La prima volta che Arturo Colombo si è occupato di Piero Gobetti è stato il 23 febbraio 1966 con un articolo sul Resto del Carlino intitolato “Attualità di Gobetti”. Allora mio padre aveva trentatré anni, dieci anni in più rispetto a quando Gobetti, nella notte fra il 15 e il 16 febbraio 1926, moriva esule in Francia (a soli 24 anni) per le violenze subite dalle camicie nere torinesi, decise a tutto pur di «mettere a tacere il coraggio intellettuale e l’intransigente fierezza di un avversario severo», intransigente quanto inarrestabile, in quell’Italia dove «tanti, troppi – scriveva Colombo – bruciavano granelli d’incenso al padrone di turno, che imponeva l’autoritarismo del “credere, obbedire, combattere”».

Con Gobetti – con i dovuti distinguo – mio padre aveva in comune delle “affinità elettive”, delle caratteristiche morali, una cifra stilistica che ne avrebbe contraddistinto l’opera professionale (come storico e come giornalista), sia nell’insegnamento (in primis all’Università di Pavia, ma anche in quelle di Firenze e Bergamo), sia come appassionato organizzatore di cultura, dentro e fuori dall’Italia (tra le tante iniziative mi è davvero difficile dimenticare quella alla Società Umanitaria, nel 2005, dedicata alla corrispondenza tra Piero Gobetti e la moglie Ada, con le toccanti letture di Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi).

In questo numero di Lettera ai compagni, ricordando il centenario della scomparsa di Gobetti, mi sono permesso di fare un montaggio di tre suoi articoli, scritti nel corso degli anni, sempre in concomitanza di un anniversario (il quarantennale sulResto del Carlino, il cinquantesimo sul Corriere della Sera, il settantesimo sul Corriere del Ticino), sempre dando un taglio diverso all’articolo che andava componendo. Vuoi soffermandosi sugli scritti, vuoi sottolineando la tempra di un giovane intellettuale capace di circondarsi della miglior gioventù intellettuale di quegli anni, vuoi ricordando quell’energia inarrestabile, suscitatrice di un riconquistato «senso di responsabilità, una genuina volontà di dedizione e di spirito di sacrificio». Anche quello estremo, quello di chi fin dal primo dopoguerra era impegnato ad imprimere una svolta cruciale nell’opposizione ad un movimento illiberale che presto sarebbe divenuto regime, insediandosi in Parlamento e nelle piazze di tutta Italia.

Quella che emerge da questi tre articoli (come, del resto, dal documentario “Piero Gobetti, ricordo a più voci”, il primo della serie “Protagonisti dell’antifascismo”, che mio padre realizzò a partire dal 1976 per la Televisione della Svizzera Italiana) è una figura esemplare, una testimonianza civile rara e struggente, che purtroppo ben si abbina a questi nostri tristi tempi, dove la legge del più forte, la violenza verbale e un pressapochismo sempre più antidemocratico sta diventando una pessima e pericolosa abitudine, che richiama le tinte fosche di un non lontano passato. Del resto, per Gobetti il fascismo non era forse «l’autobiografia della nazione»?

Claudio A. Colombo



L’eredità morale di Piero Gobetti
di Arturo Colombo

Sono passati cento anni da quella drammatica notte tra il 15 e il febbraio 1926, quando in una clinica parigina moriva esule Piero Gobetti, dopo aver abbandonato da appena dieci giorni la “sua” Torino per sfuggire alla crescente (ormai rabbiosa) persecuzione fascista e continuare al di là delle Alpi la severa consegna del “non mollare”, con l’intento di inaugurare una grande casa editrice europea e proseguire così la sua opera di «organizzatore di cultura di straordinario valore» (come lo definirà Antonio Gramsci).

Non aveva ancora venticinque anni, ed era stato costretto a lasciare l’Italia dopo una serie di violenze, di arresti e di persecuzioni da parte dei fascisti torinesi, decisi a tutto pur di mettere a tacere il coraggio intellettuale e l’intransigente fierezza di un avversario così severo e implacabile (persino Mussolini era intervenuto col famoso telegramma al prefetto e l’invito perentorio a «vigilare per rendere nuovamente vita difficile questo insulso oppositore del governo et fascismo»).

