Al di là delle dovute celebrazioni (il centenario della scomparsa), il documento che abbiamo ritrovato nel fascicolo 4 della busta 66 del Fondo Riccardo Bauer – le cui carte sono gelosamente custodite dalla Società Umanitaria di Milano – è un testo particolarmente attuale e stimolante. Non solo perché è la ricostruzione di un avvenimento di cui non si conoscevano tutti i dettagli (come «la brigantesca danza di dieci contro uno», preludio al pestaggio ai danni di Bauer e Parri), ma soprattutto perché nella ricostruzione di un fatto pubblico – i funerali della signora del socialismo – non si può non scorgere uno scenario che purtroppo rischia di diventare la normalità anche nel nostro Paese: il fascismo che da strisciante (quello che per Montale sono «l’altre ombre che scantonano / nel vicolo») si erge sprezzante a paladino della nazione, e la trasformazione del diritto di cronaca in «giornalismo servile e vigliacco» (copyright di Bauer).
Sono passati cento anni da quel 29 dicembre 1925 quando, nel buio di una Milano in camicia nera, ci lasciava una delle intellettuali più affascinanti e rivoluzionarie del Novecento, da tutti conosciuta come la “dottora”, anzi la “geniale medichessa” (come la chiamava il compagno “Filippon”, Filippo Turati), al secolo Anna Michailowna Kulisciowa, una donna che ormai era diventata un simbolo di libertà e civiltà. Perché senza le sue lotte, i suoi ideali e le sue campagne, i diritti delle donne, cittadine e lavoratrici, probabilmente sarebbero ancora sospesi nel limbo dell’incertezza.
Era un simbolo Anna Kuliscioff (e lo è anche oggi, come ha dimostrato il pubblico che in tutta Italia, per tutto l’anno, ha partecipato alle tante iniziative in suo onore organizzate dalla Fondazione Anna Kuliscioff di Milano), tanto è vero che ai suoi funerali, il 31 dicembre 1925, si riversò una folla immensa e commossa, pari – forse – a quella per la morte di Giuseppe Verdi. Lo ricorda più volte Bauer, in questa cronaca dettagliata di quello che successe veramente in quelle due ore «nella città ammutolita e ferma». Una cronaca che è un feroce atto di denuncia da parte di chi, antifascista della prima ora, avrebbe presto pagato di persona per le sue idee. Una denuncia implacabile sia verso un giornalismo che aveva abdicato ai suoi doveri (come si percepisce dalle prime righe del testo e dalla conclusione ingloriosa), sia verso il regime mussoliniano che ormai – dopo il delitto Matteotti – aveva mostrato i muscoli, costringendo le opposizioni al silenzio, al carcere o all’esilio.
Scritto inedito di Riccardo Bauer
Il 29 dicembre 1925 chiudeva la sua generosa esistenza Anna Kulisciov, la intelligentissima compagna di Filippo Turati, la sua acuta, fine collaboratrice nella redazione di Critica sociale.
Grande e sincero il cordoglio della città. Il Popolo d’Italia del 30 dava l’annuncio della scomparsa di una donna, che pur aveva tenuto nella politica italiana un posto cospicuo, in poche righe, e il Corriere della Seranon diversamente, indicando l’ora del funerale pel giorno dopo, ma facendo seguire un più ampio cenno biografico nel quale era ricordato ciò che le Kulisciov era stata «per la giovane generazione socialista italiana nell’ultimo decennio del secolo XIX» col suo «fascino femminile esotico e politico» e sui giovani intellettuali, «quasi personaggio della letteratura romantica e rivoluzionaria russa che cominciava allora ad essere conosciuta».
Ricordava ancora, il giornale, come la Kulisciov, russa di nascita, costretta all’esilio, subisse il primo processo a fianco degli internazionalisti con Andrea Costa nel 1878 a Lugano. Come, assolta subito dopo, fosse arrestata a Firenze e condannata a pochi mesi, ed altri arresti conoscesse successivamente. Distaccatasi dal Costa, cominciò la sua affettuosa e feconda intimità con Filippo Turati dando vita con lui a Critica Sociale. Ricordava ancora gli articoli della rivista frutto delle quotidiane conversazioni a due e come nei congressi socialisti non parlasse mai ma vi lavorasse attivamente tra le quinte, per concludere che «forse si esagerò la sua reale influenza su uomini e cose del partito socialista almeno in momenti decisivi».
Un modesto articoletto volutamente cauto e non impegnativo che non potesse suscitare reazioni nei padroni del momento.
Il 31 i funerali ebbero luogo e si vide la piazza del Duomo gremita da una enorme folla silenziosa. Pareva che la città intera si fosse raccolta per un omaggio commosso, e il significato di quella presenza non poteva essere nascosto.
Lungo tutto il percorso sino al cimitero Monumentale una folla densa e commossa faceva ala ad un corteo interminabile che sfilò per più di due ore nella città ammutolita e ferma.
Il Corriere in una affrettata cronaca ricordò poi «lievi incidenti» in cui alcuni nastri rossi furono strappati, alcuni gruppi di fascisti rigidi nel saluto romano alla salma, per concludere che dinnanzi al Famedio, mentre Gonzales teneva un breve discorso, «avvenivano qua e là tafferugli sedati dall’intervento della forza pubblica agli ordini del Vice questore De Sanctis». E fu tutto.
