Giovanni Scirocco ha recentemente pubblicato un volume di grande interesse su Norberto Bobbio, impreziosito dal corposo carteggio intercorso tra l’intellettuale torinese e un altro ex azionista, Leo Valiani [1]. Il libro è ricchissimo d’importanti sollecitazioni che proprio sul socialismo presente nell’efficace titolo, tema molto sfaccettato e complesso, oltrepassano lo stesso Bobbio e lo mettono in relazione, inevitabilmente, con numerosi altri intellettuali e politici del Novecento, soprattutto italiano. La prima parte del volume è composta da un denso saggio di Scirocco, che comprende un ampio apparato di note che testimoniano lo sforzo di approfondimento compiuto dall’autore. Scirocco cita opportunamente numerosi articoli, lettere e saggi indispensabili per cogliere l’ampiezza del tema al centro del libro.
Dal saggio emergono le peculiarità principali di Bobbio, figura caratterialmente complessa. Riflessivo, molto incline al pessimismo, a tratti cupo e per lo più recalcitrante nel mettersi completamente in gioco, l’intellettuale torinese non è stato un militante capace di lasciare un segno davvero rilevante nel PSI (la formazione politica a lui più vicina) se si guarda al piano delle dinamiche partitiche e al rapporto diretto con la società. Tuttavia Bobbio è stato uno di quelli che maggiormente ha contato sul piano del dibattito culturale interno all’intera area laico-socialista in varie stagioni, a partire dagli anni Cinquanta, senza dimenticare il rapporto, insieme dialettico e fertile, con i comunisti e con la loro “ricerca” del socialismo, che portò Bobbio a duellare con Togliatti e, in modo diverso, con i dirigenti del PCI nei decenni successivi alla scomparsa del “migliore”.
Per quanto riguarda l’inadeguatezza di Bobbio rispetto alla militanza politica, Scirocco inizia il saggio con una sua lettera ad Alberto Asor Rosa del 3 maggio 1976, in cui Bobbio parlava espressamente della sua «diffidenza nei riguardi della politica», che considerava anche una difesa della sua riservatezza e una «totale mancanza di desiderio di esercitare una qualsiasi forma di potere […]. C’entra anche una certa mancanza di prontezza nel prendere le decisioni. Sono un indeciso cronico» (p. 17).
La tendenza autogiudicante di Bobbio emerge a più riprese nel libro, anche nel carteggio con Valiani in cui si trova una fondamentale (e lunghissima) lettera del 20 aprile 1968, una sorta di micro-autobiografia. Qui si ripercorrono gli anni giovanili; l’incontro con Leone Ginzburg (suo compagno di liceo e «primo maestro di politica», p. 129); l’influenza di Giovanni Gentile («mi aveva offerto qualche schema teorico per giustificare il mio filo-fascismo», p. 130); la laurea con Gioele Solari («uno dei pochi professori senza tessera», p. 130); lo stretto rapporto con Vittorio Foa («l’amico del cuore» ai tempi dell’università, p. 132); l’assidua frequentazione del “salotto” di Barbara Allason; l’arresto del 1935 (con tutti gli amici che frequentava in quella stagione); il lento e complesso distacco dal fascismo e dalla «falsa coscienza», coinciso con l’incarico di filosofia del diritto ottenuto all’Università di Camerino (p. 133); l’incontro con Aldo Capitini e il liberalsocialismo, ridotto a «non più che un tirocinio alla cospirazione e alla futura partecipazione politica» (p. 135). E ancora: l’influenza di Benedetto Croce, non solo per lui «grande ispiratore» di una protesta morale (p. 138); l’approdo a Padova alla fine del 1940; il Partito d’Azione (Bobbio partecipò alla fondazione di quello veneto); il nuovo arresto e la nascita del figlio Luigi (poi dirigente di Lotta Continua) nel marzo 1944. Una lettera che, pur interrotta bruscamente, dà conto di realtà complesse e trova in Valiani (importante la sua risposta datata 23 aprile 1968) un ascoltatore attento e, anche se a distanza, capace di stimolare la memoria di Bobbio che, cosa rara, si racconta senza troppe censure.
Lo stesso Valiani, nella lettera a Bobbio datata 2 novembre 1971, trovava il modo di ripercorrere brevemente alcune fasi salienti della sua vita in rapporto alle scelte fatte e ad alcuni “pensieri lunghi” sul quadro politico dell’immediato secondo dopoguerra (pp. 149-154). Illuminante, per cogliere le differenze di temperamento tra i due corrispondenti, è la lettera di Valiani a Bobbio del 12 aprile 1991 in cui, rispondendo a una precedente missiva del 25 marzo, l’ex membro del Comitato insurrezionale e rappresentante del Pd’A nel CLNAI, scriveva: «Ma, anche se siamo vecchi, dobbiamo tener duro. Il non mollare è una divisa di vita, oltre che di lotta politica. Non possiamo fare più di quanto le nostre forze non consentano, ma quel poco dobbiamo farlo» (p. 185).
