Questo mio saluto a voi, caro amico, è l’ultimo: ci rivedremo dunque di sicuro nel 1900 e vi impegno fin d’ora di venire a farci quella tanto sospirata visita, che non avete mai trovato il tempo di farci. Dico a noi, perché spero fermamente che nel 1900 anche Filippo rivedrà il sole ed usciremo ancora abbastanza forti fisicamente e saldi moralmente, da continuare il nostro lavoro e riprendere il nostro posto, ora per forza abbandonato […]. Vi prego a mani giunte di opporvi a qualsiasi passo che si volesse fare per ottenere la mia libertà con una grazia personale, o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia, per amor di chicchessia, fosse anche la mia figlia, che mi sia fatta un’offesa morale. Se dovessi conquistare la libertà a questo prezzo, sarei tanto avvilita, tanto diminuita, tanto degradata, che nulla mi sarebbe la libertà, l’affetto dei miei cari, l’affetto dei miei amici buoni.
Da una lettera scritta da Anna Kuliscioff a Camillo Prampolini dalle carceri giudiziarie di Milano il 31 agosto 1898, dopo aver ricevuto la condanna a due anni di carcere, poi ridotti a sei mesi grazie a un indulto. Anna, liberata il 31 dicembre 1898, era stata arrestata poco prima di Bissolati e Turati, per il quale la Camera decise anche la decadenza da deputato.
Io non ho conosciuto che tardi, in questi ultimi tormentati anni, Anna Kuliscioff. Ho varcata la soglia della casa sua e di Filippo Turati – il famoso «salotto» – con qualche trepidazione. Vi ho trovato quello che istintivamente cercavo: la fermezza serena di chi sa che ciò che è stato distrutto, risorgerà. Di Anna Kuliscioff mi colpì soprattutto la facoltà di introspezione, che Le consentiva di capire immediatamente lo stato d’animo dei suoi interlocutori e, oserei dire, di rivelarlo a loro medesimi, con una sintesi lucidissima. Assumeva coi giovani, non la rigidità cattedratica di certe più o meno illustri cariatidi, che fanno piovere dall’alto i loro giudizi inappellabili, ma una confidente benevolenza che annullava – nei limiti del possibile – le distanze […]. Sempre mi apparve una Consolatrice per noi giovani e per quelli provati dal dolore, e sentii che, nell’atmosfera del suo spirito, soli dovevano sentirsi a disagio coloro che sono rosi e corrosi dallo scetticismo. C’era in ogni suo atto, in ogni sua parola un largo soffio di umanità. Certo, essa non considerò uomini superiori quelli che si ritirano in un piccolo angolo ad imbrattare carta ed a tornire periodi, isolandosi dall’umanità che li circonda. La ragione la conduceva al sentimento. Possedeva in sommo grado le qualità degli spiriti eletti: la bontà e l’indulgenza. Detestava l’ignoranza che imbestialisce, l’errore che opprime, l’intolleranza che tiranneggia, la crudeltà che tortura, l’odio che uccide. Perciò spese la sua lunga giornata per liberarci dalle catene che ci inibiscono ogni moto generoso. Perciò fu socialista, nel senso intero della parola, per sentimento, cioè, oltre che per convinzione scientifica. Perciò fu incomparabile nel chinarsi verso la miseria, verso il dolore, verso i vinti.
Da Pietro Nenni, Una consolatrice, scritto uscito su Critica Sociale nel gennaio 1926. Con questo ritratto furono pubblicati altri contributi elaborati, tra gli altri, da Claudio Treves, Alessandro Schiavi, Pallante Rugginenti, Ugo Guido Mondolfo, Fausto Pagliari per onorare Anna Kuliscioff ricordandone sia l’impegno politico e culturale, sia lo spessore umano.

