Nel centenario della scomparsa di Anna Kuliscioff, avvenuta il 29 dicembre 1925, per ricordare adeguatamente una figura di assoluto rilievo del socialismo e, in generale, del movimento operaio, è opportuno soffermarsi su un volume stampato nel giugno del 1926 in 750 esemplari dall’Officina tipografica Enrico Lazzari di Milano e riproposto, nel mese di ottobre del 2025, dalla Fondazione Anna Kuliscioff di Milano. Il libro, fortemente voluto da Filippo Turati, intitolato Anna Kuliscioff in memoria. A lei, agli intimi, a me, non è solo un omaggio alla sua compagna di vita ma, rivisto oggi, è un documento storico di notevole importanza poiché consente di respirare l’aria di quel tempo cupo, proprio mentre il fascismo si faceva regime totalitario e il socialismo italiano (come le altre forze antifasciste) veniva sconfitto in via definitiva con la violenza da Mussolini e dai suoi sodali.
Il volume, nel quale si trova la riproduzione di varie fotografie significative, raccoglie i contributi pubblicati in onore di Anna tra il dicembre 1925 e il marzo 1926 dalla rivista Critica Sociale e da altri periodici, oltre a brani di suoi scritti. In questa sede non si può dar conto di tutti i contributi inseriti nel volume. Tuttavia, attraverso alcune considerazioni unite alla pubblicazione nella rubrica Parole antifasciste di due frammenti tratti dal libro, si può tornare sullo spessore di Anna[1] (in realtà Anja Moiseevna Rozenstejn, di origine ebraica, Kuliscioff fu il nome di battaglia preso nel 1877), una delle fondatrici del Partito Socialista Italiano, impegnata politicamente fin dai tempi della sua gioventù quando, con grande determinazione, si schierò con gli oppositori del regime zarista teorizzando anche l’uso della violenza per abbatterlo.
Nata in Crimea nel 1854 (permane qualche dubbio sull’anno), di formazione anarchica, Anna emigrò in Svizzera a 23 anni per approdare in Italia nel 1878 con Andrea Costa (anch’egli anarchico), di cui era divenuta la compagna e dal quale ebbe la figlia Andreina, nata nel 1881. Le posizioni politiche di Anna, progressivamente, si modificarono in modo profondo. Abbandonò l’anarchismo a favore del marxismo e si pose il problema di come, al di là dei gesti esemplari, si potesse incidere in modo duraturo sulla società europea che si andava modificando radicalmente e in tempi rapidi. La sua vita, insieme molto difficile e avventurosa, la portò nuovamente in Svizzera da cui rientrò definitivamente in Italia nel 1884 con Andreina, laureandosi in medicina un paio di anni dopo a Napoli dove, ormai raffreddatisi i rapporti con Andrea Costa (nel 1882 eletto primo deputato socialista nel Parlamento italiano), conobbe Filippo Turati al quale si legò fino alla fine della vita. Il loro rapporto (testimoniato anche da un corposo carteggio)[2] fu molto stretto, anche se non privo di contrasti di natura personale e politica, pur essendo entrambi collocati all’interno di un’area, il socialismo riformista, al quale fino al 1912 (anno del XIII Congresso di Reggio Emilia vinto dall’ala rivoluzionaria)[3] era stata improntata la linea del PSI.
Trasferitasi a Milano nel 1891[4], pur avendo seri problemi di salute, alla vigilia della Grande guerra Anna (specializzatasi in ginecologia) era già da tempo chiamata la “dottora dei poveri”. Prima aveva fondato la Lega dei socialisti milanesi e nel 1892, sempre con Turati, a Genova aveva partecipato al congresso di fondazione del PSI[5]. Era divenuta una delle protagoniste del dibattito politico e della scena pubblica, pur senza calarsi del tutto nelle dinamiche di corrente che avrebbero influito sempre di più sulla vita di un partito via via lacerato al suo interno. Questi conflitti, figli soprattutto dei settarismi ideologici, sia pure in parte avrebbero condizionato le forti idealità del partito di massa per eccellenza che, nel 1919, con l’introduzione del sistema proporzionale portò in Parlamento 156 deputati. Gli squilibri del primo dopoguerra non attenuarono in alcun modo l’impegno di Anna che, finita in carcere dopo i moti del 1898 affogati nel sangue a Milano dalle cannonate di Bava Beccaris (più di 100 civili uccisi), continuò a muoversi su un doppio binario: la ricerca del socialismo attraverso il metodo democratico e la medicina sociale, una branca nuova che incise a fondo sulla condizione delle donne, lavoratrici e madri.
