AA.VV., L’Italia dell’Aventino. Politica e istituzioni nella secessione parlamentare del 1924, a cura di Federico Mazzei e Jacopo Perazzoli, Viella, Roma 2026
Il volume raccoglie gli atti del convegno L’Italia dell’Aventino. Percorsi e prospettive di storia politica sulla secessione parlamentare del 1924, svoltosi presso il Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione dell’Università degli Studi di Bergamo nell’aprile del 2024. La raccolta di saggi affronta un nodo tematico e storiografico di grande rilievo – la secessione parlamentare successiva all’omicidio Matteotti – restituendo profondità e complessità a quell’evento cruciale, su cui nel biennio 1924-1926 si plasmarono le posizioni e le identità che animarono l’antifascismo dei decenni successivi. I saggi qui raccolti rispondono all’esigenza di sottrarre il dibattito politico aventiniano dall’abbraccio soffocante del delitto Matteotti – che ne è ovviamente la causa prima – per analizzare sul lungo periodo il senso e il valore di una scelta antifascista in grado di riverberare la propria influenza lungo i decenni della dittatura e, dopo la caduta del regime, durante gli anni della Resistenza e della rinascita democratica.
L’intento programmatico del volume è riassunto efficacemente nell’introduzione dei due curatori, i quali sottolineano come una lunga stagione di studi abbia «preso di mira l’impotente opposizione messa in campo dall’Aventino, accusandola di aver contemporaneamente rinunciato all’ordinaria politica parlamentare e all’extrema ratio dell’atto di forza anti tirannico». A tale “sfortuna storiografica”, tuttavia, corrisponde un recente «ritorno di interesse per l’Aventino come spartiacque cruciale nella maturazione democratica delle forze che ne furono protagoniste» (p. 7). In questo senso, è possibile ripensare la secessione parlamentare come un tornante di lungo periodo e, dunque, non solo «come fase finale della crisi dello Stato liberale, ma anche come avvio di una transizione che coinvolse le stesse forze che si erano rivelate politicamente incapaci di risolverla» (p. 8). L’importanza cruciale di ciò che andò maturando nei mesi dell’esperienza politica dell’Aventino si rivela nel superamento – difficile, tormentato, continuamente rimesso in discussione, ma infine raggiunto – delle divaricazioni prefasciste, soprattutto per quanto atteneva all’incomunicabilità tra socialisti e popolari e all’alleanza difficile tra popolari e liberali. Ancora, sottolineano i due curatori, «il precedente aventiniano funse da archetipo delle solidarietà interpartitiche riattivate dai Comitati di liberazione nazionale a cui si aggiunse il Partito Comunista assente dal fronte secessionista». Un’esperienza, inoltre, che venne rivendicata da Alcide De Gasperi (l’unico leader aventiniano sopravvissuto al fascismo) quale eredità a cui ancorare la politica centrista della Democrazia Cristiana (pp. 8-9).
Il volume raccoglie dodici saggi che offrono innumerevoli spunti per analisi e riflessioni. Vi è, innanzitutto, uno sguardo sulla fortuna storiografica della secessione nella storia della Repubblica (Federico Mazzei) e una ricognizione sullo “stato del fascismo” dopo il delitto Matteotti (Paolo Nello). Sono poi analizzati il ruolo fondamentale di Giovanni Amendola (Elio D’Auria), la posizione del mondo socialista diviso tra i riformisti turatiani promotori dell’Aventino e i massimalisti fortemente scettici (Claudia Baldoli), quella del Partito Popolare e del mondo cattolico, altrettanto problematica (Antonio Scornajenghi). Seguono due ricerche inedite: la prima sull’articolazione territoriale dell’Aventino a Bergamo, in cui si ripercorre il dibattitto a livello locale durante la crisi più grave del nascente regime (Giovanni Scirocco), la seconda sulle reazioni e le interpretazioni della secessione parlamentare in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti attraverso la lente della stampa (Jacopo Perazzoli), che molto ci dicono sull’atteggiamento di tolleranza di quei paesi, dei loro governi e opinioni pubbliche (ad eccezione di alcune frange fortemente politicizzate), rispetto al governo fascista. Vi sono poi i saggi che ripercorrono le posizioni di chi decise non partecipare alla secessione: i comunisti, innanzitutto (Aldo Agosti), che, pur riconoscendo la necessità di opporsi al fascismo, scontarono da un lato la posizione intransigente del Comintern e dall’altro la consapevolezza dell’inefficacia dell’opposizione parlamentare, a cui però corrispondeva l’impossibilità di imporre una trasformazione rivoluzionaria dell’antifascismo di classe. Infine, i liberali: la vecchia classe dirigente che, intimorita, incapace di leggere con chiarezza la torsione che il fascismo impose alle istituzioni, finì con il sostenere le posizioni mussoliniane (Gerardo Nicolosi). E, in ultimo, Benedetto Croce (Eugenio Di Rienzo) che, tra molti distinguo e con un grande travaglio interiore, si dissociò dalla secessione e decise di votare la fiducia al governo per scongiurare pericoli maggiori. Chiudono il volume due interventi di notevole interesse, il primo sulla posizione del re (Andrea Ungari), il vero garante dello statuto, colui il quale avrebbe potuto (e dovuto) compiere il passo decisivo per il ripristino della legalità; il secondo sulla progettata riforma costituzionale (Simona Mori), cui si dedicò la cosiddetta “Commissionissima”, istituita già nel 1918 e che, senza giungere a conclusioni efficaci, mise in luce l’avvio del dibattitto sulla trasformazione dello Stato in senso corporativista.
