Ester Parri, Il ricordo è l’unica difesa. Il manoscritto ritrovato di una donna antifascista, a cura di Francesca Parri e Andrea Ricciardi, Solferino, Milano 2026

Il manoscritto di Ester Parri, ritrovato dalla nipote Francesca mentre si accingeva a svuotare la casa dei nonni, ha una storia davvero singolare. Scritto sul retro di vecchi fascicoli dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa tra il 1950 e il 1953, messo in una vecchia valigia di vimini abbandonata su un armadio, è rimasto lì, nascosto e sconosciuto, per riapparire a più di settant’anni dalla sua scrittura come una vena di materiale prezioso che riemerge, inaspettata e sorprendente. La decisione di pubblicare lo scritto della nonna, sapendo che avrebbe comportato un grande lavoro di trascrizione, revisione, verifica – oltre che un investimento emotivo importante, nel ritrovare la voce di una persona molto amata – ci permette oggi di ascoltare “la versione di Ester” dei due lunghi mesi in cui i coniugi Parri sono stati nelle mani dei nazisti. La vicenda è nota: nei primi giorni del gennaio 1945 vengono arrestati a Milano, portati a San Vittore, e poi separati. Ferruccio, riconosciuto da un poliziotto che lo aveva già arrestato, viene interrogato e tenuto prigioniero dai nazisti nell’Albergo Regina, sede del comando tedesco – uno dei luoghi più bui e terribili della Milano nazifascista – mentre Ester resta a San Vittore ignara della sorte del marito e del figlio Giorgio, giovane partigiano. Il racconto di quei due mesi di «desolata disperazione» (p. 13) è il filo conduttore del manoscritto, intessuto di continui flashback che raccontano i lunghissimi venti anni di militanza antifascista della famiglia Parri.

Il lavoro di revisione del testo ci consegna uno scritto dal significato molteplice: un documento importante, una fonte primaria per la ricerca, una ricostruzione memoriale elaborata in un contesto temporale non troppo distante dagli eventi, ma anche un vero e proprio romanzo, una voce letteraria forte, intensa e cristallina. Proprio per non alterare il piacere di una lettura “immersiva”, il fondamentale apparato di note curato da Andrea Ricciardi è stato posto alla fine del volume. Note che, da sole, costituiscono una sintesi impeccabile delle vicende storiche del periodo: eventi e personaggi, nomi noti e meno noti, pseudonimi di combattenti e cariche ricoperte dagli aguzzini, infiltrati, spie, e una moltitudine di partigiani molti dei quali catturati e uccisi. Dal racconto di Ester Parri e dalle note storiche emerge con chiarezza l’enorme prezzo di dolore pagato per la libertà e la dignità del nostro paese.

Filo conduttore è il ricordo, significativamente sottolineato nel titolo del volume, anche se – come ricorda Francesca Parri nell’introduzione – Ester aveva chiamato i suoi “appunti” Varietà del mestiere di moglie, espressione in cui si coglie la vena ironica di una donna che, totalmente aliena dall’idea di apparire e di mettersi sulla scena come comprimaria, sa benissimo quanto sia stato rilevante il suo ruolo nell’antifascismo italiano come compagna “alla pari” di uno dei leader della Resistenza. Il ricordo, dunque, assume nel racconto una duplice valenza. Da un lato, l’atto del ricordare è fondamentale per tornare a sottolineare l’altissimo valore della battaglia antifascista e resistenziale in un periodo, i primi anni Cinquanta, in cui la disillusione, il disincanto e l’amarezza per l’impossibilità di costruire davvero un’Italia rinnovata, completamente ripulita dai miasmi degli anni del regime, sono ben presenti in molti antifascisti e, in particolare, tra gli ex azionisti. Dunque, dice Ester, «l’essenziale è che vada disperso il meno possibile di ogni slancio di onesto disinteresse, di generosità assoluta, di sprezzo del pericolo, di altruismo spinto all’estremo limite […], perché di un pugno di uomini che in un momento cruciale seppero potenziare ogni innata virtù civica non vadano perduti gli slanci che li hanno nobilitati». È per questo, aggiunge, che «si deve ricordare, prima che la troppa amarezza sommerga nello stesso grigiore il bene e il male». Ma il valore del ricordo è ancora più potente, poiché riconferma e ribadisce la profonda giustizia dell’ideale antifascista, dove non tutti sono invitati o ben accetti: «i sordi e i ciechi non sono invitati né a ricordare né a commemorare, senza rancore e con qualche sprezzo ed insieme misericordia per parte nostra per la loro infermità, infermità incurabile, dalla quale il nostro ricordo è la sola valida difesa» (pp. 13-14). Parole potentissime che ancora oggi, da sole, valgono come risposta inappellabile a chi pensa di poter equiparare aguzzini e combattenti per la libertà.