Naturalmente il Popolo d’Italia non poteva essere che più diligente cronista con le sue ventun righe di testo destinate ad una cerimonia alla quale parteciparono centinaia di migliaia di persone. Accennava al corteo «composto di amici e conoscenti della estinta»; al fatto che «gruppi di socialisti col garofano rosso all’occhiello e la cravatta pure rossa hanno provocato col loro contegno vari incidenti, che per l’intervento di alcuni dirigenti fascisti, tra i quali gli on. Lanfranconi, Boattini, Serbolonghi» non avevano avuto seguito. Aggiungeva ancora che sul piazzale del cimitero «poiché il tentativo di inscenare un’altra dimostrazione si stava ripetendo i fascisti presenti sono di nuovo energicamente intervenuti. Il corteo funebre non è stato però disturbato e pietosa cerimonia si è compiuta nell’ordine più perfetto».
Cronaca in cui la menzogna e l’ipocrisia, lo spudorato rovesciamento della verità, il voluto intento denigratorio si sono congiunti a dimostrazione di un giornalismo servile e vigliacco quale solo può essere quello che fiorisce in assenza di ogni libertà.
In realtà le cose si svolsero ben diversamente. Il lunghissimo fitto corteo sfilò, come ho detto, tra due enormi ali di popolo punteggiate qua e là da gruppetti di aitanti giovanotti fascisti strategicamente distribuiti dai quali partivano provocazioni e lazzi a non finire. Era stato dato consiglio di non raccogliere quelle provocazioni, e non furono raccolte. Ma come il corteo si avvicinava al Monumentale, agli insulti si unirono le minacce, tal che ad evitare incresciosi incidenti fu consigliato a donne e bambini di lasciarlo.
Il corteo andò così assottigliandosi, senza che insorgessero quegli incidenti che i fascisti evidentemente intendevano ad ogni modo suscitare.
Il loro disappunto era evidente. Dinnanzi al Famedio, quando Gonzales iniziò il suo breve discorso, erano intorno a lui strette poche centinaia di persone, attorniate però da gruppi che ostentavano le meno benevoli intenzioni. Ero con Ferruccio Parri su un mucchio di ghiaia posto colà per alcuni lavori in corso e dal quale si dominava tutta la scena. Sotto di noi una piccola schiera di giovanottoni senza distintivo fascista all’occhiello. Ad un punto uno di costoro, rivolgendosi a Parri gli chiese a muso duro: «Lei, perché ride?». Non so che cosa Parri gli rispondesse, solo vidi quell’energumeno buttarglisi addosso tentando di menarlo. D’istinto mi buttai avanti cercando di fermarlo con un pugno nello stomaco (non arrivavo più in su) ma fui circondato da un nugolo di quei finti spettatori, colpito ripetutamente e spinto violentemente contro il muro dell’ufficio che è all’ingresso del cimitero.
Qui, impastato contro la parete e circondato da quei prodi che ben potevo vedere in faccia, fui da uno di questi preso di mira con uno sfollagente. Per fortuna un altro nello stesso istante mi dava lo sgambetto e scivolando contro la parete precipitai a terra mentre lo sfollagente colpiva violentemente il muro sopra la mia testa. Ero per altro pesto e sanguinante e fu Cesare Degli Occhi che venne in mio soccorso non appena i fascisti mi lasciarono al mio destino per correre a misurare i loro pesanti mazzuoli sul capo di altre vittime. E furono molte. Da Degli Occhi fui accompagnato ad una vicina farmacia, dove fu stagnata la emorragia nasale che mi imbrattava tutto; incerottato per benino potetti poi ritornare a casa a ripulirmi. Per poi uscire a cercare Ferruccio che avevo visto duramente colpito ed era rientrato assai malconcio.
Non varrebbe la pena di riesumare l’episodio personale, del resto non unico in quei tempi di frequenti bagarres, se esso non avesse avuto un seguito che val forse la pena di ricordare. Alcun tempo dopo, salivo lo scalone del Palazzo di Giustizia – allora era nell’edificio di Piazza Fontana – e incontrai un gruppo di ufficiali della Milizia in compagnia di alcuni borghesi grandi e grossi che scendevano ridendo confidenzialmente. E due di costoro riconobbi senza incertezza alcuna: erano quelli che avevano condotto davanti al Famedio, il 31 dicembre, la brigantesca danza di dieci contro uno per stroncare la “«provocatoria dimostrazione» con cui si voleva onorare la memoria di una pericolosa sovversiva.
Evidentemente il regime coi suoi strumenti polizieschi aveva tutto freddamente organizzato perché, nella dimostrazione plebiscitaria che la città dava e con significato ben chiaro, sia pure in così triste occasione, insorgesse qualche fattaccio che potesse riuscirgli utile sia per un ulteriore giro di vite, sia per sottolineare i gravi pericoli di una opposizione irreducibile alla… costruttiva sua politica.
Fredda determinazione attuata cinicamente con organizzati professionali operatori di violenza, poiché i fascisti, dirò così, ingenui e di complemento, non avrebbero osato opporre la loro presenza alla popolazione intera che manifestava apertamente il suo cordoglio, il suo sentimento.
Piccolo episodio certamente ma caratteristico dei metodi che tutte le dittature adottano, ed anche dimostrativo dell’avvilente prostituirsi della stampa al padrone del momento quando viene abbandonata ogni idea di libertà e di rispetto della personalità umana.
di Claudio A. Colombo

