Il 26 marzo 1960 il Governo Tambroni giurò nelle mani del Presidente della Repubblica Gronchi, l’8 aprile ottenne la fiducia alla Camera grazie ai voti della DC, di 4 ex monarchici e dell’MSI (300 sì e 293 no). Si aprì allora una fase delicata della storia italiana, visto che il nuovo esecutivo nacque con i voti determinanti dei neofascisti. Due ministri (Pastore e Bo) e quattro sottosegretari della sinistra DC si dimisero per protesta ma, dopo la rinuncia di Fanfani a formare un nuovo esecutivo tripartito (DC, PRI, PSDI) con l’astensione “di sostegno” del PSI (progetto ostacolato nella DC da scelbiani, andreottiani e settori della corrente dorotea), Tambroni riottenne la fiducia al Senato anche grazie alle sollecitazioni del segretario DC Moro. L’idea era di far vivere il governo per consentire l’approvazione dei bilanci limitandosi, quindi, all’ordinaria amministrazione.

Il centrismo era da tempo entrato in crisi e, considerato il diverso clima nel paese rispetto ai primi anni della ricostruzione (si era cioè in pieno miracolo economico) e gli equilibri politico-parlamentari di fine anni Cinquanta, non improntati a un’apertura all’estrema destra (la stessa DC con Moro nuovo segretario dopo Fanfani si era mostrata divisa al suo interno), i repubblicani guidati da Ugo La Malfa e Oronzo Reale (che avevano sconfitto la linea antisocialista di Randolfo Pacciardi al XXVII Congresso di Bologna) insistettero per la nascita di un nuovo governo tripartito, sostenuto da DC, PSDI e PRI. La Malfa, in linea con la sinistra democristiana e con quella socialdemocratica, così facendo immaginava di favorire la progressiva apertura al PSI, pur senza un diretto (e immediato) coinvolgimento nell’esecutivo del partito di Nenni e Lombardi, che stava realizzando la svolta autonomista.

Ma Tambroni, nonostante le aspettative di Gronchi, non si mostrò in alcun modo convinto di questo quadro e s’irrigidì rivendicando la legittimità politica del suo esecutivo, mentre una nota dell’Osservatore romano intitolata Punti Fermi si esprimeva contro una possibile apertura al PSI intimando ai politici cattolici, senza nascondere la consolidata prassi della Santa Sede di condizionare il quadro di governo, di sottomettersi al giudizio dell’autorità ecclesiastica. La svolta decisiva venne dalle piazze e, in particolare, da Genova, dove si doveva tenere il congresso dell’MSI.

La decisione di consentirlo presso il Teatro Santa Margherita (molto vicino al sacrario dei caduti partigiani) era stata ritenuta offensiva e provocatoria anche perché a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, l’assise doveva essere presieduta da Carlo Emanuele Basile, prefetto della città durante la Repubblica Sociale Italiana, responsabile di arresti e torture di partigiani. Considerato che il congresso era stato confermato nonostante le proteste di una parte rilevante del mondo politico-culturale, il 28 giugno PCI, PSI, PSDI, PRI, radicali e associazioni partigiane organizzarono a Genova una grande manifestazione antifascista animata da Sandro Pertini che, insistendo sulla necessità di far rispettare la norma costituzionale che vietava (e vieta) la ricostituzione del partito fascista, dimostrò plasticamente con la sua persona (oppositore di Mussolini della prima ora, esule, a lungo incarcerato dal regime e protagonista della Resistenza) il legame tra l’antifascismo storico e le nuove lotte per il rispetto e l’attuazione della Costituzione, intesa come perno della Repubblica democratica. La CGIL proclamò lo sciopero generale e, come atto altamente simbolico, fu deciso che dal 30 giugno gli ex capi delle formazioni partigiane avrebbero montato la guardia al sacrario dei caduti. Seguirono giorni di enorme tensione sociale e politica, con incidenti scoppiati in varie città (da Roma a Reggio Emilia, da Palermo a Catania e Napoli) che costarono la vita a diversi manifestanti antifascisti. I protagonisti delle proteste furono i giovani, poi chiamati “i ragazzi dalle magliette a strisce”, che dimostrarono quanto, al di là dei partiti, dei sindacati e delle associazioni partigiane, fossero le nuove generazioni slegate dalle tradizionali forme di rappresentanza a chiedere una svolta politico-culturale in un paese ancora caratterizzato dalle pesanti incrostazioni del fascismo che, in verità, avrebbero continuato a condizionare pesantemente lo sviluppo della democrazia.

Il 9 luglio, ai funerali delle cinque vittime di Reggio Emilia partecipò Ferruccio Parri (circa 80.000 i presenti), migliaia di persone fecero lo stesso il 10 luglio a Palermo, dove furono presenti il segretario della CGIL Novella e il vicesegretario del PCI Longo. Nei giorni successivi, complice un mutamento dell’atteggiamento della DC favorito anche dalle pressioni dell’allora presidente del Senato Merzagora e da un appello contro le tentazioni autoritarie e la collaborazione con i neofascisti di ben 61 intellettuali cattolici (tra cui Costantino Mortati, Leopoldo Elia e Beniamino Andreatta), Tambroni si dimise dopo un colloquio con Gronchi. Nacque così il III Governo Fanfani (un monocolore DC), che alla Camera ottenne la fiducia di DC, PSDI, PLI e PRI (votarono contro MSI e PCI). Socialisti e monarchici si astennero, si costituì così il governo delle “convergenze parallele”, una definizione attribuita dai più a Moro. Nel 1961 la cosiddetta “apertura a sinistra” avrebbe visto un’accelerazione con la formazione delle prime giunte comunali di centro-sinistra, la prima delle quali si costituì a Milano. Nel 1962, con il IV Governo Fanfani, il PSI si collocò nell’area di governo, di cui entrò a far parte organicamente alla fine del 1963 con Moro.

Nel commentare i fatti del luglio 1960 Parri, sulla rivista il Ponte, tra l’altro scrisse:

A Genova e altrove in prima linea erano apparsi giovani studenti ed operai, nei quali il partito, dove c’era, era visibilmente soverchiato da un comune anche se spesso generico combattentismo giovanile. In tutte le manifestazioni, prevalentemente pacifiche, tenute in questi giorni in un gran numero di città d’Italia, si son visti assai più giovani che in passato. Sono minoranze forse ancor piccole nelle regioni più povere, dove la maggior incertezza dell’avvenire, oltre alla cappa di piombo di ambienti arretrati, e perciò retrivi, toglie autonomia critica e irreggimenta nel conformismo […]. Saper orientare, non deludere le attese, è forse condizione che il vento non si risolva in una ventata. Forse qui si prepara la vittoria per le battaglie di domani. Vincerà chi saprà avere con sé lo spirito dei giovani, o almeno la parte più eletta e consapevole di essi. Ardua conquista di coscienze che, almeno in questi tempi, sembra più difficile nell’ambito dei partiti che fuori di essi.

Quei tempi sono lontani, non c’è più quella società né quei partiti. Permane però quella necessità di coscienza, che negli anni Sessanta e Settanta costituì un elemento centrale per la modernizzazione dell’Italia e di cui oggi si avverte un disperato bisogno per evitare che la democrazia si sciolga nell’indifferenza.

di Andrea Ricciardi

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