In pochissimo tempo – tra il 1919 e il 1926 –, col vigore di un’intelligenza eccezionale e con l’esuberanza di una giovinezza instancabile, questo «prodigioso ragazzo» (come l’aveva definito con un’efficacissima immagine Augusto Monti, che gli fu insegnante di liceo,) era riuscito a dar vita a tre riviste – Energie nove, La rivoluzione liberale e Il Baretti – dove aveva saputo raccogliere intorno a sé il gruppo più vivo e più rappresentativo dell’intelligencija italiana, dai grandi nomi di Croce, Einaudi, Salvemini, Pareto, Amendola, Sturzo e Mondolfo, fino alle nuove leve di Rosselli e Gramsci, Guido Dorso e Montale, Filippo Burzio e Natalino Sapegno, Riccardo Bauer e Umberto Terracini.

Fin dal fisico Gobetti lasciava trasparire un suo tratto “protestante”, con quella capigliatura arruffata e gli occhialini da intellettuale, che non si riposa e non si risparmia mai. Forse, aveva anche un pizzico di giovanile superbia, che lo portava ai giudizi taglienti, alle definizioni graffianti, che lasciavano il segno. Eppure, basta considerare quanti degli intellettuali di quegli anni sarebbero finiti fra i cortigiani opportunisti (e quale infima minoranza, invece, avrebbe saputo scegliere la strada opposta del “non mollare”, come Ignazio Silone per fare un nome), per rimanere ancora oggi ammirati dalla lucidità e dal coraggio civile di questo giovane, che nel marzo del ‘24 non solo ripete «guerra agli apolitici», ma indica l’unica alternativa possibile: «O nella corte dei nuovi padroni o all’opposizione», aggiungendo con un severo richiamo morale: «Chi sta in mezzo, non è indipendente, non è disinteressato».

Questo anniversario può servire quindi da spunto e da ottimo pretesto per un invito a leggere (o a rileggere) alcune delle opere, o almeno delle pagine più tipicamente gobettiane, così da comprendere meglio il genuino valore del suo insegnamento, e nello stesso tempo portare avanti il discorso, critico e metodologico, sulle diverse, talora opposte interpretazioni che il suo pensiero politico, la sua azione giornalistica e la sua attività storiografica hanno sempre suscitato. Le sue pagine costituiscono infatti uno strumento prezioso per chi voglia avvicinarsi direttamente al Gobetti più noto e più caratteristico, al Gobetti della quotidiana battaglia, diretta non solo contro il fascismo insorgente e la politica di Mussolini, quanto contro la diffusa e pericolosa tendenza nostrana al compromesso, all’intrigo, alle manovre di corridoio e alle coalizioni ibride e false; insomma, al Gobetti che rifiuta il facile alibi dell’indifferentismo codardo, perché consapevole che chi fa una scelta simile è sempre (o quasi) in malafede e finisce presto o tardi per accettare il tradimento e mettersi comodamente dalla parte del vincitore.

Proprio per respingere questa minaccia e invocare con virile coraggio un «autentico spirito di sacrificio», Gobetti scriverà nel difficile maggio del 1919, con la sua prosa tagliente e inconfondibile, che «non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee, e credervi, e farne centro e scopo di sé stessi. L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di sé stessi, assenza di idealità… C’è da preferire gli intolleranti, gli uomini feroci di parte, pervasi da odio che non cessa. Questi prendono posizione, non sfuggono alle lotte. Ed è più umana la malvagità che la vigliaccheria». Ecco: in questo stile così nervoso e icastico, così aggressivo nella polemica e spietato nei giudizi, e così insuperabile nella capacità di colpire, attraverso rapide (e magistrali) notazioni psicologiche, l’essenza dei problemi e dei personaggi in gioco, non mi pare eccessivo cogliere soprattutto la testimonianza di un impegno morale (prima ancora di un indirizzo politico), il quale affonda le sue radici in una costante componente religiosa della personalità gobettiana, idealmente vicina alla forma mentis protestante, all’intransigenza quacquera (e non per nulla converrà ricordare la sua collaborazione a Conscientia, la rivista del gruppo evangelico battista di Roma).

Ma al di là del Gobetti, che reclama da ognuno un impegno severo e una coerente prova di onestà (un «esame di coscienza », come ha ben detto Norberto Bobbio) nel momento stesso in cui avverte che il problema fondamentale «è di dare degli esempi morali»; al di là del Gobetti che combatte la sua solitaria battaglia «per un nuovo costume di vita»; ecco, c’è anche l’altro Gobetti, il Gobetti studioso appassionato della nostra storia, che si trova nelle pagine, spesso citate (ma non sempre lette), di Risorgimento senza eroi, o de La filosofia politica di Vittorio Alfieri, e che rivive soprattutto in quel lucido «saggio sulla lotta politica in Italia», intitolato come la sua rivista più famosa: La rivoluzione liberale.

