Emanuela Scarpellini, Il fascismo delle cose. Oggetti e consumi nel Ventennio, Einaudi, Torino 2026
Nel contesto di una storiografia sul fascismo che si rinnova costantemente e si dimostra molto efficace nell’analizzare il regime da molteplici punti di vista, il volume di Emanuela Scarpellini muove da una premessa fondamentale, cui fa seguito una domanda altrettanto rilevante. La premessa risiede nella constatazione che, nella ricostruzione storica, è impossibile ignorare il ruolo e la storia degli oggetti, i modi in cui si relazionano con gli umani, quale funzione svolgono nella costruzione di una quotidianità che si nutre non solo di discorsi e simboli ma di una “materialità” pervasiva e onnipresente. La domanda, o meglio l’ipotesi di lavoro dell’autrice, riguarda proprio il ruolo delle “cose” negli anni del regime, e il loro perdurare nei decenni successivi. Si chiede infatti Scarpellini, «come si spiega la durata del fascismo nel dopoguerra e fino ai giorni nostri, a onta di una tremenda disfatta?» (p. 4). Se, indubbiamente, alcune delle cause possono essere legate alla sopravvivenza della sua ideologia; alla permanenza di gruppi organizzati e non, in grado di mantenere viva la memoria della passata esperienza; alla persistenza di tracce materiali nelle città, come monumenti, targhe, odonomastica, un ulteriore tassello – e di certo non il meno rilevante – va ricercato proprio negli oggetti minuti della vita ordinaria, nelle piccole cose di poco valore attraverso cui «ha preso vita una sofisticata costruzione sociale». Infatti, proprio tra le «pieghe della quotidianità si sono insinuati discorsi politici […] in modo quasi inavvertibile, creando un’abitudine capace di durare nel tempo senza passare da un vaglio critico esplicito» (p. 4). Questo permette di parlare, rispetto alle cose, di una «propaganda debole, a bassa intensità ma diffusa, costante, inclusiva, capace di far circolare simboli e forme passando attraverso le esperienze sensoriali»; un modo alternativo e complementare, in altre parole, «di entrare nei grandi disegni di biopolitica del regime». Tuttavia, come sottolinea l’autrice, «specularmente, tramite gli oggetti si manifestarono nei comportamenti sociali forme di resistenza sottili, multiformi, non immediatamente inquadrabili in una aperta opposizione politica ma ugualmente importanti per comprendere i tanti modi in cui la società reagì alle pressioni di una cultura autoritaria» (p. 5).
La ricostruzione del mondo delle cose implica naturalmente un continuo intersecarsi di storie, vicende, ambiti e ambienti, simbologie e materialità che Scarpellini riesce a delineare grazie a una enorme mole di materiali e fonti razionalmente riordinati e interrogati, ancorandosi inoltre ad una altrettanto chiara griglia metodologica che le consente di muoversi all’interno di una materia complessa, magmatica e multiforme. In questo senso, l’organizzazione del testo ci accompagna in un viaggio tra l’infinita miriade di oggetti del Ventennio, che acquistano senso e profondità evidenziando come l’accesso al consumo e alla modernità avviene, per gli italiani (o almeno per una parte non irrilevante di essi), proprio attraverso la porta del regime.
La prima tappa del viaggio riguarda l’Impero e i prodotti coloniali – banane, caffè, tabacco, cioccolato, tè – attraverso cui si costruisce un immaginario che fa riferimento all’Oriente, all’esotico, ma anche ad una idea di potenza imperiale in grado di permettere agli italiani un nuovo consumo di beni altrimenti non accessibili. Vi è poi il mondo delle cose relativo all’idea del corpo, un tema particolarmente sensibile durante il fascismo, poiché attraverso di esso passa la costruzione di un ideale di forza e virilità: deve essere perciò un corpo sano, curato, rinvigorito laddove si renda necessario. È dunque un’esplosione di medicinali, ricostituenti, cachet contro ogni disturbo, estratti e composti vitaminici, ecc. In questo senso, la cultura del corpo si interseca con la storia dell’industria farmaceutica, dove a parte alcuni grandi nomi (Carlo Erba, Farmitalia), la produzione italiana sconta la piccola dimensione e la scarsa capacità innovativa, non facendo altro che riprodurre i medicamenti della grandi case estere (Bayer, Ciba, Sandoz, ecc.) in un’epoca ancora priva di esclusive e brevetti. Ma non vi è solo l’aspetto industriale e moderno, perché proprio in questo ambito l’autrice sottolinea come permangano ampi margini di usi tradizionali legati alla farmacopea naturale, soprattutto nelle classi popolari, che per la prima volta sembrano assumere