Da tempo lontana da ogni forma di massimalismo e di socialismo rivoluzionario, colpita dalle conseguenze della Grande guerra e attenta ai rivolgimenti russi del 1917 (sostenne la rivoluzione di febbraio ma non quella bolscevica di ottobre), Anna con Turati e Claudio Treves tentò di opporsi al fascismo fino alla fine dei suoi giorni. Mai rinunciò a riflettere, a dialogare e a porsi domande sul futuro che, all’epoca della sua scomparsa, lasciava poche speranze ai socialisti con cui aveva lavorato guardando sempre al quadro internazionale e ai diritti delle donne, per lei elemento centrale della ricerca dell’emancipazione delle masse dai meccanismi di sfruttamento del capitalismo. La questione femminile si era tradotta anche in una particolare attenzione per il suffragio universale maschile e femminile, un tema secondo Anna non abbastanza sentito dai dirigenti socialisti e dallo stesso Turati.
I suoi funerali, celebrati il 31 dicembre 1925, da una parte furono molto partecipati ma, dall’altra, furono attaccati con violenza dai fascisti, che si distinsero una volta di più per la loro vigliaccheria, forti dell’impunità ormai definitivamente garantita dalle autorità di pubblica sicurezza di un’Italia liberale che si andava sgretolando. Quel giorno nessun “tutore dell’ordine” intervenne per frenare la violenza di cui, tra gli altri, furono vittima Pietro Nenni, Riccardo Bauer, Ferruccio Parri, Enrico Gonzales e Paolo Treves, che ne avrebbe scritto qualche anno dopo dal forzato esilio londinese[6]. Ma la violenza fascista non poté cancellare la lezione di Anna Kuliscioff che, nell’Italia repubblicana e democratica, sarebbe stata valorizzata dagli eredi del “suo” PSI, sia pure con colpevole ritardo.
di Andrea Ricciardi
[1] Del centenario della scomparsa avevo parlato in un altro articolo pubblicato su Lettera ai compagni on line a febbraio, intitolato Anna Kuliscioff 1925-2025.
[2] Il carteggio integrale fu pubblicato da Einaudi solo nel 1977 con le note di Franco Pedone, in precedenza ne erano usciti alcuni volumi a cura di Alessandro Schiavi.
[3] In quell’anno, Anna organizzò il primo congresso delle donne socialiste, da cui sarebbe scaturito il Comitato femminile socialista. Sempre nel 1912 fondò La Difesa delle donne, organo ufficiale delle donne socialiste italiane al quale collaborarono anche Argentina Altobelli e Angelica Balabanoff, che nel 1914 la sostituì alla direzione della rivista.
[4] A Milano si trasferì con Turati nell’abitazione di Galleria Portici 23, vicino al Duomo, che divenne “il salotto della signora Anna” e la redazione di Critica Sociale.
[5] In realtà la denominazione PSI fu adottata nel 1895 quando a Parma si svolse il III congresso del partito, un congresso clandestino visto che il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (nome assunto a Reggio Emilia nel 1893 dal Partito dei Lavoratori Italiani fondato l’anno prima) era stato sciolto da Francesco Crispi.
[6] Cfr. Paolo Treves, Quello che ci ha fatto Mussolini, Futura Editrice, Roma 2025, presentazione di Claudio Treves, prefazione di Andrea Ricciardi, introduzione di Bruno Trentin, pp. 66-69. Il libro, uscito per la prima volta a Londra nel 1940, prima dell’ultima edizione fu pubblicato in Italia da Einaudi nel 1945 e da Piero Lacaita nel 1996, con l’introduzione di Trentin riproposta nel 2025.

