Luciano Bianciardi – Carlo Cassola, I minatori della Maremma, Bari, Laterza 1956
Quando si parla di minatori, e soprattutto di tragedie di minatori, automaticamente si pensa a Marcinelle, alla miniera di Bois du Cazier in Belgio e alla strage di settant’anni fa, quella dell’8 agosto 1956, quando un incendio improvviso causò la morte di 262 minatori, di cui ben 136 erano emigrati italiani, periti a mille metri di profondità in quella bolgia umana che i pochi sopravvissuti non hanno più dimenticato. Come non smise di ricordare, ancora dieci anni dopo, il redattore anonimo del Bollettino quindicinale dell’emigrazione (edito dalla Società Umanitaria di Milano), che il 25 febbraio 1966 non smetteva di tuonare:
«È imprevidenza, è grettezza, è insensibilità, è fretta, è ansia di guadagno da parte dei dirigenti delle imprese, è indifferenza verso la vita altrui. Ed è colpa. Ed è vigliaccheria, poi, questa colpa cercare di scaricarla su un lavoratore, che è morto e non può né difendersi né accusare, insinuando il sospetto che egli si sia sobbarcato a percorrere chilometri di galleria, nel fango e nell’acqua, ed abbia aperto il fatale portello solo per andare a fare un salutino ai compagni di là, per un capriccio…».
Ma solo due anni prima di Marcinelle, questa volta a casa nostra, sul territorio italiano, in quella Maremma che allora era disseminata di miniere, c’era stata un’altra tragedia, un’altra strage di minatori. Il 4 maggio 1954, infatti, nella miniera di lignite di Ribolla (frazione di Roccastrada), si verificò una violenta esplosione di grisù. La deflagrazione, a 260 metri di profondità, causò la morte di 43 minatori, che la cronaca del tempo considerò la più grave tragedia mineraria italiana del secondo dopoguerra. «42 i morti di Ribolla, ventidue dissepolti e venti sotto le macerie», si leggeva su La Nazione nei primi giorni della sciagura, mentre il Corriere d’informazione del 7 maggio titolava in prima pagina: «Tutta la gente della Maremma attorno alle bare […]. Si potrà impedire al grisù di uccidere?».
Fu una vera tragedia, che in poche ore divenne memoria condivisa. Una tragedia che chiamava in causa – nell’ordine – i sistemi di sicurezza (obsoleti perché le miniere, ormai al limite della convenienza economica dello sfruttamento, si mantenevano attive quasi al solo scopo di portare “a consumazione” impianti vecchi e logori che non venivano mai rinnovati), la proprietà mineraria (attenta solo a ricavare il massimo profitto dai propri impianti esausti, anche a costo di eludere le prescrizioni di legge per la tutela degli operai), i mezzi dei soccorsi (attivatisi ancora una volta in ritardo, oltretutto «senza avere una pallida idea di quello che si dovesse fare»), cercando di dare nome e cognome a quanti potevano essere i responsabili.
Da questa vicenda presero le mosse due inviati sui generis, due amici scrittori dal temperamento opposto, il romano e introverso Carlo Cassola (classe 1917), futuro autore di best seller come La ragazza di Bube (Premio Strega 1960), e il grossetano Luciano Bianciardi (classe 1922), il tormentato autore de La vita agra (1962). Conosciutisi negli anni in cui Cassola si era temporaneamente trasferito a Grosseto, dove Bianciardi lavorava come bibliotecario, entrambi sensibili alle condizioni di vita di operai e proletari nell’Italia del boom economico, ancora con davanti agli occhi le immagini di Ribolla, i due scrittori decisero di scrivere insieme un’inchiesta-studio sui minatori della Maremma, che venne pubblicata nel 1954 dalla rivista Nuovi Argomenti(e in seguito ampliata da Cassola, per poi essere edita da Laterza nella collana “Libri nel tempo”).
Fin dalla prima pagina si percepisce che questa inchiesta, che durò parecchi giorni e li portò a redigere una radiografia delle condizioni di vita nelle miniere di quella zona, una sorta di report ineccepibile sotto tutti i punti di vista (dati, statistiche, persino venticinque “Biografie di minatori”, con cui si chiude il volume), dava fastidio a molti:
«Gli autori ringraziano gli enti e le persone che li hanno aiutati nel lavoro di ricerca e di documentazione, […] in particolare le Società Ferromin e Stima, che hanno dato il loro permesse di visitare le miniere. Le altre società, a cominciare dalla Montecatini, hanno invece rifiutato tale permesso, col pretesto delle misure precauzionali di sicurezza. Leggendo questo volume, il lettore si renderà facilmente conto delle vere ragioni del rifiuto».