rilevanza nel contesto di una proto ecologia non del tutto invisa dal regime, presto sconfitta tuttavia dalla predominanza della chimica industriale. Accanto al corpo sano, vi è naturalmente il corpo bello e curato per il quale si rendono disponibili una quantità di cosmetici, profumi, prodotti di igiene e di bellezza che, se da un lato sono pensati per un consumo di élite e rappresentano il mondo del lusso, dall’altro introducono la possibilità di un diffuso consumo di massa: saponette, dentifrici, rossetti, cipria e, per gli uomini, brillantina e prodotti per la cura della barba. Anche in questo caso, la storia degli oggetti è inevitabilmente legata alle vicende dell’industria. Valga su tutti l’esempio della produzione di profumi della Gi.Vi.Emme, fondata da Giuseppe Visconti di Modrone, che agli inizi degli anni Venti si allontana dalla Carlo Erba, di proprietà della moglie e guidata da Giovanni Morselli, il potente presidente dell’Associazione nazionale dell’industria chimica, e che si avvale della “consulenza” di Gabriele D’Annunzio nella denominazione di profumi di enorme successo: Giacinto innamorato, Contessa azzurra, Acqua di Fiume, Tabacco di Harar (quest’ultimo in produzione fino agli anni Novanta!). Si tratta in questo caso di prodotti per un target alto, in grado tuttavia di costruire un immaginario estremamente diffuso grazie ad una grande capacità comunicativa. È proprio su questi temi che si diffondono, grazie alle immagini pubblicitarie, stereotipi femminili che si differenziano a seconda del ceto di appartenenza: donne ricche e sinuose che fumano, guidano, sono autonome; donne del ceto medio dedite alla cura della famiglia, della casa, dei bambini. Se, come è stato sottolineato, il fascismo è stato anche un continuo alternarsi di modernità inevitabile e conservatorismo reazionario, controllo dei corpi e maschilismo indiscusso, tale dicotomia appare con grande chiarezza nell’ambito degli oggetti di consumo in cui si evidenzia anche una chiara differenza di classe.
Vi è infine un ultimo ambito preso in considerazione dall’autrice, e cioè quell’insieme di oggetti “simbolici” che vengono usati quotidianamente: monete e banconote, sulle quali l’immagine del Re è d’obbligo, i francobolli che vedono un progressivo slittamento dai volti Reali a immagini che celebrano le più disparate occasioni di italianità fascista, le carte d’identità con le quali si costruisce il controllo dello Stato sugli individui, le tessere del partito, le medaglie e i distintivi, nei quali l’iconografia dei simboli del fascismo è sostanzialmente univoca. Un discorso a parte va fatto per un oggetto reclamato dal regime su cui però si esercitò una velata forma di opposizione: le fedi nuziali richieste per sostenere la Patria. Su questo oggetto così personale e intimo si giocò, almeno in parte, l’ostilità delle classi popolari, non solo perché si trattava spesso dell’unica cosa di valore della famiglia, ma proprio perché simboleggiava la parte più inviolabile della propria vita. Numerose furono le fedi nascoste, sotterrate e riportate alla luce a guerra finita.
Che cosa rimase, dopo il 1945, di questo mondo delle cose edificato durante il Ventennio? Molto, e per molti motivi. Se, per quanto riguarda gli oggetti legati allo Stato, le modifiche furono poche, spesso solo una semplice cancellazione della simbologia monarchica e fascista, anche a causa della necessità di passare velocemente e con sforzi ridotti ad una nuova normalità, in altri casi la sedimentazione nell’immaginario collettivo di marchi, pubblicità, parole note, fece sì che i soggetti produttori ritenessero più efficace mantenere in vita i vecchi prodotti senza cambiare nome, confezione, riferimenti. È così che pacchetti di sigarette, confezioni di caffè, saponette, medicinali, sciroppi, pasticche, profumi, ecc., transitarono nell’Italia repubblicana portandosi dietro tutta la simbologia degli oggetti diffusasi negli anni del fascismo. Fu solo con gli anni del boom economico, e poi negli anni Settanta, che molti di quei prodotti assunsero una veste diversa. Ma il lascito fu imponente, trasportando nella vita quotidiana della Repubblica una enorme quantità di simboli, sottintesi, immagini apparentemente innocue, stereotipi legati a oggetti che per decenni hanno plasmato silenziosamente il rapporto con la memoria e con il presente. Se oggi essi ci appaiono senza tempo, come una sorta di “memorabilia” senza storia, è invece, come conclude l’autrice, «nostro compito restituire la loro biografia, che è poi la nostra storia» (p. 324).
di Paola Signorino


