Un omaggio al teatro napoletano del Novecento dal cinema di oggi
Figlio d’arte, brillante attore di teatro, volto noto e apprezzato della TV (ad esempio nelle serie tratte dai romanzi pubblicati da Einaudi dei napoletani Maurizio De Giovanni e Diego De Silva), Massimiliano Gallo, classe 1967, fieramente napoletano di nascita e di appartenenza culturale, ha realizzato – con la sinergia della casa di produzione sua e di Rino Pinto F.A.N. Fabbrica Audiovisiva Napoletana (che ha prodotto il bel docufilm su Roberto Bracco antifascista), con Panamafilm di Riccardo Brun, Paolo Rossetti e Francesco Siciliano e con il contributo di Rai cinema – la sua opera prima da regista. La salita, immortalata in una delle immagini iniziali, l’ascesa verso il carcere minorile di Napoli sull’isola di Nisida dopo un bagno al mattino, anche questo altamente simbolico, è un film solare che parla di riscatto. Quell’immagine così potentemente simbolica della salita rimanda a un girone dantesco ed evoca – mi si consenta l’azzardo del paragone – immagini di ascesa come le riprese degli operai sul monte del grande fotografo brasiliano Sebastiäo Salgado. In quel caso le drammatiche immagini testimoniali in bianco e nero e di denuncia non contemplavano un possibile riscatto, qui invece la luce investe il promontorio di Nisida e il dinamismo della salita è l’anticipazione di una possibilità che questo film, controcorrente rispetto alle trite narrazioni sulla Napoli malata inguaribile di camorra, vuole con vitalità e fermezza indicare. Il film racconta la storia di Eduardo De Filippo, che all’inizio degli anni Ottanta fece uno spettacolo nel carcere di Nisida con i detenuti e le detenute, per una trasferimento temporaneo di 18 detenute dal carcere di Pozzuoli causa attività sismica. Era la prima volta, probabilmente, che un artista si impegnava con la popolazione penitenziaria. L’elemento di finzione, il romance aggiunto, l’incontro tra un piccolo criminale e la vedova di un boss, porta a una scelta e mostra, questo l’ingrediente edificante, la via verso la salvezza. Il giovane protagonista, bellissimo nella sua aria di innocenza, seppur legato da una promessa a gran sorpresa decide di non seguire la cattiva strada, che è quella che gli porterebbe un grosso guadagno, ma di optare per l’incertezza della via che gli educatori del penitenziario gli hanno raccomandato e che lo porterà al successo. La storia di amore non consumata e la scelta del riscatto implicano un sacrificio, non tutto è salvabile, ma anche questo è comprensibile e fa parte della vita. Viene in mente il Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. In entrambi l’amore non realizzato del giovane appassionato protagonsita è sublimato da adulto nella carriera artistica, lì il cinema qui il teatro. C’è anche un personaggio che imbraccia una telecamera, che è un Massimo Troisi in nuce. Magistrale l’interpretazione da parte di Mariano Rigillo di Eduardo De Filippo che, a sua volta, compare alla fine in immagini di repertorio degli inizi degli anni Ottanta. Rivolgendosi ai giovani detenuti, ma guardando nella telecamera, parla con severità a chi li ha “messi al muro”. Commosso e durissimo, con il suo volto-maschera che mostra la miseria della città, pronuncia con voce alterata e occhi lucidi e di rimprovero: «io vi assolvo!». Se il registro ha a tratti un che da intrattenimento, si deve al fatto che il film si rivolge a un pubblico ampio che comprende i ragazzi di vita. Alcuni elementi come il sacro, che aleggia sul carcere e fuori del carcere, dissacrato e in forma di superstizione, la splendida fotografia di Davide Sondelli, la “struggente” (parola riferita ad altro nella sceneggiatura) colonna sonora di Enzo Avitabile, con testi che sfiorano il lirismo e ritmi che accompagnano le immagini come pulsazioni del bradisismo, rendono questo film di memoria e riscatto napoletani altamente godibile.
di Ilaria de Seta