Lo so. L’interpretazione gobettiana, che in polemica con la storiografia aulica e “ufficiale” vuole vedere e ricostruire l’esperienza risorgimentale «controluce, nelle più oscure aspirazioni, nei più insolubili problemi, nelle più disperate speranze», porta all’amaro risultato di qualificare negativamente l’intero risorgimento come «una rivoluzione mancata», sia perché aveva finito per essere l’opera di minoranze isolate e non lo sforzo corale delle masse popolari, sia perché il contemporaneo fallimento di una genuina riforma religiosa aveva impedito lo sviluppo di un moderno spirito liberale, capace di sottrarre l’Italia dal secolare stato di arretratezza economica e culturale, per metterla al passo coi più civili paesi dell’occidente europeo.

Questo suo atteggiamento non in linea con la storiografia del tempo è ben lungi dal fare di Gobetti un “geniale dilettante”, piuttosto è un’ulteriore conferma di quale e quanto fosse integrale l’impegno gobettiano a servirsi della lezione della storia per meglio comprendere, attraverso gli avvenimenti del recente passato, il difficile travaglio e le tormentate inquietudini e i pericoli incombenti del tempo in cui viveva. Anzi, ripigliando un’immagine che fu cara a Giuseppe Prezzolini negli anni del suo sodalizio sulle colonne di Rivoluzione liberale, credo si comprenda meglio la lezione di Gobetti quando si veda in lui “lo storico del presente”, con i caratteri tipici (e i limiti naturalmente impliciti) di chi ha assorbito la lezione crociana e non dimentica mai che la storia è dialettica, è lotta, è scontro di uomini, di gruppi, di passioni, di idealità, e che gli sconfitti di ieri (o di oggi) possono diventare il fermento vivificatore per le vittorie di domani.

Non solo. È alla luce di questo insistente richiamo ai contenuti morali di ogni lotta politica, che si spiega il fascino e la continua attualità del liberalismo di Gobetti, al di sopra di qualunque partito, al di là di qualunque raggruppamento organizzato. Invitare oggi a riaprire i volumi dei suoi scritti non significa, dunque, soltanto far sentire la limpida voce di una coscienza integra, ma significa far scoprire nell’insegnamento di questo “disperato sacerdote” della religione della libertà il perenne valore dell’autonomia di giudizio e dello spirito di responsabilità individuale, senza di cui non può esistere un ordine civile indipendente che sia davvero a misura dell’uomo.

Nel suo costante appello ai principi della libertà come “liberazione” c’era una venatura libertaria, unita a una punta di estremismo puritano. E ancora oggi, leggendo i suoi scritti carichi di paradossi folgoranti, di invettive corrusche, di polemiche taglienti, si avverte che Gobetti concepiva l’impegno civile dell’uomo di cultura non come un mezzo per conquistarsi favori, prebende e potere, ma come un imperativo etico-politico per respingere e distruggere i mali, antichi e nuovi, della storia italiana: l’arroganza del potere, la demagogia, la retorica, l’obbedienza pavida e acquiescente, la cupidigia di servilismo, insomma tutti gli ingredienti negativi che confluiranno nel fascismo, facendone il «segno decisivo d’una crisi secolare dello spirito italiano».

Del resto, mettersi in prima fila, dire la sua, anche a costo di pagarne le conseguenze, furono sempre una “costante” di Gobetti, appena si pensa che già dal 1918, appena diciassettenne, aveva fondato il quindicinale Energie nove, per dare voce a quella che considerava un’esigenza insopprimibile: non semplicemente studiare e capire, ma scendere in campo, per dimostrare che un paese si migliora, o almeno si corregge, solo se ciascuno di noi non sceglie l’alibi codardo dell’indifferenza e del disimpegno. Ma, al contrario, è pronto anche a giocare le proprie carte, con passione e spirito di sacrificio. E sulla stessa china, pochi anni dopo aggiungeva: «Noi siamo più elaboratori di idee che condottieri di uomini, più alimentatori della lotta politica che realizzatori: e tuttavia già la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica». Queste parole Piero Gobetti le pubblica alla fine di settembre del 1922, quando l’Italia stava vivendo uno dei momenti più drammatici, torbidi e convulsi della sua vicenda politica. Sarebbero trascorse poche settimane, e il 28 ottobre Mussolini, con la marcia su Roma, avrebbe aperto la strada al rapido processo di imbarbarimento, destinato di lì a breve a segnare il crollo dello Stato liberal-parlamentare e l’avvento del fascismo-regime.