Appurato che la Montecatini non permetteva di visitare le miniere col pretesto delle “misure precauzionali e di sicurezza”, Cassola e Bianciardi si documentarono a fondo, presero appunti, intervistarono persone: poche perché agli esterni, soprattutto se giornalisti, era vietato parlare, persino un loro amico di scuola «medico di fabbrica, saputo che eravamo lì in veste di giornalisti si affrettò ad andarsene».
Sono passati settant’anni dalla pubblicazione riveduta e corretta di quell’inchiesta e quelle 225 pagine fitte, suddivise in undici capitoli (più l’appendice con le interviste a diciassette minatori, la cui brevità è «conforme alla loro mentalità», perché purtroppo «della propria vita dicono pochissimo»), ci ricordano la precarietà – ancora oggi – del mondo del lavoro, con il capolarato, lo sfruttamento, la cecità imprenditoriale, le morti bianche. Sono passati settant’anni e queste pagine sono un perfetto mix di sociologia del lavoro e sindacalismo, di etnografia e cronaca, dove lo stile narrativo dei due autori emerge chiaramente quando si focalizzano sulla miniera non solo come comunità, ma anche come luogo effimero, capace di nascere e scomparire all’improvviso.
«La sorte delle nostre miniere di carbone è legata strettamente all’andamento dell’economia mineraria mondiale: crescono e si gonfiano innaturalmente, ovunque, in tempo di guerra, quando i mercati stranieri sono chiusi, mentre finiscono per chiudere in tempo di pace. […]. Questo senso di precarietà economica che è la caratteristica fondamentale delle miniere di lignite italiane, nasce immediato, anche nel visitatore ignaro che capiti in un centro carbonifero: i villaggi che sorgono rapidamente e rapidamente invecchiano, le case basse, scure, sparpagliate a casaccio, senza alcun apprezzabile tracciato urbano, in mezzo agli impianti di miniera […]. Questo è il panorama di Ribolla e di Baccinello, forse i più nudi e scabri villaggi minerari della Maremma, dove la popolazione è mista e fluttuante, soggetta a improvvisi spostamenti, a piccole fortune, a gravi rovesci. Qui la vita e la lotta, politica, sindacale, umana, è più dura, perché meno certa è la sopravvivenza e la continuità del lavoro».
Miniera vuol dire sacrifici, lacrime e sangue, soprattutto quando il medico non redige report periodici sulle malattie endemiche («la più grave è la silicosi, frequentemente accompagnata dalla tbc: una volta avvenuta la associazione tra le due, il minatore è irrecuperabile»), oppure quando Cassola e Bianciardi si occupano di quello che considerano «uno stato di tensione politica e sociale», dovuto ai frequenti infortuni di cui sono vittime i minatori, considerati normalmente alla stregua delle bestie, bestie ovviamente sacrificabili.
«L’infortunio è il risultato finale di un processo cumulativo di diversi fattori e va spiegato tenendo presente tutte una serie “combinata di forze”, come dicono i tecnici, ovvero di concause: aumento dei ritmi di lavoro, regime dei cottimi, inosservanza delle disposizioni di legge relative alla sicurezza del lavoro, insufficiente prevenzione anti-infortunistica, attrezzatura antiquata, rapporti umani».
O, meglio: i «rapporti scarsamente umani che regnano in miniera». Ed è qui che emerge il fiuto giornalistico dei due autori, che decisero di calarsi in profondità ritrovandosi a scendere – metaforicamente s’intende – lungo una di quelle gallerie fatiscenti che erano spesso teatro di morte e di incidenti.
«I direttori di miniera giustificano volentieri la loro severità con la necessità di una rigida disciplina occorrente, dicono, per garantire la sicurezza sul lavoro. Ma l’azione delle Società e, per esse, dei dirigenti, è volta chiaramente a combattere gli orientamenti sindacali e politici della maggioranza dei lavoratori; quando vengono schedati non già i lavoratori pigri o incapaci, ma i “rossi”; quando minacce, ricatti, discriminazioni, sorveglianza poliziesca diventano ordinaria amministrazione, allora è chiaro che si creano nei posti di lavoro quelle condizioni di turbamento e di distrazione che rappresentano una componente psicologica dell’infortunio».
A pochi mesi dalla pubblicazione, nel giugno del 1956 su Il Ponte, la rivista di Piero Calamandrei, appare la recensione dedicata proprio a I minatori della Maremma.
