioni» (p. 18). Ma, per quanto riguarda gli assassini e i torturatori di tanti resistenti (e Parri ricorda Kasman, Tarantino e altri «fucilati, massacrati, martoriati», e ancora il professor Giolli, l’avvocato De Meis, il professor Peyronel, Ancillotti, Pinelli, Calosci…), il giudizio morale deve essere anche giudizio storico, sebbene vi sia una parte di Italia che «ancora preferisce collocare su uno stesso piano d’indifferente commiserazione le due parti avverse di una guerra civile». E ancora, prosegue Parri con parole che dovrebbero essere scolpite nella pietra e mai dimenticate, «non è stata una guerra civile nella quale ha ragione il vincitore e torto il vinto. La ragione non segue la vittoria ma sta con l’onore di un popolo e con i valori di libertà e giustizia che lo sostanziano». Il processo alla Muti è dunque il «processo del disonore di un regime […] al termine della parabola fatale che dal 1924 porta al 1945» (p. 19), risalendo cioè alle origini del fascismo; dunque «conduce alla negazione senza transigenza e senza ritorno di questa funesta esperienza italiana». Per l’Italia uscita dalla Resistenza, la Costituzione ha perciò il senso storico di un nuovo «patto nazionale che proclama una rottura più netta e più ampia sino a toccare il regime anteriore» sulla cui disgregazione ha potuto trionfare il fascismo. Questo significato profondo, conclude Parri, non è ancora stato recepito da «quella parte degli italiani cui è idealmente dedicata questa pubblicazione» (p. 20).

Sulla medesima linea di Parri, ma con approccio più giuridico e legato al valore politico di ogni atto giudiziario in quanto espressione dell’ordinamento entro cui viene elaborato, si pone la riflessione di Pestalozza, il quale afferma come «la sentenza nel processo alla Muti deve essere intesa come la sentenza di condanna dello Stato fascista repubblicano» (p. 24). La condanna dei “mutini” infatti «è imputata principalmente al reato di collaborazionismo […] che presuppone una patria da tradire, un tedesco considerato invasore, una lotta partigiana definita legittima e giusta» (p. 25). In questo senso, chi è giudicato colpevole dei reati succitati è parte di un’organizzazione giuridica, la Repubblica Sociale Italiana, considerata un’organizzazione diretta al tradimento della patria, al collaborazionismo con il tedesco, ecc. E ancora, la logica affilata di Pestalozza ripercorre le vicende del fascismo e della monarchia dimostrando come la RSI non possa essere considerata “altro” dal regime, ma ne sia la logica e spietata evoluzione. Così come il Regno del Sud non può essere definito come un passo verso la democratizzazione della monarchia, ma parte integrante della sua vicenda compresa la complicità con il fascismo e dunque la sua inevitabile caduta, mentre è solo la Resistenza, la lotta di popolo, a garantire il passaggio a un nuovo e democratico ordinamento. Ma anche Pestalozza non può non sottolineare come, sebbene la vicenda della Muti riguardi un passato finito, «occorra meditare […] sull’oblio di cui l’Italia ufficiale circonda la guerra di liberazione e sul consenso con cui guarda invece alla riabilitazione del fascismo di Salò» (p. 35).

Si è voluto indulgere sulle parole di Parri e di Pestalozza per varie ragioni: da un lato, rappresentano la necessaria contestualizzazione di una pubblicazione che non può essere considerata solo una fonte per la ricerca storica; dall’altro per la lucida profondità nell’analizzare la sentenza e nel calarla negli anni Cinquanta, di cui conosciamo la durezza e il prevalere di un conservatorismo al limite del reazionario. Ma vi è anche una capacità di scrittura che rende i ragionamenti, anche i più complessi, assolutamente cristallini, tali da risultare oggi quanto mai indispensabili, veri e propri pozzi di acqua limpida cui a non possiamo assolutamente rinunciare nell’analisi di un presente che ci chiama di nuovo, seppur in modo diverso, all’azione.

La medesima chiarezza si prova leggendo la sentenza. Una scrittura chiara, efficace, che non indulge in descrizioni inutilmente macabre, ma che non rifugge dal delineare un mondo malato, putrescente, fatto di arresti, torture (di cui riferisce necessariamente modalità, durata, strumenti), occultamento di cadaveri, esecuzioni, razzie e spoliazioni, in un miscuglio raggelante di crudeltà personali, violenza sistemica, razzismo e persecuzione contro la popolazione ebraica.

Un’ultima notazione riguarda la topografia milanese che, come in quasi tutte le città occupate dai nazifascisti, ha uno spazio particolare nella memoria cittadina. Se Villa Triste richiama il luogo in cui si esercitò la violenza efferata della Banda Koch, come ricorda Anna Foa descrivendo le esperienze della madre Lisa Giua, Palazzo Carmagnola e la Caserma Salinas sono tra gli edifici che maggiormente hanno rappresentato il terrore milanese dei seicento giorni di Salò. Collocati in pieno centro cittadino, in Via Rovello 2 il primo, in via Tivoli all’angolo con Foro Bonaparte il secondo, furono sede della Muti. Con una potentissima legge del contrappasso, le stanze della tortura di via Rovello sono state trasformate in un eccezionale luogo di arte e cultura: il Piccolo Teatro. Grazie alla volontà inscalfibile di Paolo Grassi e di Giorgio Strehler, insieme alla nuova amministrazione democratica del Comune guidata dal Sindaco Greppi, è stato così possibile imporre una potente ri-significazione di un luogo simbolico. E del resto la stessa Caserma Salinas, per lunghissimo tempo uno storico edifico scolasticosede della Scuola Schiapparelli, è stato abbattuto nel 1978 per far posto al nuovo teatro dedicato a Giorgio Strehler.

di Paola Signorino

Loading...