Se dunque il ricordo ha un valore fondante nel ribadire la scelta civile dell’antifascismo, nel “romanzo di Ester” il ricordare è l’àncora a cui aggrapparsi nei momenti disperanti tra il gennaio e il marzo 1945 in carcere e, una volta liberata, mentre cerca di conoscere la sorte del marito e del figlio. Nelle ore angoscianti delle lunghe attese, il ricordo permette a Ester di rimanere salda nelle sue convinzioni, ripassando mentalmente gli avvenimenti di una vita “da cospiratori”, di cui rivendica la giustezza e gli ideali inscalfibili. Ma è anche l’àncora affettiva, in cui scorrono i momenti felici della famiglia Parri, i legami profondi di amicizia tra antifascisti di ogni provenienza, il “bene” che, nonostante tutto, la varia umanità che si affolla nei tribunali, nelle carceri, nei luoghi del confino riesce a trasmettere. Il ricordo la salva dalla “desolata disperazione” che l’attanaglia in carcere e fuori, in modi diversi ma sempre pesantissimi, nei lunghi momenti di vuoto e di attesa: il continuo ricorrere al passato in cerca di speranza, scrive, la consola e la rafforza. A San Vittore Ester non sa dove siano il marito e il figlio, è in un limbo angosciante in cui deve capire di chi si può fidare e di chi si deve fidare, sovrastata da un assillante senso di colpa. Abituarsi al carcere, alle voci, al silenzio, decifrare le poche parole di una suora, rifuggire dalla brutalità di Franz Staltmayer, la “belva” responsabile del settore tedesco del carcere, il ragionare compulsivamente su cosa rispondere mentre si avvicina il momento dell’inevitabile interrogatorio: queste le sue lunghissime ore, alleviate dai ricordi e dal gatto Tripoli. Una volta liberata, inizia un nuovo tormento in cui deve nuovamente affidarsi alla sua capacità di discernere per poter ottenere notizie del marito, inquadrare gli avvenimenti, consapevole di essere in una dimensione che ormai supera le sorti dei singoli mentre si delinea l’imminente disfatta tedesca, in cui è cruciale mantenere lucidità e freddezza per arrivare vivi alla fine del nazifascismo. In una Milano spettrale, piegata dal freddo, dalla fame, dai bombardamenti, dalla paura della brutalità ormai senza alcun controllo delle bande fasciste, Ester si muove costantemente, da un ufficio all’altro, da una casa amica a luoghi di appuntamenti imprevedibili, tra persone fidate e improbabili personaggi di una nobiltà ambigua e trafficona, tra promesse e mezze parole. In questo suo continuo aggirarsi per la città, le descrizioni dei viali bombardati, delle case diroccate, degli spuntoni degli alberi abbattuti e bruciacchiati, dei volti degli operai che prendono il tram al mattino presto, stanchi sfiduciati sfiniti, i dettagli che le restano impressi per sempre – i colori di un abito, le righe di una cravatta, l’odore del minestrone, il sapore amaro del surrogato di caffè – tutto ci restituisce la crudeltà degli ultimi mesi di guerra, il dolore per quella quotidianità crudele a cui il fascismo, con la sua scelleratezza, ha costretto gli italiani (e come non ricordare, qui, il volume di Marco Cuzzi, Seicento giorni di terrore a Milano. Vita quotidiana ai tempi di Salò, Neri Pozza 2023). Nella trama fitta della vita “normale” si annidano anche i semi dell’antifascismo, le ragioni profonde della lotta resistenziale: è qui, nelle descrizioni della gente normale, che si rinnova la promessa di libertà. Nel racconto di Ester non c’è la “politica” intesa come racconto delle mediazioni tra posizioni diverse, le trattative per mantenere l’unità del CLN, i progetti istituzionali e i rapporti con gli alleati. Tutto questo esiste ed è indispensabile, ma la storia, qui, si dipana nella quotidianità delle scelte: nelle portinaie che non rivelano le vere identità degli inquilini, nei ragazzi che scelgono di aiutare un’antifascista, nelle parole dell’amica che dice «sentissi come si parla chiaro nel mercato e nei negozi. È passato il tempo del silenzio […], nelle fabbriche sono tutti stufi, e al minimo segnale insorgono tutti, come un uomo solo» (p. 120). Ed è Ester stessa che riconosce come la sua pena si inquadri in quella «che sconvolge il mondo intero […] e ha la medesima origine: il desiderio di un mondo migliore» (p. 216). Alla fine, questo è il nocciolo che muove i vecchi antifascisti, i giovani resistenti, i partigiani costretti ad imbracciare le armi e a rischiare la morte per poter vivere. Anche qui, è necessario ricordare un volume, quello di Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza 2023. In questa umanità, che si muove incessantemente, le donne hanno un ruolo fondamentale. Sebbene Ester ammetta di non avere un rapporto facile con loro, di non sentire quell’immediata vicinanza e solidarietà che ci si aspetterebbe, e di nutrire una sostanziale sfiducia nei confronti delle moltitudini di donne che hanno appoggiato e applaudito il regime (ma altrettanto lucidamente si chiede perché mai si dovrebbe pretendere dalle donne di essere migliori degli uomini), nonostante ciò la sua storia è costellata di figure femminili. Le amiche, le compagne carcerate, la suora di San Vittore, le madri di cui accoglie il dolore profondissimo: madri che raccolgono i figli morti, e non solo i propri, che con atti sovrumani strappano i figli alla morte, che vivono nonostante tutto non sapendo se la morte ha già portato via gli esseri più amati, madri che accettano e nascondono la paura e il dolore. Ester ricorda così la sua propria madre, e ne riconosce la forza ora che lei stessa è in pena per il figlio. Emerge, infine, in ogni pensiero e in ogni parola, il legame profondissimo tra Ester e Ferruccio: una totale condivisione di ideali che, nonostante le difficoltà, non incrina mai il sodalizio profondo, la conoscenza intima che uno ha dell’animo dell’altra e viceversa. In uno dei momenti di massima difficoltà, mentre è prigioniero all’Albergo Regina, oltre a raccomandarle come sempre di “stare tranquilla”, Ferruccio le dice: «qualunque cosa accada vivi come siamo sempre vissuti» (p. 110). C’è, in questa frase, la fermezza di un ideale assoluto, condiviso, non negoziabile: un antifascismo etico, prima ancora che politico, che non può non richiamare le parole del testamento di Umberto Ceva (su cui si rimanda al volume di Fiorella Imprenti, I Ceva: una famiglia antifascista e repubblicana. Vite di Bianca, Adele, Umberto e Elena, Viella 2025), e che Ester condivide totalmente, facendone il perno della propria vita. Sulla base di questa complicità assoluta, non sorprende come di fronte agli interrogatori del 1945 ambedue, l’una all’insaputa dell’altro, scelgano la medesima condotta, le medesime risposte.