Tornando al saggio, non è possibile in questa sede dar conto di tutto ciò che Scirocco tratta. Si può soltanto, a titolo di esempio, menzionare alcuni temi come il già accennato rapporto con i comunisti e con il marxismo. In una lettera al giovane Giuseppe Tamburrano, datata 27 settembre 1956 e riportata all’interno della nota 36, Bobbio scriveva: «il marxismo nelle sue varietà prestò sempre scarsa attenzione ai problemi dell’organizzazione dello Stato, o perlomeno, tutto volto ai problemi della conquista del potere, ha trascurato quelli, che ora vengono a galla, dell’esercizio del potere» (p. 33). Era, quella in cui scriveva, la delicata fase del dibattito successivo alla traumatica diffusione del Rapporto segreto di Krusciov, che si configurò come un trauma per migliaia di militanti comunisti ma che fu anche un’occasione di profonda riflessione per molti socialisti. Soprattutto per il PSI frontista guidato da Nenni, che non aveva fin lì prodotto un pensiero realmente distinto da quello del PCI. Un pensiero autonomo sacrificato sull’altare dei due blocchi prodotti dalla Guerra fredda e condizionato dalla sostanziale impossibilità di identificare l’alternativa socialista al capitalismo con la socialdemocrazia. Bobbio, invece, capì presto che l’unica via realistica per il movimento operaio era quella socialdemocratica e non ebbe paura di usare il termine riformismo, mettendo in dubbio che vi fosse una terza via tra questo e il comunismo (lo scrisse in una lettera a Basso datata 3 aprile 1958, p. 34). Ma, pur sapendo che Saragat non perseguiva una politica realmente socialdemocratica sul piano dei contenuti, non riuscì a sua volta a risolvere la stridente contraddizione tra teoria e prassi, tanto da appoggiare l’unificazione socialista del 1966 e un partito, il PSU, che durò poco e che gli procurò una delusione tremenda. È molto interessante, per riflettere sulle “oscillazioni” politiche di Bobbio, la grande differenza di toni tra le due lettere che racchiudono l’inizio e la fine di quell’esperienza: una a Garosci del 23 settembre 1966 e una a Calogero datata 5 novembre 1969, in mezzo vi è la rinuncia alla candidatura alle elezioni politiche del 1968 offertagli da Nenni.
Un’altra stagione importante per Bobbio fu quella del “Progetto socialista”, preparato da un qualificato gruppo d’intellettuali che gli erano vicino (tra cui Amato, Ruffolo e Cafagna) e presentato al 41° Congresso nazionale di Torino di marzo-aprile 1978, svoltosi durante il sequestro Moro. Craxi era segretario del PSI da quasi due anni e ben presto, attirandosi le critiche dell’ultimo Lombardi e di Michele Achilli, che guidavano le due correnti della sinistra interna, abbandonò la linea della cosiddetta “alternativa di sinistra”, concepita in opposizione al compromesso storico e sostituita da un nuovo tipo di patto con la DC che produsse il pentapartito nel nome della governabilità. Bobbio, che ebbe qualche difficoltà a rapportarsi concretamente alle masse anche per il suo carattere schivo e poco espansivo, fu un protagonista della stagione d’oro di Mondoperaio di Federico Coen,ma mantenne una lucidità notevole figlia di una consolidata autonomia di giudizio, che gli consentì di cogliere in tempo reale le degenerazioni della leadership di Craxi, basata più sul carisma e sulla spregiudicatezza che sulla credibilità politica. Appare emblematica, in questo senso, una lettera a Vincenzo Balzamo del 15 maggio 1984, cioè il giorno prima della pubblicazione su La Stampa di un articolo di straordinaria pregnanza significativamente intitolato La democrazia dell’applauso (pp. 68-69), con chiari riferimenti al segretario del PSI appena rieletto per acclamazione al termine del Congresso di Verona, cosa che provocò le ire di Pertini.
Bobbio alla fine del 1991, guardando oltre l’Italia, in modo non del tutto convincente provò a dare un nuovo contenuto al sostantivo riformista e alla parola forse più importante per ogni tipologia di progressista, cioè sinistra che, come scrive Scirocco, non poteva (e non può) morire finché ci saranno i deboli da proteggere. Lo fece non certo teorizzando una nuova forma di socialismo «(inteso come esaltazione del collettivo, del pubblico, dello statalistico)» ma, secondo le parole usate dallo stesso Scirocco, attraverso «l’affermazione e la protezione dei diritti dell’uomo, concepiti non più genericamente, ma nello specifico dell’individuo o dei soggetti sociali che ne fossero privi» (p. 83).
Bobbio espresse concetti illuminanti nel biennio 1989-90, prima di fronte alla sanguinosa repressione della rivolta di Piazza Tienanmen a Pechino e poi in vista del Congresso di Rimini del PCI del febbraio 1991, in cui sarebbe avvenuto il cambio del nome del partito operaio italiano più forte dal 1948, e rimasto tale fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica anche quando prese il nome di PDS. Il 9 giugno 1989, in un articolo pubblicato su La Stampa e intitolato L’utopia capovolta, a proposito del comunismo, cinque mesi prima della caduta del Muro di Berlino, Bobbio scriveva (p. 79):
In un mondo di spaventose ingiustizie, com’è ancora quello in cui sono condannati a vivere i poveri, i derelitti, gli schiacciati da irraggiungibili e apparentemente immodificabili grandi potentati economici, da cui dipendono quasi sempre i poteri politici, anche quelli formalmente democratici, il pensare che la speranza della rivoluzione sia spenta, e sia finita solo perché è fallita, significa chiudersi gli occhi per non vedere. Sono in grado le democrazie che governano i Paesi più ricchi del mondo di risolvere i problemi che il comunismo non è riuscito a risolvere? Questo è il problema.
Sono parole che, venendo da un socialdemocratico mai affascinato dal determinismo e dai dogmi ideologici, colpiscono. Non solo perché pronunciate in corrispondenza di una cesura di portata epocale in vista dell’inizio del III millennio, ma anche perché ci riportano a un presente cupo che, ventidue anni dopo la scomparsa di Bobbio, sembra aver bisogno come l’aria di una sinistra che non c’è.
[1] Giovanni Scirocco, «Un possibile strumento di libertà umana». Norberto Bobbio e il socialismo. Con il carteggio Bobbio – Valiani (1954-1994), prefazione di Mario Ricciardi, Biblion, Milano 2025.
di Andrea Ricciardi