Oggi viviamo in un mondo del tutto diverso, dove spesso fra cultura e politica si avverte un ambiguo scambio di ruoli, con continui do ut des che comunque garantiscono a ciascuno una propria “zona franca”, compreso il “salvacondotto” di rimanere sempre sulla cresta dell’onda, coi reciproci vantaggi dei mass media che riservano ampi spazi per essere a la page. Allora, no: gli intellettuali, o si mettevano al servizio del Principe (o del padrone di turno: fa lo stesso), o preferivano starsene lontani, chiusi nei loro studi, a seguire il suggerimento caro a Romain Rolland, Au dessus de la mélée: cioè fuori della mischia…

La reazione gobettiana è invece perentoria. Altro che la furbizia dell’attendismo sornione, disposto magari a non parlare, né vedere, né sentire, pur di riservarsi i vantaggi di un più sicuro domani. «Noi abbiamo una sola sicurezza: la responsabilità, e un solo fanatismo: la coerenza» replicava Gobetti, fissando i principi-chiave della battaglia, che avrebbe continuato per altri tre anni o poco più, visto che il fascismo l’avrebbe costretto ad abbandonare l’Italia, per andare a morire in esilio a Parigi nel 1926. Certo, la posizione di Gobetti è tanto netta quanto solitaria, perché nasce da un’interiore carica etico-politica, che non è mai stata prerogativa diffusa neppure fra i sedicenti maitres a penser che allora occupavano posizioni dominanti (basti pensare a un Giovanni Gentile, che si affretterà a diventare il pedagogo e il mentore del fascismo!). Ma appunto questa sua eccezionalità rende ancora più meritorio il percorso gobettiano, il suo lineare aut-aut fra serietà e retorica, che significa fra il coraggio della lotta e l’ipocrisia dello stare a guardare, mentre intorno crescevano l’intolleranza, la violenza, persino il delitto politico, come avrebbe dimostrato l’assassinio di Matteotti nel giugno del 1924.

La sua è una scelta molto diversa, perché non voleva limitarsi a essere una semplice operazione giornalistico-culturale, affidata a una rivista – La Rivoluzione liberale –, necessariamente di scarsi lettori, ma si proponeva un traguardo ben più alto e ambizioso: quello di contribuire a preparare un nuovo ceto dirigente, fatto di gente non compromessa, né disposta a servire e a tacere (come sempre succede quando si chiudono gli spazi di libertà e subito si moltiplicano gli yes men, «fantocci buffissimi e spudorati, bisce incantate dal ciarlatano» spiegava con un’immagine graffiante, carica di sarcasmo e di disprezzo). Gobetti sapeva che l’impresa era difficilissima, sapeva «di dover lavorare a lunga scadenza», come sempre accade a chi non rincorre il proprio tornaconto personale, ma persegue una strategia di “rinnovamento”, impossibile se non passa attraverso un’opera di educazione individuale e collettiva, una conquista del senso di responsabilità, una genuina volontà di dedizione e di spirito di sacrificio. Tutti ingredienti (o «virtù», avrebbe detto Montesquieu), che non sono mai stati moneta corrente (tanto meno oggi che il dilagante conformismo e mimetismo di massa appare favorito, agevolato, addirittura moltiplicato dalla cosiddetta videocrazia imperante…).

«Abbiamo sempre saputo di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione» esclamava già alla fine del ‘22, quando tanti, ben più esperti e maggiori di lui, si preparavano a correre incontro al neovincitore in camicia nera, incuranti di quella «antitesi di stile», che viceversa Gobetti denunciava, se si volevano tenere fermi i principi di un onesto vivere civile, fondato sulla libertà politica, sulla democrazia parlamentare, sul pluralismo dei partiti, dei movimenti, dei mezzi di informazione, di cultura, di dibattito.

Anche in virtù di questo esempio di fermezza, tipico di chi ha saputo rifuggire dagli indugi contemplativi, disprezzando le piccole astuzie e non desistendo dalla passione nei propri ideali, credo che a un secolo dalla sua scomparsa, così repentina e traumatica, Piero Gobetti possa servirci per misurare almeno l’esame di coscienza che tanti di noi dobbiamo ancora fare. E mi piace ricordarlo “rubando” un suo autoritratto involontario, simile a quel robusto profilo de La filosofia politica di Vittorio Alfieri, là dove Gobetti si rivolge al drammaturgo de La congiura de’ Pazzi: «egli ha lasciato il più generoso esempio di resistenza intellettuale attiva contro le oppressioni politiche, resistenza dell’individuo solo, che non è vinto già per il fatto di sentirsi spiritualmente più alto del tiranno».

Nell’immagine: Un ritratto di Piero Gobetti realizzato dal pittore Felice Casorati.

Loading...