«Gli autori dell’inchiesta si sono liberati dalla tentazione di scrivere un saggio o una monografia. Per loro e per nostra fortuna. Essi hanno interpretato la formula del realismo sociale come invito a ricostruire dall’interno la fenomenologia dell’uomo concreto, storicamente e psicologicamente determinato. Così i minatori della Maremma non diventano mai “categoria”, ma conservano varietà e personalità di uomini. […]. Uomini soggetti ad un quotidiano sfruttamento esercitato dalla Montecatini [che], con l’appoggio del sindacalismo anticomunista, in taluni casi addirittura venduto ai padroni, ha attuato negli ultimi anni una sistematica persecuzione (assunzioni discriminate, punizioni, licenziamenti, ecc.) intesa a tagliare le unghie al movimento organizzativo e rivendicativo dei minatori».
Di questo stato delle cose ci si era resi ampiamente conto anche durante il Convegno Nazionale di studio sulle condizioni del lavoratore nell’impresa industriale, organizzato dall’Umanitaria a Milano (4, 5, 6, giugno 1954, con gli interventi – tra gli altri – di Giuseppe Di Vittorio, Ezio Vigorelli, Emanuele Macaluso e Teresa Noce), dove erano state utilizzate sovente le stesse parole: «rigidità, disciplina, ricatto, discriminazioni, schedature, sorveglianza poliziesca»… Aggiungiamoci sfruttamento, paghe da fame, orari di lavoro massacranti, ed è facile rendersi conto di che vita disgraziata sia sempre stata quella dei minatori, non solo della Maremma.
La presenza e il ruolo del sindacato è molto presente nel libro di Bianciardi e Cassola, che ricordano lotte, scioperi, incidenti («nelle sole miniere di Gavorrano, Niccioletta, Boccheggiano e Ribolla nel biennio 1953-54 sono morti 54 operai»), rivendicazioni continue, offensive padronali (equamente suddivise tra «retorica paternalistica e pugno di ferro»). Si insiste molto sul fatto che la presenza massiccia della Montecatini avesse instaurato un regime illiberale, che tutti i minatori – se volevano mantenere il posto di lavoro – erano costretti a subire. Si comincia dal fatto che la Montecatini non ammetteva che un suo impiegato fosse iscritto al PCI, obbligava chi veniva assunto a firmare una dichiarazione in cui s’impegnava a non aderire a scioperi e non concedeva promozioni a chi sapeva politicamente avverso, per poi passare a veri e propri atti illegittimi, come usare l’arma del trasferimento da una miniera all’altra e i declassamenti di mansioni per futili motivi. Di questo stato delle cose i due autori scrivono in modo approfondito.
«Ricordiamo come se fosse oggi la nostra prima presa di contatto con la vita di miniera. Ci fu consigliato di visitare Ribolla, come il villaggio operaio più caratteristico. Il termine “villaggio operaio” ci suggeriva l’idea di un paesino lindo e ridente, con casette a mattoni ciascuna circondata dal suo giardinetto o dal suo orticello. Invece la prima cosa che ci colpì fu lo squallore del luogo. A Ribolla le case sono sparse in disordine, senza un vero e proprio tracciato urbano, case grigie e poco accoglienti. […]. Ma più dello squallore ci colpì l’atmosfera di tensione che vi regnava. Le strade polverose e disuguali erano pattugliate da coppie di carabinieri con il mitra a bracci’arm […]. Un altoparlante leggeva le multe e le punizioni».
Poi la sciagura di Ribolla, con la narrazione serrata di quelle ore interminabili, con la direzione in preda al panico, perché «evidentemente non sapeva dove mettere le mani». E con il loro giudizio, lapidario di fronte a palesi responsabilità penali, ovvero che «la sciagura di Ribolla non fu dovuta a una “tragica fatalità”, ma alla consapevole inadempienza di precise norme di polizia mineraria, [perché] il cantiere era a fondo cieco e nessuna via di uscita alternativa: gli operai morti asfissiati non avevano via di fuga. Ripetiamo: la sciagura è successa perché non si teneva in sufficiente e doverosa considerazione la vita dei minatori».
A chiudere il volume il ricordo del minatore Angiolino Sabatini, stilizzato alla perfezione dai due autori in poche righe:
«Il 4 maggio 1954 Sabatini capeggiò la squadra di soccorso di Massa che giunse a Ribolla poche ore dopo l’esplosione. Un fotografo lo ritrasse all’uscita del pozzo Camorra, e questa fotografia è comparsa, si può dire, su tutti i settimanali. La sua faccia magra, affilata, pallida, segnata dalla fatica e dall’angoscia, era davvero il simbolo della più grave sciagura che abbia mai colpito i minatori della Maremma».
di Claudio A. Colombo


