di Marcelo Enrique Conti

È una bella mattina di sole il 9 novembre 1976 a Buenos Aires. Un ragazzo di neanche venti anni si alza prestissimo. Non fa neanche colazione per uscire di corsa da casa, per andare a svolgere il servizio militare nella prefettura, attività che gli consente di frequentare nel pomeriggio la facoltà di Agraria all’Università. Si avvia per andare alla fermata dell’autobus, quando quattro persone armate lo aggrediscono, lo gettano nel sedile posteriore della macchina che riparte in velocità. Pochi secondi e scompare dalla vita della sua famiglia e dalla sua stessa vita: così si diventa desaparecido.

Il 20 febbraio è stato presentato presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma il libro “Gira così” (ed. Nuova Cultura, Roma 2021), di Marcelo Enrique Conti, professore di Management Ambientale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università La Sapienza di Roma, classificato nel World’s Top 2% Scientists della Stanford University che fa riferimento agli scienziati più autorevoli del mondo. Il libro ha la prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace 1980. Con l’autore ha dialogato Cristina Simone, professoressa di Management Ambientale, presso la stessa Università insieme a Enrico Calamai, già console a Buenos Aires che è riuscito a portare in salvo moltissimi ragazzi negli anni che seguirono il colpo di Stato da parte dei militari che destituirono la presidente Isabel Martinez de Peròn.

Solo tre anni prima, il giovanissimo diplomatico Calamai era stato mandato in Cile, dopo il golpe che aveva portato alla morte violenta del presidente Salvador Allende. Era seguita una terribile repressione e tutti coloro che erano stato arrestati, in migliaia, erano stati portati nello stadio di Santiago. Il generale Videla, quando fece cadere il governo argentino, fu più prudente: le persone arrestate sparivano letteralmente. Calamai notava che la vita continuava in maniera tranquilla, con le normali attività quotidiane come andare al cinema, al ristorante o fare la spesa: e coloro che non si vedevano più in giro? Su di loro correvano voci, si diceva che avessero preso brutte strade legandosi a organizzazioni sovversive o che, quasi certamente, il rapimento era dovuto a dissensi interni ad associazioni clandestine difficilmente identificabili. Purtroppo, per coloro che avevano organizzato queste sparizioni di massa, cioè il governo militare, i desaparecidos avevano parenti, famigliari, amici che non si rassegnavano alla scomparsa di coloro che, tra l’altro, appartenevano alle generazioni più giovani e che, quindi, bussavano a tutte le porte comprese quelle del console Calamai.

Sono stati 30.000 i desaparecidos, i cui corpi non furono trovati, neanche in fosse comuni perché i loro corpi finivano nel Rio della Plata o nell’oceano, gettati da aerei, dopo essere stati sedati, per evitare reazioni. Attualizzando, attraverso l’Operazione Condor con altri regimi militari sudamericani, quello che era avvenuto nei forni crematori dei campi di concentramento nazisti, dove veniva cancellata qualsiasi traccia dei corpi degli  ebrei, come se non fossero mai nati.

Per 18 mesi il giovanissimo Conti viene tenuto in prigione finché grazie ad una serie di circostanze favorevoli (la cittadinanza italiana dovuta al nonno Vincenzo, emigrato con la moglie dalla Sicilia; una partita di calcio internazionale che rende necessario mostrare un volto più accattivante della dittatura argentina al mondo) consente l’apertura di un procedimento per lasciare l’Argentina e arrivare in Italia.

Il ragazzo che arriva ha vissuto già gli aspetti più crudeli della vita, quindi come orientarsi, come trovare la forza di tornare a vivere? Il racconto si svolge attraverso una modalità di scrittura che l’autore assimila al continuo movimento delle onde del mare. Ora alte, ora basse, mai ferme. È l’età del passaggio da ragazzo a uomo già di per sé complicata, ma lui deve affrontare molto di più. Un nuovo paese, l’Italia, senza l’appoggio della famiglia rimasta in Argentina, la scelta degli studi da proseguire, il tentativo degli altri fuoriusciti di agganciarlo per continuare la “rivoluzione” tornando in Argentina, la cui fine sarebbe stata certamente la “morte nobile” di chi ha deciso che la vita non può dare più nulla. E, sullo sfondo, il rapporto con il suicidio del padre prima del rapimento, difficile da capire perché era un economista di valore, studioso e autore di libri importanti, che aveva fatto parte con successo del governo di destra del suo paese.

Facile smarrirsi in quella situazione: per capirla insieme al percorso per venirne fuori  occorre solo lasciarsi andare alla lettura di “Gira così”,  di come sia stato possibile superare quei baratri per ritrovare la base della vita umana dalla quale ripartire. Fondamentale accettare il rapporto con gli altri, le donne e gli uomini, per vivere il quale è necessario trovare il modo per sapersi separare di volta in volta da ogni situazione, anche la più difficile, senza nasconderla, “sapendo aspettare il tempo giusto”, ci racconta l’autore, per riprendere la propria vita da vivere e da condividere con gli altri.

Le storie del professor Conti e del console Calamai sembrano stranamente attuali. Viene da chiedersi: chi sono i “desaparecidos”, i “dannati della terra” oggi? Parole come “globalizzazione, neoliberismo” non avevano contenuti quando il giovane Marcelo Enrique Conti venne tolto alla sua vita. La crisi dell’Occidente e l’esigenza di trovare risorse per mantenere uno stile di vita sono attualmente problemi con cui confrontarsi. Ma pensare di risolverli cercando il capro espiatorio nei poveri e negli immigrati non si sta rivelando la strada giusta. Escludere parte del mondo, composta da centinaia di milioni di persone, in favore di pochi nelle cui mani si concentrano sempre di più ricchezze enormi, non può essere il modo per  risolvere i problemi.

La professoressa Simone, esperta di piattaforme digitali, nel riconoscere gli enormi vantaggi delle loro applicazioni in alcuni campi, come nella sanità, ha evidenziato il rischio che si corre nel passare dallademocrazia partecipativa verso una democrazia basata quasi esclusivamente sul rispetto delle procedure. Fanno riflettere le riflessioni di Enrico Calamai che, pur inserito nella struttura diplomatica italiana accreditata presso la dittatura argentina, si è comportato, nonostante la giovane età, in maniera diversa e, per usare le sue parole, facendo propria la scelta di fare “quello che si doveva fare” rispetto a quello che i governanti argentini e le alte sfere internazionali “volevano che si facesse”.

di Sonia Marzetti

 

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