Tutti i contributi sono molto ricchi di spunti di riflessione e di discussione, ed è naturalmente impossibile qui richiamarli tutti. Alcuni temi tuttavia si possono evidenziare. Innanzitutto emerge con chiarezza come, in ogni schieramento politico, il dibattito sulle conseguenze del delitto Matteotti, sulla natura del governo Mussolini e sulla necessità di una presa di posizione che riportasse il paese nell’alveo della legalità costituzionale fosse serrato, continuo, spesso drammatico. Nel contempo si coglie, nelle parole dei protagonisti della secessione, la convinzione di essere ormai giunti alle fasi finali del fascismo: l’illusione che il movimento di Mussolini fosse ormai agonizzante impedì di coglierne la vera trasformazione. Ma, soprattutto, ci si cullò nella vana speranza che il re si muovesse a difesa dello Statuto Albertino e della legalità. Su questo equivoco, associato alla “grande paura” di un ritorno al caos del biennio rosso, si giocò la grande crisi dei liberali, in attesa di una mossa risolutiva di Vittorio Emanuele III. Se le responsabilità della classe dirigente liberale furono innegabili, altrettanto se non più gravi – si potrebbe dire eversive – furono quelle della monarchia, che da quel momento legò indissolubilmente la propria sorte a quella del fascismo.
Va detto che le suggestioni più feconde sembrano venire da quei soggetti politici che non si limitarono ad animare il dibattito all’interno dell’alveo parlamentare, ma calarono la crisi aventinana nella trasformazione sociale che attraversava il paese. Sono cioè le posizioni gramsciane, gobettiane, di un antifascismo che si legava ad una analisi nuova della crisi sistemica del paese. In quest’ottica, sebbene vada riconosciuto il ruolo inestimabile di Giovanni Amendola, il vero animatore dell’antifascismo aventiniano sulla base di posizioni limpidamente liberaldemocratiche, nel saggio a lui dedicato convincono poco le obiezioni rivolte a chi definì la secessione «un’opposizione morale incapace di sovvertire gli equilibri politici su cui regnava il fascismo» (p. 79). La polemica che si sviluppò tra Amendola e Gobetti, se da un lato segnalava l’impossibilità di conciliare due posizioni così diverse, dall’altro indicava un tema vero, cioè quello del ruolo delle masse nella nuova fase storica. La proposta gobettiana di proclamare uno sciopero generale unitario dopo l’omicidio Matteotti andava esattamente nella direzione di un coinvolgimento di massa nell’opposizione al fascismo, ma tale eventualità si scontrava con le posizioni liberali e amendoliane, per cui era concepibile solo un’azione strettamente legalitaria. Se rottura vi fu tra le opposizioni aventiniane, sembra difficile attribuirla esclusivamente al «confusionarismo ideologico in cui viveva il giovane intellettuale torinese […] le cui critiche […] fortemente influenzate dal settarismo dei comunisti piemontesi, si protrassero per alcuni mesi […] accentuando la frattura apertasi tra le file degli oppositori» (p. 87). La critica di Gobetti, cui non mancava una verve polemica particolarmente incisiva, coglieva un punto centrale e cioè la mancata capacità del mondo liberaldemocratico di rappresentare le masse, di entrare in contatto con esse, non potendo dunque fare altro che “opposizione morale”. (p. 90). L’idea amendoliana che «l’immissione delle masse nella vita dello Stato dovesse avvenire in maniera ordinata, seguendo le vie del diritto» si scontrava con la realtà di un paese dove le classi dirigenti si avviavano a sovvertire quello stesso diritto utilizzando una forza politica che puntava più alla sottomissione che all’integrazione.
In conclusione, la vera ricchezza dell’esperienza aventiniana sembra risiedere, come già richiamato, nello spessore e nella complessità del dibattito tra forze diverse e all’interno degli stessi partiti, laddove si avviò una riflessione in grado di trasformare radicalmente la militanza antifascista ponendo le basi per la costruzione di uno stato democratico, animato dalla rappresentanza di tutti i cittadini. In ultimo, il valore di questo volume, come di altri che si soffermano sul momento cruciale in cui una democrazia liberale (seppur con tutti i limiti noti del caso italiano) si suicida – o “viene suicidata”, e si pensi alla Repubblica di Weimar – risiede nel fornirci gli strumenti per cogliere i segnali di pericolo che ci giungono dalle nostre arrancanti democrazie. Queste, apparentemente incapaci di dar voce in modo adeguato ai nuovi bisogni, lasciano che forze reazionarie ed eversive se ne intestino la rappresentanza, spesso sostenendo la necessità di “riforme” e stravolgimenti costituzionali nel nome degli interessi della nazione.
di Paola Signorino