Lungo tutto lo scritto di Ester si incontra una moltitudine di personaggi, noti e sconosciuti, di cui l’autrice sa restituire le caratteristiche con pennellate veloci, pulite, e dei quali ci trasmette l’intima passione: commoventi i ritratti di Carlo Rosselli, che non amava i gatti, o di Duccio Galimberti, «il più bello di tutti» (p. 219). Soprattutto sa raccontare la tenacia, la trama fitta degli affetti, la capacità invisibile di tessere, cucire, tenere in vita che le donne hanno saputo praticare nei momenti più cupi, richiamando alla mente, per bravura di scrittura, un breve e intenso romanzo di Fausta Cialente, Un inverno freddissimo, storia commovente di una donna che, nella Milano dolente del 1946 così simile a quella descritta da Ester, ritesse le basi di una normalità perduta nel dolore del fascismo e della guerra, grazie a uno sguardo austero, pratico, che non rinuncia mai alla speranza di rinascita di una primavera che promette la delicatezza di una nuova vita.

Il racconto di Ester s’interrompe bruscamente, ma da un suo articolo del 1947 sappiamo che riesce finalmente ad incontrarsi con Ferruccio il 20 aprile 1945 a Locarno: ritrova un marito sano e salvo ma contrariato, scontroso, nervoso per non aver potuto partecipare all’insurrezione del 25 aprile e ansioso di ripartire subito per Milano. Ma a questo punto Ester, «placida, serena come il cielo di Locarno», sa di aver «ritrovato quella materna preveggente calma che credevo di aver perduto per sempre» (p. 254).

di Paola Signorino


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